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L. Flaccum, flaminem Martialem, ego audivi cum dicĕret Caeciliam Metelli, cum vellet sororis suae filiam in matrimonium collocare, exisse in quoddam sacellum ominis capiendi causā, quod fiĕri more veterum solebat. Cum virgo staret et Caecilia in sella sederet neque diu ulla vox exstitisset, puellam defatigatam petivisse a matertera, ut sibi concederet, paulisper ut in eius sella requiesceret; illam autem dixisse: «Vero, mea puella, tibi concedo meas sedes». Quod omen res consecuta est; ipsa enim brevi mortua est, virgo autem nupsit ei, cui Caecilia nupta fuĕrat (= erat).
Ho sentito Lucio Fiacco, flamine marziale, raccontare che Cecilia (moglie) di Metello, volendo dare in sposa la figlia di sua sorella, si recò in un certo tempietto per ricevere un presagio, cosa che soleva avvenire secondo il costume degli antichi. (Riferiva che) mentre la fanciulla stava in piedi e Cecilia sedeva su una sedia e per molto tempo non si era sentita alcuna voce, la fanciulla, stanca, abbia chiesto alla zia materna se le consentiva di riposare un pò sulla sua sedia; quella invero abbia risposto: "Certo, fanciulla mia, ti lascio 11 mio posto". E quel presagio si avverò; la stessa, infatti, morì dopo poco tempo, la fanciulla quindi sposò colui al quale Cecilia era stata sposata.
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Quae civitas umquam fuit, non dico Atheniensium qui satis late quondam mare tenuisse dicuntur, non Carthaginiensium qui permultum classe maritimisque rebus valuerunt, non Rhodiorum quorum usque ad nostram memoriam disciplina navalis et gloria remansit, quae civitas umquam tam tenuis, quae tam parva insula fuit, quae non portus suos et agros atque oras maritimas per se ipsam defenderet? At hercle ille populus Romanus, cuius usque ad nostram memoriam nomen invictum in navalibus pugnis permanserat, commeatus suos a praedonibus impediri atque intercludi iam diutius passus est. Nos, quorum maiores Antiochum regem classe superaverunt, omnibusque navalibus pugnis Carthaginienses, homines in maritimis rebus paratissimos exercitatissimosque, vicerunt, nos, qui antea non modo Italiani tutam habebamus sed omnes socios salvos praestare poteramus, nos diutius oris maritimis Italiae ac portubus nostris caruimus (non abbiamo potuto usufruire).
Quale città è mai esistita - non parlo di Atene, il cui impero marittimo si dice sia stato un tempo abbastanza vasto, né di Cartagine, molto potente nella flotta e nelle attività marittime, né Rodi, la cui maestria ed il cui valore in mare è stato tramandato fino a noi -quale città è mQuale città è mai esistita - non parlo di Atene, il cui impero marittimo si dice sia stato un tempo abbastanza vasto, né di Cartagine, molto potente nella flotta e nelle attività marittime, né Rodi, la cui maestria ed il cui valore in mare è stato tramandato fino a noi - quale città è mai esistita tanto debole e tanto insignificante da non saper difendere per proprio conto i suoi porti, i suoi campi ed una parte delle sue regioni e del suo litorale? Ma, per Ercole, per anni interi, prima della legge Gabinia, il popolo romano, della cui invincibilità per mare è giunta la fama sino a noi, è stato privato non solo di una grande parte, io direi della più grande, di proventi, ma anche della sua dignità e del suo impero. I nostri antenati superarono con la loro flotta il re Antioco e Perseo, vinsero in tutte le battaglie navali i Cartaginesi, uomini dotati di una grandissima esperienza sul mare ed assai equipaggiati, e noi che prima non solo avevamo l'Itlaia sicura ma potevamo soccorrere tutti gli alleati noi non abbiamo potuto usufruire più a lungo delle coste marittime italiane e dei nostri porti
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Testo latino: Quis enim nostrum ignorat ita naturam tulisse ut quodam tempore homines, nondum neque naturali neque civili iure descripto, fusi per agros ac dispersi vagarentur, tantumque haberent quantum manu ac viribus per caedem ac vulnera aut eripêre aut retinëre potuissent? Qui igitur primi virtute et consilio praestanti exstiterunt, ii, perspecto genere humanae docilitatis atque ingenii, dissipatos unum in locum congregarunt, eosque ad mansuetudinem transduxerunt. Tum res ad communem utilitatem, quas publicas appellamus, tum conventicula hominum, quae postea civitates nominatae sunt, tum domicilia coniuncta, quas urbes dicimus, invento et divino iure et humano, moenibus saepserunt. Atque inter hanc vitam perpolitam humanitate et illam immanem nihil tam interest quam ius atque vis. Si horum utro uti nolimus, altero est utendum. Vim volumus exstingui? Ius valeat necesse est, id est iudicia, quibus omne ius continetur. Iudicia displicent aut nulla sunt? Vis dominetur necesse est.
