- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Omnia ita a natura facta sunt ut nihil eorum supervacuum sit, nihil ad vitam retinendam non necessarium. Dedit enim natura beluis et sensum et appetitum, ut appetitum haberent ad naturalia pabula capienda et secernerent pestifera a salubribus. Iam vero alia animalia gradiendo, alia serpendo ad pastum accedunt, alia volando, alia nando; partim cibum oris hiatu et dentibus ipsis capessunt, partim unguium tenacitate arripiunt, partim aduncitate rostrorum; alia denique sugunt, alia vorant, alia mandunt. Sic a dissimillimis bestiolis communiter cibus quaeritur.
così ogni cosa è stata fatta dalla natura affinché non ci sia nulla di superfluo e nulla di necessario per condurre la (propria) vita. E se la natura ha concesso alle fiere una sensibilità ed un istinto lo ha fatto perché esse per l'una fossero naturalmente portate a desiderare i cibi ad esse congeniali ed in grazia dei secondo fossero in grado di distinguere ciò che nuoce da ciò che giova. E non basta ancora. Ci sono animali che si accostano al cibo camminando, altri strisciando, altri volando, altri ancora a nuoto, e mentre una parte di essi mangia il cibo spalancando la bocca e afferrandolo coi denti, altri lo strappa con la forza delle unghie o servendosi di un becco adunco. C'è chi succhia, chi bruca, chi mastica, chi divora. Ci sono animali la cui bassa statura permette loro di afferrare facilmente col muso il cibo sparso per terra. Così comunemente il cibo viene richiesto dalle bestiole.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Ad summas atque incredibiles occupationes meas accedit quod nullam a me soleo epistulam ad te sinere sine argumento ac sententia pervenire. Et primum tibi, ut aequum est civi amanti patriam, quae sint in re publica, exponam: deinde, quoniam tibi amore nos proximi sumus, scribemus etiam de nobis ea, quae scire te non nolle arbitramur. Atque in re publica nunc quidem maxime Gallici belli versatur metus. Nam Haedui fratres nostri pugnam nuper malam pugnarunt et Helvetii sine dubio sunt in armis excursionesque in provinciam faciunt. Senatus decrevit ut consules duas Gallias sortirentur, dilectus haberetur, legati mitterentur, qui adirent Galliae civitates darentque operam ne eae se cum Helvetiis coniungerent.
Ai miei pesanti ed immensi impegni si aggiunge il fatto che non ho l'abitudine di lasciare arrivare a te alcuna mia priva di contenuto e di pensiero. E dunque, in primo luogo racconterò a te, come è giusto a un cittadino amante della patria, le cose che avvengono nella repubblica: in secondo luogo, poiché noi siamo vicini a te con amore, scriveremo anche riguardo a noi queste cose che riteniamo tu voglia sapere. E certamente ora nella repubblica si trova soprattutto il timore per la guerra gallica. Infatti gli Edui, nostri alleati, hanno recentemente subìto una disfatta (hanno combattuto una battaglia perduta) e gli Elvezi sono senza dubbio alle armi e fanno scorrerie nella Provincia. Il Senato stabilì che i consoli ricevessero in sorte le due Gallie, che si facesse un arruolamento, che fossero mandati degli ambasciatori a visitare le popolazioni della Gallia e a fare in modo che quelle non si alleassero con gli Elvezi.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Prepotenze di Verre
Autore: Cicerone
Etiam Lipara, tam parva civitas, in insula inculta tenuique posita, Verres, praedae tibi et quaestui fuit. Quid? Halicyenses, qui agros immunes habent, nonne Turpioni, servo suo, sestertium quindecim milia dare coacti sunt? Si probare posses haec ad servos tuos lucra venisse, nihil te attigisse, tamen hae pecuniae, per vim atque iniuriam tuam ereptae, tibi damnationi esse deberent. Cum vero hoc nemini persuadere possis, te tam amentem fuisse ut Turpionem tuo periculo divitem fieri velles, quis dubitat quin haec tibi omnia pecunia quaesita sit? "Sed- dicet aliquis- cum de Siculis male mereretur, cives Romanos in Sicilia habitantes coluit, iis indulsit, eorum voluntati et gratiae deditus fuit!". Iste cives Romanos? At nullis inimicior aut infestior fuit!
Anche Lipari O Verre città tanto piccola, situata in un 'isola incolta e stretta, è stata per te una preda e fonte di guadagno. Che cosa? Non è vero forse che gli abitanti di Alicia, i quali possiedono campi liberi da imposte, furono costretti a dare a Turpione, suo schiavo, quindicimila sesterzi? Qualora potessi provare che questi profitti passarono ai tuoi schiavi, e che tu non toccasti nulla, tuttavia queste ricchezze, sottratte, ingiustamente con la forza dovrebbero essere per te causa di condanna
Non potendo in realtà convincere nessuno di ciò, del fatto che tu fosti così pazzo da volere che Turpione, a tuo rischio, divenisse ricco del tuo rischio, chi dubita che tu abbia tutte queste cose, chiesta la somma di denaro? tutto questo denaro non sia stato chiesto per te ?
Qualcuno dirà-"ma mentre si comportava male nei riguardi dei Siciliani, onorò trattớ bene i cittadini romani che abitavano in Sicilia, fu indulgente premuroso servizievole con loro, e fu dedito alla loro volontà e al loro perdono!
Costui protettore dei cittadini romani? Ma al contrario non fu più nemico ed infesto di nessuno!
