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Inizio: "Cum Haluntium venisset praetor laboriosus et diligens, ipse in oppido noluit accedere..." Fine: "...extorqueri alia e manibus mulierem, effringi multorum fores, revelli claustra. "
Quando il laborioso ed infaticabile pretore arrivò ad Alunzio, non volle entrare n città perché la salita era scomoda e scoscesa, ordinò di chiamare Arcagato, cittadino di Alunzio, uomo tra i più famosi non solo nella sua città, ma in tutta la Sicilia. Gli diede l'incarico che qualsiasi cosa ci fosse ad Alunzio di argento cesellato o anche qualcosa di vasi di Corinzio, subito portasse tutto ciò dalla città sulla riva del mare. Arcagato risalì in città. Uomo nobile, che voleva essere amato e stimato dai suoi, mal sopportava quell'ncarico datogli da costui, e non sapeva che fare; rende noto eia che gli è stato ordinato; ordina che tutti tirino fuori ciò che hanno. La paura era enorme; infatti lo stesso tiranno non si allontanava; sdraiato sulla lettiga aspettava presso il mare, ai piedi della città, Arcagato e l'argento.
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Inizio: "Cum plerique arbitrentur res bellicas maiores esse quam urbanas..." Fine: "... quin etiam ob has ipsas causas et parentiores habuerunt exercitus et fortiores. "
Generalmente si crede che le imprese di guerra abbiano maggior importanza che le opere di pace: questa opinione deve essere corretta. E' ben vero che molti, in ogni tempo, cercarono occasioni di guerra per solo desiderio di gloria, e ciò per lo più accade in persone di grande animo e di grande ingegno, tanto più se hanno attitudine all'arte militare e istintivo desiderio di guerreggiare; ma, se vogliamo giudicare secondo verità, la storia ci offre molti esempi azioni civili ancor più grandi e più belle delle imprese guerresche. Si lodi pure a buon diritto Temistocle; sia pure il suo nome più illustre di quello di Solone, e si chiami Salamina a testimonianza d'una famosissima vittoria, per anteporla al provvedimento col quale Solone per la prima volta istituì l'Areopago; ma questo provvedimento è da giudicarsi non meno luminoso di quella vittoria: questa non giovò che una sola volta, quello invece gioverà in ogni tempo allo Stato. E' questo consesso che custodisce le leggi d'Atene; è questo che preserva le istituzioni degli avi E mentre Temistocle non potrebbe vantarsi d'aver giovato in nulla all'Areopago, Solone avrebbe invece ogni ragion di dire che egli giovò a Temistocle, in quanto la guerra fu condotta per consiglio di quel senato che Solone aveva istituito. Lo stesso può dirsi di Pausania e di Lisandro, le cui imprese, pur avendo ampliato, come si crede, l'impero agli Spartani, tuttavia non si possono neppure lontanamente paragonare con le leggi e gli ordinamenti di Licurgo; anzi, proprio in virtù di questi, essi ebbero eserciti più disciplinati e più agguerriti.
Nuovo le ragioni del latino volume 2 pagina 193 numero 600
Sed cum plerique arbitrentur res bellicas maiores esse quam urbanas, minuenda est haec. .
Generalmente si crede che le imprese di guerra abbiano maggior importanza che le opere di pace: questa opinione deve essere corretta. È ben vero che molti, in ogni tempo, cercarono occasioni di guerra per solo desiderio di gloria, e ciò per lo più accade in persone di grande animo e di grande ingegno, tanto più se hanno attitudine all'arte militare e istintivo desiderio di guerreggiare; ma, se vogliamo giudicare secondo verità, la storia ci offre molti esempi di azioni civili ancor più grandi e più belle delle imprese guerresche. Si lodi pure a buon diritto Temistocle; sia pure il suo nome più illustre di quello di Solone, e si chiami Salamina a testimonianza d'una famosissima vittoria, per anteporla al provvedimento col quale Solone per la prima volta istituì l'Areopago; ma questo provvedimento è da giudicarsi non meno luminoso di quella vittoria: questa non giovò che una sola volta, quello invece gioverà in ogni tempo allo Stato. È questo consesso che custodisce le leggi d'Atene; è questo che preserva le istituzioni degli avi.
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Inizio: C. Caesar adulescens, paene potius puer, incredibili ac divina quadam mente atque virtute, cum maxime furor arderet Antoni Fine: cui tandem nostrum aut cui omnino bono pepercisset?
Caio Giulio Cesare, adolescente, o piuttosto (ancor) quasi un fanciullo, di un intelletto incredibile e, per così dire, prodigioso, quando l'insania di Antonio divampava al massimo grado e si paventava il suo ritorno da Brindisi crudele e funesto, senza che noi ne avanzassimo richiesta o lo pensassimo o neppure lo invocassimo, dal momento che si pensava di non poterlo realizzare, costui allestì un esercito invincibile di soldati dall'insuperabile categoria dei veterani dilapidando per questo motivo il proprio patrimonio: per quanto dovrei correggere il vocabolo al quale ho dovuto fare ricorso; in effetti non lo dilapidò: lo mise a disposizione per la salvezza dello Stato. E benché non sia possibile dimostrargli tanta gratitudine quanta gli è dovuta, tuttavia è doveroso domostrare tutta quella gratitudine che il nostro animo può concepire. In effetti chi è tanto all'oscuro della situazione, chi tanto disinteressato dello Stato, il quale non si renda conto di questo, che se M. Antonio, partendo da Brindisi, avesse potuto giungere a Roma con intenzioni minacciose, forte di quelle truppe di cui riteneva di poter acquisire la disponibilità, non avrebbe rinunziato a nessun atto di crudeltà? Perché Antonio era colui che a Brindisi aveva dato l'ordine di massacrare, sotto lo stesso tetto di chi l'ospitava, i più valorosi soldati e i più ragguardevoli cittadini, il cui sangue, mentre spiravano ai suoi piedi, - come è noto - era andato a schizzare fin sul volto della moglie! Quando, l'anima imbevuta di tali atrocità, fosse giunto a Roma inferocito contro tutti i buoni cittadini assai più che con quegli altri che pur aveva trucidato, qual'era fra noi il senatore, quale in generale il galantuomo che Antonio avrebbe risparmiato?