Chi di noi infatti ignora che la natura aveva voluto che un tempo gli uomini, quando non era stata scritta ancora né una legge naturale né una civile, erravano sparsi e dispersi per i campi, e avevano tanto quanto avevano potuto o sottrarre o risparmiare con le loro mani e con le loro forze, con il sangue e con le ferite? Coloro che risultano primi in valore e nel prestare consiglio, quelli che, compresa la faccenda dell'umana facilità di imparare e dell'intelligenza, radunarono i dispersi in un solo luogo e li addomesticarono. Questi circondarono con mura, stabilita una legge sia divina che umana, sia le case per un'utilità comune, che chiamiamo pubbliche, sia le associazioni di uomini, che in seguito furono chiamate cittadinanze, sia le case unite (agglomerati di case), che chiamiamo città. E tra questa vita raffinata con l'educazione e quella bestiale non vi è alcuna differenza quanta non ve ne è tra la legge e la forza (come tra legge e forza). Se non vogliamo servirci dell'una, dobbiamo servirci dell'altra. Vogliamo che la violenza sia annientata? è necessario che prevalga la giustizia, cioè le sentenze sulle quali si fonda ogni diritto. Le sentenze non accontentano o non valgono nulla? È necessario che sia eliminata la violenza
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Temporibus hibernis, ad magnitudinem frigoris et tempestatum vim ac fluminum, praeclarum hoc sibi remedium (Verres) comparaverat: urbem Syracusas elegerat, cuius talis status atque natura esse loci caelique dicitur, ut nullus umquam dies tam magna ac turbulenta tempestate fuerit, quin aliquo tempore eius diei solem homines viderint. Hic ita vivebat iste bonus imperator hibernis mensibus, ut eum non facile non modo extra tectum, sed ne extra lectum quidem quisquam videret. Cum autem ver esse coeperat – cuius initium iste non a Favonio neque ab aliquo astro notabat, sed, cum rosam viderat, tum incipëre ver arbitrabatur – dabat se labori atque itineribus; in quibus eo usque se praebebat patientem atque impigrum, ut nemo umquam in equo sedentem viderit. Nam, ut mos fuit Bithyniae regibus, lecticá ferebatur, in qua pulvínus erat perlucïdus, rosa fartus; ipse autem coronam habebat unam in capite, alteram in collo, reticulumque ad nares sibi admovebat tenuissimo lino, plenum rosae. Sic confecto itinere, cum ad aliquod oppidum venerat, eádem lecticá usque in cubiculum deferebatur.
Nel periodo invernale aveva escogitato per sé questo magnifico rimedio contro il rigore del freddo e alla violenza dei venti e dei fiumi: aveva scelto la città di Siracusa, di cui si dice, il sito e la natura del luogo e la qualità del cielo esser tale che non ci fu mai giorno tanto torbido e nuvoloso, che in qualche parte di esso non si vedesse il sole. Qui questo eccellente generale trascorreva la sua vita nei mesi invernali, in modo tale che era difficile vederlo non solamente fuori di casa, ma fuori del letto. Quando poi la primavera era iniziata - il cui inizio egli non riconosceva dal Favonio né da un altro vento ma quando aveva visto una rosa allora riteneva che la primavera cominciasse - si consacrava alla fatica ed ai viaggi; ed in quei viaggi si dimostrava pazientemente attivo al punto che mai nessuno lo vide seduto a cavallo. Infatti, sull' esempio dei re di Bitinia, veniva trasportato da una lettiga, nella quale vi era un cuscino trasparente riempito di rose; egli stesso poi aveva una corona sul capo, un' altra al collo, si portava al naso una reticella di lino finissimo, piena di rose. Dopo un cammino siffatto, come arrivava in una qualche città, con la stessa lettiga veniva portato nella camera da letto.
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Hunc hominem ego non diligam? Non admirer? Non omni ratione eum defendendum esse putem? Atque sic a summis hominibus eruditissimisque accepimus, ceterarum rerum studia et doctrina et praeceptis et arte constare; poetam natura ipsa valere, et mentis viribus excitari, et quasi divino quodam spiritu inflari. Qua re suo iure noster ille Ennius sanctos appellat poetas, quod quasi deorum aliquo dono atque munere nobis commendati esse videantur. Sit igitur, iudices, sanctum apud vos, humanissimos homines, hoc poetae nomen, quod nulla umquam barbaria violavit. Saxa et solitudines voci repondent, bestiae saepe immanes cantu flectuntur atque consistunt: nos, instituti rebus optimis, non poetarum voce moveamur? Colophonii dicunt Homerum civem esse suum, Chii suum vindicant, Salaminii repetunt, Smyrnaei vero suum esse confirmant, itaque etiam delubrum eius in oppido dedicaverunt: permulti alii praeterea pugnant inter se atque contendunt. Ergo ili alienum, quia poeta fuit, post mortem etiam expetunt: nos hunc vivum, qui et voluntate et legibus noster est, repundiabimus?
Non apprezzerò quest'uomo? Non lo ammirerò? non dovrei ritenere che (sia) da difendere ad ogni costo?Ma così abbiamo appreso da uomini eccelsi e anche di grandissima cultura che gli studi delle altre discipline sono fatti sia di dottrina, sia di regole, sia di tecnica; il poeta vale per il suo stesso modo di essere, è animato da forza intellettiva, è come pervaso da uno spirito divino, il poeta è invaso da un certo quale spirito divino. Per tale motivo giustamente quell'Ennio definisce sacri i poeti perché ci pare che essi ci siano stati concessi quasi come una specie di dono e favore degli dei. Per voi, dunque, o giudici, uomini umanissimi, sia sacro questo nome di poeta, che nessuna barbarie ha mai oltraggiato. Le rupi e le solitudini fanno eco alle (loro) voci, le più spaventose belve spesso dal (loro) canto vengono placate e si fermano; noi, educati alle migliori discipline, non saremo commossi dalla voce dei poeti? I Colofoni dicono che Omero era loro concittadino, gli abitanti di Chio (lo) rivendicano come loro, i Salamini (lo) reclamano, gli abitanti di Smirne assicurano che è proprio loro, così nella città hanno consacrato anche un suo tempio: moltissimi altri inoltre discutono tra loro e sono in contesa. Quindi quelli (illi), anche dopo la sua morte, rivendicano per sé uno straniero, perché è stato un poeta: noi rifiuteremo questo che è vivo, che per (sua) volontà e per le leggi (è) nostro?
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