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Herculis templum est apud Agrigentinos non longe a foro, sane sanctum apud illos et religiosum. Ibi est ex aere simulacrum ipsius Herculis, quo non facile dixerim quicquam me vidisse pulchrius--tametsi non tam multum in istis rebus intellego quam multa vidi--usque eo, iudices, ut rictum eius ac mentum paulo sit attritius, quod in precibus et gratulationibus non solum id venerari verum etiam osculari solent. Ad hoc templum, cum esset iste Agrigenti, duce Timarchide repente nocte intempesta servorum armatorum fit concursus atque impetus. Clamor a vigilibus fanique custodibus tollitur; qui primo cum obsistere ac defendere conarentur, male mulcati clavis ac fustibus repelluntur. Postea convulsis repagulis ecfractisque valvis demoliri signum ac vectibus labefactare conantur. Interea ex clamore fama tota urbe percrebruit expugnari deos patrios, non hostium adventu necopinato neque repentino praedonum impetu, sed ex domo atque ex cohorte praetoria manum fugitivorum instructam armatamque venisse. Nemo Agrigenti neque aetate tam adfecta neque viribus tam infirmis fuit qui non illa nocte eo nuntio excitatus surrexerit, telumque quod cuique fors offerebat arripuerit. Itaque brevi tempore ad fanum ex urbe tota concurritur. Horam amplius iam in demoliendo signo permulti homines moliebantur; illud interea nulla lababat ex parte, cum alii vectibus subiectis conarentur commovere, alii deligatum omnibus membris rapere ad se funibus. Ac repente Agrigentini concurrunt; fit magna lapidatio; dant sese in fugam istius praeclari imperatoris nocturni milites. Duo tamen sigilla perparvula tollunt, ne omnino inanes ad istum praedonem religionum revertantu
C'è un tempio di Eracle presso gli abitanti di agrigento, non lontano dal foro ragionevolmente santo presso di loro e venerato. Lì c'è la statua dello stesso Ercole, del quale non potrei dire facilmente di aver visto qualcosa di più bello, sebbene in tali cose non capisco tanto quanto (necessiterebbero) le molte cose che vidi, fino al punto che, o giudici, la apertura della bocca e il mento sono un pò logorati, poiché gli Argentini non solo sono abituati a venerare nelle preghiere e nei ringraziamenti ma anche a baciare. Si leva un grido dalle guardie e dai custodi del tempio; e questi dapprima quando tentano di opporsi e difendere (il tempio), sono respinti malmenati con clave e fruste. Successivamente, forzate le porte, tentano di tirar giù la statua e abbatter(la) con le leve. Frattanto a causa del rumore si diffuse in tutta la città la notizia che gli dei patrii erano presi d’assalto, non per l’avvento inaspettato di nemici e non per un improvviso assalto di briganti, ma che era venuto dalla casa e dalla coorte del pretore un manipolo di fuggiaschi pronto ed armato. nessuno ad Agrigento fu di età così avanzata né di forze così deboli, che quella notte spronato da quella notizia non si alzò e non afferrò l’arma che a ognuno veniva offerta dal caso. E così in poco tempo si accorre al tempio dalla città tutta. Nel tirar giù la statua moltissimi uomini si affaticavano già da più di un’ora; e quella intanto non vacillava da nessuna parte, pur tentando gli uni di smuoverla con le leve messe sotto, gli altri di trascinarla, dopo averla legata da tutte le parti, verso sé con funi. E all’improvviso accorrono gli Agrigentini; viene fatta una violenta sassaiola; si danno alla fuga i militari notturni di codesto glorioso imperatore. tuttavia rubano due statuettte per non ritornare a casa dal padrone completamente a mani vuote.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
M. MARCELLUS CLARUM ET MEMORABILE PIETATIS EXEMPLUM IN SYRACUSARUM OBSIDIONE PRAEBUIT. CUIUS VIRTUTEM HOSTES, MISERICORDIAM SYRACUSANI, FIDEM CETERI SICULI PERSPEXERUNT. CUM VI CONSILIOQUE CEPISSET SYRACUSAS, PULCHERRIMAM URBEM, NON TOLERAVIT MILITES EAM POPULARI, SED INCOLUMEN SERVAVIT, UT ILLA URBS MONUMENTUM MANSUETUDINIS CONTINENTIAEQUE VICTORIS ESSET. INGRESSO MARCELLO IN URBEM CUM OMNIBUS COPIIS, SYRACUSANI, NOVO ARDORE AC STUDIO A ARMA CONCURRERUNT, UT URBI AUXILIUM PRAEBERENT. SED FRUSTRA: NAM OMNES VIAE OMNIAQUE LOCA IAM MILIIBUS
M. Marcello detto un famoso e memorabile esempio di pietà a Siracusa durante l'assedio. I nemici riconobbero la sua virtù, i Siracusani la misericordia, tutti gli altri Siciliani la sua lealtà. Avendo conquistato con la forza Siracusa, città bellissima, non tollerò che i militari la devastassero ma preservò l'incolumità affinché quella città fosse l'emblema della clemenza e della temperanza del vincitore. Entrato Marcello nella città con tutte le truppe, i Siracusani, con singolare entusiasmo e fervore corsero incontro in battaglia per la difesa, per offrire aiuto alla città. Ma invano: infatti tutte le strade e ogni luogo erano già pieni di soldati romani. Narrano che Marcello, con gli occhi dai luoghi più alti vide una bellissima città sottostante, piangendo in parte per la gioia di tante vittorie, in parte per l'antica gloria della città. Perciò, la volonta i riguardare la cultura per la lode del popolo romano, non distrusse ne estinse tutti gli edifici sia pubblici che privati, sia sacri che profani, ma con l'esercito difese affinché non fosse distrutta.