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Nam rex ille de quo loquor, primum optimi regis caede maculatus integra so mente non erat, et cum metueret ipse poenam sceleris sui summam, metui se volebat; deinde victoriis divitiisque subnixus exultabat insolentia, neque suos mores regere poterat neque suorum libidines. itaque cum maior eius filius Lucretiae Tricipitini filiae Conlatini uxori vim attulisset, mulierque pudens et nobilis ob illam iniuriam sese ipsa morte multavisset, tum vir ingenio et virtute praestans L. Brutus depulit a civibus suis iniustum illud durae servitutis iugum. qui cum privatus esset, totam rem publicam sustinuit, primusque in hac civitate docuit in conservanda civium libertate esse privatum neminem. quo auctore et principe concitata civitas et hac recenti querella Lucretiae patris ac propinquorum, et recordatione superbiae Tarquinii multarumque iniuriarum et ipsius et filiorum, exulem et regem ipsum et liberos eius et gentem Tarquiniorum esse iussit.
Il re di cui parlo infatti, macchiato dall'assassinio d'un ottimo re, non aveva la testa a segno e, mentre temeva di dover pagare il fio del suo delitto, avrebbe voluto che lo si temesse. Poi, eccitato dalle vittorie e dalle ricchezze, s'abbandonava ad una sfrenata insolenza e non sapeva più governare né i propri atti né i propri appetiti. Avendo il suo maggior figliuolo fatto violenza a Lucrezia, figlia di Tricipitino e moglie di Collatino, ed essendosi questa casta e nobile donna punita con la morte per l'ingiuria patita, un uomo d'ingegno e di virtù singolari, L. Bruto, liberò i concittadini dall'ingiusto giogo di quella dura schiavitù. E non essendo che un privato, seppe reggere tutto lo Stato e primo insegnò al nostro popolo come, quando si tratti di salvare la pubblica libertà, ognuno possa diventare uomo pubblico. Per il suo consiglio, sotto la sua guida, la città fremente e per i lamenti del padre di Lucrezia e dei parenti e per il ricordo della superbia di Tarquinio e delle molte offese sue e dei figli, volle che il re stesso e I figli e tutta la razza dei Tarquini fossero cacciati in esilio.
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M. Tulli, quid agis? Tune eum, quem esse hostem comperisti, quem ducem belli futurum vides, quem expectari imperatorem in castris hostium sentis, auctorem sceleris, principem coniurationis, evocatorem servorum et civium perditorum, exire patiere, ut abs te non emissus ex urbe, sed immissus in urbem esse videatur? Nonne hunc in vincla duci, non ad mortem rapi, non summo supplicio mactari imperabis? Quid tandem te impedit? mosne maiorum? At persaepe etiam privati in hac re publica perniciosos cives morte multarunt. An leges, quae de civium Romanorum supplicio rogatae sunt? At numquam in hac urbe qui a re publica defecerunt civium iura tenuerunt. An invidiam posteritatis times? Praeclaram vero populo Romano refers gratiam, qui te, hominem per te cognitum nulla commendatione maiorum tam mature ad summum imperium per omnis honorum gradus extulit, si propter invidiam aut alicuius periculi metum salutem civium tuorum neglegis". Sed, si quis est invidiae metus, non est vehementius severitatis ac fortitudinis invidia quam inertiae ac nequitiae pertimescenda. An, cum bello vastabitur Italia, vestabuntur urbes, tecta ardebunt tum te non existumas invidiae incendio conflagraturum?"
Marco Tullio, che cosa fai? Permetterai che costui, che hai scoperto essere un nemico, che vedi che sarà il comandante della guerra, che senti esser atteso come comandante nell’accampamento nemico, autore della scelleratezza, capo della congiura, istigatore di schiavi e di cittadini disperati, se ne vada via, affinché sembri che non sia stato espulso per opera tua dalla città, ma sia stato mandato contro la città? Non è forse vero che ordinerai che questo sia condotto in prigione, che sia messo a morte, che sia punito con la massima pena? Che cosa insomma ti ostacola? L’usanza degli antenati? Tuttavia molto spesso anche dei cittadini privati hanno condannato a morte, in questa repubblica, dei pericolosi cittadini. Oppure (lo impediscono) le leggi che furono presentate sulla pena dei cittadini romani? Ma mai in questa città coloro che si allontanarono dalla repubblica mantennero i diritti civili. Oppure temi l’ostilità dei posteri? In verità nutri molta riconoscenza verso il popolo romano che ben presto hanno innalzato te, uomo conosciuto per te stesso senza nessuna raccomandazione degli antenati, ai vertici del potere, attraverso tutti i gradi delle magistrature, se a causa dell’invidia o della paura di qualche pericolo non curi la salvezza dei tuoi cittadini”. Ma se c’è il timore della riprovazione, la condanna morale della severità e della durezza non è da temere in misura maggiore della riprovazione dell’ inerzia e della inettitudine. O forse, quando l’Italia sarà devastata dalla guerra, quando saranno devastate le città, quando bruceranno le case, non ritieni che rimarrai coinvolto nell’incendio della riprovazione?
