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Cupiditate audiendi, ingressus est sic loqui Scipio: «Catonis hoc senis est, quem ut scitis unice dilexi maximeque sum admiratus, cuique vel patris utriusque iudicio vel etiam meo studio me totum ab adulescentia dedidi; cuius me numquam satiare potuit oratio; tantus erat in homine usus rei publicae, quam et domi et militiae cum optime tum etiam diutissime gesserat, et modus in dicendo, et gravitate mixtus lepos, et summum vel discendi studium vel docendi, et orationi vita admodum congruens. Is dicere solebat ob hanc causam praestare nostrae civitatis statum ceteris civitatibus, quod in illis singuli fuissent fere quorum suam quisque rem publicam constituisset legibus atque institutis suis, ut Cretum Minos, Lacedaemoniorum Lycurgus, Atheniensium, quae persaepe commutata esset, tum Theseus tum Draco tum Solo tum Clisthenes tum multi alii, postremo exsanguem iam et iacentem doctus vir Phalereus sustentasset Demetrius, nostra autem res publica non unius esset ingenio sed multorum, nec una hominis vita sed aliquot constituta saeculis et aetatibus. Nam neque ullum ingenium tantum extitisse dicebat, ut quem res nulla fugeret quisquam aliquando fuisset, neque cuncta ingenia conlata in unum tantum posse uno tempore providere, ut omnia complecterentur sine rerum usu ac vetustate. Quam ob rem, ut ille solebat, ita nunc mea repetet oratio populi Romani originem; libenter enim etiam verbo utor Catonis. Facilius autem quod est propositum consequar, si nostram rem publicam vobis et nascentem et crescentem et adultam et iam firmam atque robustam ostendero quam si mihi aliquam, ut apud Platonem Socrates, ipse finxero.
Mentre tutti erano presi da un ardente desiderio di sentire, Scipione così cominciò a parlare " Questo è un detto di Catone, che io ho amato in maniera unica e ammirato sommamente, a cui mi sono dedicato anima e corpo dall'adolescenza sia per consiglio di ambedue i miei padri, o anche per mia propensione; Non ne ebbi mai abbastanza della sua facondia; grande era in quell'uomo la conoscenza dello stato, che aveva retto in pace e in guerra sia in maniera egregia, sia per lunghissimo tempo, e il modo di parlare, il lepore misto alla gravità, il grandissimo desiderio di imparare ed insegnare e la vita del tutto rispondente alle parole. Era solito dire che la nostra costituzione era superiore a quelle di tutte le altre città, poiché in esse vi erano stati singoli personaggi dei quali ognuno aveva dato vita ad un suo stato con leggi ed istituzioni sue- Come Minosse l'aveva creato a Creta, Licurgo a Sparta, ad Atene, dove era cambiato spessissimo, prima Teseo, poi Dracone, poi Solone, distene, successivamente tanti altri, infine quell'uomo sapiente, Demetrio Falereo, l'aveva sostentato quando era allo stremo e moribondo. Ma il nostro stato non era frutto dell'ingegno di uno solo ma di molti, e non era stato costituito nello spazio di una singola esistenza, ma in diversi secoli e generazioni. Infatti diceva che non era mai esistito un ingegno talmente grande a cui nulla sfuggisse, né tutte le menti ingegnose riunite in una sola potevano in una sola epoca provvedere ad abbracciare l'intero insieme senza esperienza e lungo tempo. Per questo motivo il mio discorso ora ripercorrerà le origini della gente romana; infatti ben volentieri faccio uso di una parola di Catone, invero raggiungerò più agevolmente il risultato che mi sono proposto, se vi mostrerò la nascita, la crescita, l'età adulta, la solidità e vigorìa del nostro stato, che se ne immaginerò uno fittizio, come fa Socrate nelle opere platoniche
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L. Mescinio è unito a me da molta amicizia, perché fu mio questore. M a questa circostanza, che io, come appresi dai maggiori, stimai sempre forte,egli rese più giusta con la sua virtù e la sua bontà. Per cui io tratto con lui così, come nessun altro più familiarmente nè più volentieri. Egli, sebbene sembri confidare che tu farai per lui,volentieri quello che onestamente puoi, spera tuttavia che una mia lettera avrà anche grande influenza presso di te. Egli poi pensava che così (fosse), anche per la fraterna consuetudine, che ha udito spesso da me, quanto dolce fosse l'amicizia tra noi e quanto intima. Ti chiedo dunque, naturalmente con tanto calore, quanto comprendi che io debba domandare, per un uomo tanto a me congiunto e tanto amico , di aggiustare e di sbrigare i suoi affari,quelli che egli ha nell'Acaia , per il fatto che egli è erede di M.Mindio, suo fratello,che negoziava nell'Elide,sia con il diritto e la potestà, che hai, sia anche con la tua autorità e la tua perspicacia.Così infatti abbiamo ordinato a quelli ai quali abbiamo affidato questi affari, di servirsi di te, in ogni cosa, che si richiedesse in una qualche controversia, come arbitro e , per ciò che si possa fare con tuo comodo, di te come giudice. Io ti prego fortemente per quanto più so e posso, di accettare questo per il mio onore . Inoltre mi farai cosa molto grata, se non lo stimerai contrario alla tua dignità , qualora alcuni si mostrassero tanto difficili ,da non voler concludere la questione senza controversia,se, poiché la causa è con un senatore, li rimanderai a Roma.