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Inizio: Sacrarium Cereris est apud Catinensis eadem religione qua Romae, qua in ceteris locis, qua prope in toto orbe terrarum. Fine: Itur in consilium; servus ille innocens omnibus sententiis absolvitur, quo facilius vos hunc omnibus sententiis condemnare possitis da Cicerone
Gli abitanti di Catania hanno un sacrario di Cerere che nella loro città gode di un culto uguale a quello che gli è tributato a Roma e in tutte le altre località e, si può dire, in tutto quanto il mondo. Nella parte più interna di quel sacrario si trovava un'antichissima statua di Cerere, che le persone di sesso maschile non solo non conoscevano nel suo aspetto fisico, ma di cui ignoravano persino l'esistenza. Infatti a quel sacrario gli uomini non possono accedere: la consuetudine vuole che la celebrazione dei riti sacri avvenga per mezzo di donne sia maritate che nubili. Di notte e di nascosto gli schiavi di Verre portarono via questa statua da quel luogo dove la solennità del culto risaliva alla più veneranda antichità. Il giorno dopo le sacerdotesse di Cerere e le sovrintendenti di quel santuario, donne piuttosto anziane di specchiata virtù e di famiglia illustre, denunciano l'accaduto alle autorità di Catania. A tutti il fatto appariva doloroso, vergognoso, un vero e proprio lutto cittadino. Allora Verre, vivamente preoccupato dell’enormità del fatto, vuole allontanare da sé il sospetto di quell’azione scellerata e dà a un suo ospite l’incarico di trovare un accusato di comodo e di farlo condannare sotto quell'imputazione per non esserne imputato proprio lui. Senza frapporre tempo in mezzo, appena partito Verre da Catania, viene denunciato uno schiavo; segue regolare incriminazione nonché produzione di falsi testimoni a carico. In base alle leggi catanesi il giudizio era affidato al consiglio riunito al completo. Vengono citate le sacerdotesse e interrogate in udienza a porte chiuse sull'accaduto e sulle modalità del furto. Rispondono di aver visto nel tempio degli schiavi del governatore. La cosa, anche se già da prima non era oscura, in seguito alla deposizione delle sacerdotesse si fece subito chiarissima. Si passa alla votazione, e quello schiavo innocente viene assolto all'unanimità perché sia più facile a voi emettere all'unanimità sentenza di condanna a carico di questo nostro imputato.
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Sed in ore sunt omnia, in eo autem ipso dominatus est omnis oculorum; quo melius nostri illi senes, qui personatum ne Roscium quidem magno opere laudabant; animi est enim omnis actio et imago animi vultus, indices oculi: nam haec est una pars corporis, quae, quot animi motus sunt, tot significationes possit efficere; neque vero est quisquam qui eadem conivens efficiat. Theophrastus quidem Tauriscum quendam dicit actorem aversum solitum esse dicere, qui in agendo contuens aliquid pronuntiaret. Qua re oculorum est magna moderatio; nam oris non est nimium mutanda species, ne aut ad ineptias aut ad pravitatem aliquam deferamur; oculi sunt, quorum tum intentione, tum remissione, tum coniectu, tum hilaritate motus animorum significemus apte cum genere ipso orationis; est enim actio quasi sermo corporis, quo magis menti congruens esse debet; oculos autem natura nobis, ut equo aut leoni saetas, caudam, auris, ad motus animorum declarandos dedit, qua re in hac nostra actione secundum vocem vultus valet; is autem oculis gubernatu
Ma tutto si concentra nel volto, e in esso il dominio assoluto è degli occhi; per questo agivano meglio i nostri antenati, che non erano entusiasti di un attore mascherato, fosse pure Roscio: i gesti infatti sono l'espressione dell'animo; specchio dell'animo è il volto e gli occhi ne sono gli interpreti: infatti questa è la sola parte del corpo che possa esprimere tanti atteggiamenti diversi quanti sono i sentimenti dell'animo; e in verità non c'é nessuno che possa esprimere i medesimi sentimenti con gli occhi chiusi. Teofrasto ci tramanda che un certo attore Taurisco soleva parlare con le spalle rivolte al pubblico, perché nella rappresentazione recitava tenendo fisso lo sguardo su un punto. Per questo conta molto sapere regolare lo sguardo: si debbono evitare i forti mutamenti del viso, per non cadere in atteggiamenti sconvenienti o in smorfie; è con gli occhi che noi esprimiamo i sentimenti dell'animo, guardando ora fisso, ora con mitezza, ora con severità, ora con letizia, in pieno accordo col tono del discorso; i gesti sono, per dir cosi, il linguaggio del corpo, e per questo debbono aderire strettamente al nostro pensiero; in quanto agli occhi, la natura ce li ha dati, perché potessimo esprimere i sentimenti del nostro animo, come ha dato al cavallo o al leone le setole, la coda e le orecchie; perciò nel nostro gestire, dopo la voce è il volto che conta: il volto poi è governato dagli occhi.