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Si vos valetis, nos valemus. Vestrum iam consilium est, non solum meum, quid sit vobis faciendum. Si ille Romam modeste venturus est, recte in praesentia domi esse potestis; sin homo amens diripiendam urbem daturus est, vereor, ut Dolabella ipse satis nobis prodesse possit. Etiam illud metuo, ne iam intercludamur, ut, cum velitis exire, non liceat. Reliquum est, quod ipsae optime considerabitis, vestri similes feminae sintne Romae; si enim non sunt, videndum est, ut honeste vos esse possitis. Quomodo quidem nunc se res habet, modo ut haec nobis loca tenere liceat, bellissime vel mecum vel in nostris praediis esse poteritis. Etiam illud verendum est, ne brevi tempore fames in urbe sit. His de rebus velim cum Pomponio, cum Camillo, cum quibus vobis videbitur, consideretis, ad summam animo forti sitis: Labienus rem meliorem fecit; adiuvat etiam Piso, quod ab urbe discedit et sceleris condemnat generum suum
Mi auguro che la vostra salute sia buona: la mia è buona. La decisione da prendere riguarda ora voi e non me solo. Se egli (Cesare) giungerà a Roma con intendimenti miti, farete bene per ora a rimanere a casa; ma se, come un pazzo, lascerà la città in balia dei saccheggi, temo che nemmeno Dolabella basterebbe a proteggervi: e temo, per di più, che ad un certo momento le comunicazioni vengano interrotte e che, quando voleste partire, non ne avreste più la possibilità. Il partito migliore è quello di stare a vedere se le altre donne della vostra condizione rimangano a Roma. In caso negativo vedete un po’ se sia decoroso per voi restarvi. del resto, comunque vadano le cose, sol che io possa mantenere la mia situazione, voi potrete ottimamente stare con me o nelle nostre terre. Bisogna temere anche il pericolo che in città, fra poco, ci sia penuria di viveri. Vorrei che vi consigliaste in proposito con Pomponio, con Camillo, con tutti quelli che vi sembri bene; sopra tutto siate salde di spirito. L’arrivo di Labieno ha migliorato la situazione: altrettanto si può dire di Pisone perché abbandonando la città incrimina il proprio genero
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Hecatonem quidem Rhodium, discipulum Panaetii, video in iis libris, quos de officio scripsit Q. Tuberoni, dicere, sapientis esse nihil contra mores, leges, instituta facientem habere rationem rei familiaris. Neque enim solum nobis divites esse volumus, sed liberis, propinquis, amicis maximeque rei publicae. Singulorum enim facultates et copiae divitiae sunt civitatis. Huic Scaevolae factum, de quo paulo ante dixi, placere nullo modo potest. Etenim omnino tantum se negat facturum compendii sui causa, quod non liceat. Huic nec laus magna tribuenda nec gratia est. Sed sive et simulatio et dissimulatio dolus malus est, perpaucae res sunt, in quibus non dolus malus iste versetur, sive vir bonus est is, qui prodest quibus potest, nocet nemini, certe istum virum bonum non facile reperimus. Numquam igitur est utile peccare, quia semper est turpe, et, quia semper est honestum virum bonum esse, semper est utile.
Vedo che Ecatone di Rodi, discepolo di Panezio, nei libri scritti 'Sul dovere' e da lui dedicati a Quinto Tuberone, dice: "è proprio del sapiente curare il proprio patrimonio senza far nulla contro la morale, le leggi e le istituzioni. Non vogliamo, difatti essere ricchi solo per noi, ma per i figli, i parenti, gli amici e soprattutto per lo Stato. I beni e gli averi dei singoli costituiscono, infatti, le ricchezze della città". A costui non può assolutamente piacere il gesto di Scevola, che ho citato poco fa; difatti egli dice che non farebbe per suo profitto soltanto quello che non è permesso. A costui non bisogna concedere né lode né riconoscenza. Comunque, sia che la simulazione e la dissimulazione costituiscano frode, pochissime sono le azioni in cui non entri la frode; sia che uomo onesto sia colui che giova a chi può e non nuoce a nessuno, è certo che non possiamo trovare facilmente questo uomo onesto. Non è mai utile, dunque, cadere in fallo, perché è sempre disonesto, e, poiché è sempre onesto essere probi, è sempre utile.
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La patria ha bisogno di te!
versione latino Cicerone libro Juvenius 235
Si rei publicae interest te navare operam ad exstinguendas reliquas belli fine in laudis perpetuitate quan in praeturae celeritate ...
Se allo Stato interessa che tu presti la tua opera per soffocare i resti della guerra, sembra che tu non possa fare nulla di meglio né di più lodevole né di più onesto che anteporre co-desto tuo impegno alla candidatura per la pretura. Non voglio infatti che tu ignori quanto importi a tutti, e soprattutto a noi, che si abbia finalmente la pace. Molti uomini illustrissimi, pur prestando la loro opera allo Stato, non affrontarono l'anno della loro candidatura. Questo soprattutto importa per il tuo onore: che tu misuri ogni cosa con la dignità più che con l'ambizione e ponga maggior vantaggio nell'eternità della lode che nell'immediatezza della pretura.