L. Mescinius mecum necessitudine coniunctus est quod me consule quaestor fuit sed hanc .....
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A. Cluentius Habitus habebatur non solum in municipio Larino, ex quo fuerat, sed etiam in tota regione et vicinitate homo magnae virtutis, existimationis, nobilitatis. Post mortem reliquit puerum et filiam, Cluentiam, quae post patris mortem coniunx fuit A. Aurii Melini, adulescentis et honesti et patricii. Quod nuptiae plenae dignitatis, planae concordiae fuerant, invidia libidoque nefaria exorta est non solum dedecore sed etiam scelere coniuncta. Nam Sassia, mater Cluentiae - mater enim appellabitur, neque Sassia propter immanitatem sui sceleris naturae nomen admittet - Melinum adulescentem, generum suum, amavit. Primum infamiae timore continebatur, deinde amentia ac libidine flagravit et non pudor, non pietas, non macula familiae, non hominum fama, non fili dolor, non filiae maeror a cupiditate matrem revocaverunt. Animum adulescentis nondum consilio ac rationae firmatum pellexit (verbo Pellicio) Sassia sua vitate, astutia doloque. Cluentia autem dolore vexata ceteros sui tanti mali ignaros putaverat (vel sic speraverat) et in amatisui fratris gremio maerorem et lacrimas fundebat.
A. Cluenzio aveva non solo nel municipio di Larino, del quale (lett. era stato) proveniva, ma anche in tutta la regione e nel territorio circostante (la fama di) uomo di grande virtù per reputazione e per nascita. Dopo la morte lasciò un figlio ed una figlia, Cluenzia, la quale dopo la morte del padre fu la moglie di A. Aurio Melino, giovane onesto e patrizio. Poiché le nozze erano state piene di dignità, piene di concordia, nacque una invidia e una libidine nefanda unita non solo alla vergogna, ma anche all'empietà. Infatti Sassia, madre di Cluenzia - non sarà infatti chiamata madre e Sassia non perderà il nome di natura - per l'enormità della sua scelleratezza - (costei) amò il giovane Melino, suo genero. Dapprima si conteneva /veniva contenuta dalla paura dell'infamia, poi arse per l'infatuazione e il desiderio ed il pudore, la pietà, il disonore della famiglia, l'opinione degli uomini, il dolore del figlio, la tristezza della figlia non distolsero la madre dalla passione amorosa (cupititade). Sassia sedusse con la dolcezza, l'astuzia e l'inganno l'animo del giovane non ancora plasmato dall'esperienza e dal discernimento. Cluenzia, sopraffatta dal dolore, aveva pensato (o così aveva sperato) gli altri ignari dei suoi tanti mali e versava le lacrime e il dolore sul petto del suo amato fratello.
Paradigmi
hăbĕo (hăbĕo, hăbes, habui, habitum, hăbēre) verbo transitivo
II coniugazione
sum (sum, es, fui, esse) verbo intransitivo anomalo
ĕlinquo (rĕlinquo, rĕlinquis, reliqui, relictum, rĕlinquĕre) verbo transitivo
III coniugazione
exŏrĭor (exŏrĭor, exŏrīris, exortus sum, exŏrīri) verbo intransitivo deponente
IV coniugazione
appello (appello, appellas, appellavi, appellatum, appellāre) verbo transitivo
I Coniugazione
admitto (admitto, admittis, admisi, admissum, admittĕre) verbo transitivo
III coniugazione
ămo (ămo, ămas, amavi, amatum, ămāre) verbo transitivo
I coniugazione
contĭnĕo (contĭnĕo, contĭnes, continui, contentum, contĭnēre) verbo transitivo
II coniugazione
flăgro (flăgro, flăgras, flagravi, flagratum, flăgrāre) verbo transitivo e intransitivo
I coniugazione
ĕvŏco (rĕvŏco, rĕvŏcas, revocavi, revocatum, revocare) verbo transitivo
I coniugazione
pellĭcĭo (pellĭcĭo, pellĭcis, pellexi, pellectum, pellĭcĕre) verbo transitivo
III coniugazione in -io
pŭto (pŭto, pŭtas, putavi, putatum, pŭtāre) verbo transitivo
I coniugazione
spēro (spēro, spēras, speravi, speratum, spērāre) verbo transitivo e intransitivo
I coniugazione
fundo (fundo, fundas, fundavi, fundatum, fundāre) verbo transitivo
I coniugazione
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Quam terram cum magis intuerer, «Quaeso, inquit Africanus, quousque humi defixa tua mens erit? Nonne aspicis, quae in templa veneris? Novem tibi orbibus vel potius globis conexa sunt omnia, quorum unus est Caelestis, extumus, qui reliquos omnes complectitur, summus ipse deus arcens et continens ceteros; in quo sunt infixi illi, qui volvuntur, stellarum cursus sempiterni; cui subiecti sunt septem, qui versantur retro contrario motu atque caelum; ex quibus unum globum possidet illa, quam in terris Saturniam nominant. Deinde est hominum generi prosperus et salutaris ille fulgor, qui dicitur Iovis; tum rutilus horribilisque terris, quem Martium dicitis; deinde subter mediam fere regionem Sol obtinet, dux et princeps et moderator luminum reliquorum, mens mundi et temperatio, tanta magnitudine, ut cuncta sua luce lustret et compleat. Hunc ut comites consequuntur Veneris alter, alter Mercurii cursus, in infimoque orbe Luna radiis solis accensa convertitur. Infra autem iam nihil est nisi mortale et caducum praeter animos munere deorum hominum generi datos, supra Lunam sunt aeterna omnia. Nam ea, quae est media et nona, Tellus, neque movetur et infima est, et in eam feruntur omnia nutu suo pondera». ----------
Mentre puntavo maggiormente gli occhi verso terra, l’Africano disse: «Mi chiedo, fino a quando la tua mente sarà piantata a terra? Non vedi in quali spazi celesti sei giunto? Tutto, davanti a te, è armonicamente distribuito in nove cerchi, o meglio, sfere, delle quali una è Celeste, la più esterna, che abbraccia tutte le altre, ed è anche la somma divinità che racchiude e contiene le altre; al suo interno sono ancorate le eterne orbite delle stelle; ad essa ne sottostanno sette che ruotano in senso contrario a quello del cielo; tra queste una sola sfera possiede quella che sulla terra chiamano Saturnia. Quindi c’è quello splendore propizio e favorevole al genere umano che prende il nome di Giove; poi quel globo, rosso e spaventoso per via del suo suolo, che chiamate di Marte; quindi in basso la regione pressappoco centrale è occupata dal Sole, guida, principe e governatore degli altri lumi, mente e principio regolatore dell’universo, dalla potenza così smisurata che illumina e pervade tutto con la sua luce. Da qui come compagni seguono da una parte l’orbita di Venere, dall’altra quella di Mercurio, mentre nell’ultima sfera gira la luna, illuminata dai raggi del sole. Al di sotto poi non c’è ormai nulla che non sia mortale e perituro tranne gli animi concessi al genere umano per dono degli dei, al di sopra della luna tutte le cose sono eterne. Infatti quella che si trova al centro ed è la nona, Terra, non si muove ed è infima, e a lei si volgono a causa della loro gravità tutti i pesi».
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Ac mihi quidem explicandae philosophiae causam attulit casus gravis civitatis, cum in armis civilibus nec tueri meo more rem publicam nec nihil agere poteram, nec quid potius, quod quidem me dignum esset, agerem reperiebam. Dabunt igitur mihi veniam mei cives, vel gratiam potius habebunt, quod, cum esset in unius potestate res publica, neque ego me abdidi neque deserui neque adflixi neque ita gessi quasi homini aut temporibus iratus, neque porro ita aut adulatus aut admiratus fortunam sum alterius, ut me meae paeniteret. Id eni ipsum a Platone philosophiaque didiceram, naturales esse quasdam conversiones rerum publicarum, ut eae tum a principibus tenerentur, tum a populis, aliquando a singulis.
Un doloroso evento della città mi diede senza dubbio motivo di occuparmi di filosofia, dato che durante le guerre civili non potevo servire la Repubblica secondo mia abitudine né fare nulla, né trovavo alcunché di meglio da fare, che fosse quantomeno degno di me. Dunque i miei concittadini mi perdoneranno, o piuttosto mi saranno grati, per il fatto che io, nonostante lo stato fosse in mano di un solo uomo, non mi sono nascosto né lasciato andare né afflitto, né mi sono comportato così come se fossi stato adirato con l'uomo o con le circostanze, né d'altro canto ho adulato o ammirato la sorte altrui tanto da dispiacermi dalla mia. Infatti proprio questo avevo imparato da Platone e dalla filosofia, che sono naturali certi cambiamenti degli stati, cosicché essi sono dominati ora dalla persone più ragguardevoli, ora dal popolo, talvolta da singoli individui.
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