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A summis hominibus eruditissimisque accepimus, poetam natura ipsa valere et mentis viribus excitari et quasi divino quodam spiritu inflari. Quare suo iure noster ille Ennius sancots appellat poetas, quod quasi deorum aliquo dono atque munere commendati nobis esse videantur. Sit igitur sanctum hoc poetae nomen, quod nulla umquam barbaria violavit. Saxa et solitudines voci respondent, bestiae saepe immanes cantu flectuntur atque consistunt; nos istituti rebus optimis, non poetarum voce moveamur? Homerum Colophonii civem esse dicunt suum, Chii suum vindicant, Salaminii repetunt, Smyrnaei vero suum esse confirmant: itaque etiam delubrum eius in oppido dedicaverunt; permulti alii praeterea pugnant inter se atque contendunt.
Ci è stato tramandato da uomini eccellenti e coltissimi, che il poeta trae il suo vigore dalla natura stessa ed è ispirato dalle forze del pensiero ed è animato da una sorta di ispirazione quasi divina. Per cui a buon diritto il nostro grande Ennio chiama i poeti sacri, poiché sembrano esserci stati concessi per così dire per dono e per favore degli dei. Questo nome di poeta dunque sia sacro, (nome) che mai nessuna barbarie riuscì a profanare. Le montagne e i deserti rispondono alla voce, spesso le belve feroci sono ammansite dal canto e si placano; noi educati nelle arti più nobili non dovremmo lasciarci smuovere dalla voce dei poeti? Gli abitanti di Colofone dicono che Omero è un loro concittadino, quelli di Chio lo rivendicano come loro, quelli di Salamina lo reclamano, quelli di Smirne assicurano che in verità è loro: pertanto gli dedicarono persino un tempio in città; moltissimi altri inoltre disputano tra loro e se lo contendono.
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Cicerone scherza
Autore: Cicerone
M. Cicero cum apud Damasippum cenaret et ille, mediocri vino posito, diceret: << Bibite Falernum hoc: annorum quadraginta est>>, << Bene, inquit, aetatem fert>>. Nec Q. Ciceroni fratri mordacitem pepercit. Nam cum in ea provincia, quam ille rexerat, vidisset clipeatam imaginem eius, ingentibus lineamentis usque ad pectus ex more pictam - erat autem Quintus ipse staturae parvae - ait: << Frater meus dimidius maior est quam totus>>.
M. Cicero (cenando) quando cenava da Damasippo e quando quello, servito un vino mediocre, diceva : " Bevete questo Falerno : è vecchio di quarant'anni, rispose: "sopporta bene (la sua età) l'età". Non risparmiò la mordacità al fratello Q. Cicerone. Infatti avendo visto in quella provincia che lui aveva amministrato, la sua immagine incisa su uno scudo con grandi lineamenti sempre dipinta al petto secondo consuetudine - era però lo stesso Quinto di piccola statura - disse: "Fratello, la mia metà e più grande di tutto (te stesso)
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Athenienses cum Persarum impetum nullo modo possent sustinere statuerentque ut, urbe relicta, coniugibus et liberis Troezene depositis, naves conscenderent libertatemque Graeciae classe defenderent, Cyrsilum quendam suadentem, ut in urbe manerent Xerxemque reciperent, lapidibus obruerunt. Atque ille utilitatem sequi videbatur, sed ea nulla erat repugnante honestate. Themistocles post victoriam eius belli, quod cum Persis fuit, dixit in contione se habere consilium rei publicae salutare, sed id sciri non opus esse; postulavit ut aliquem populus daret, quicum communicaret; datus est Aristides. Huic ille, classem Lacedaemoniorum, quae subducta esset ad Gytheum, clam incendi posse, quo facto frangi Lacedaemoniorum opes necesse esset. Quod Aristides cum audisset, in contionem magna expectatione venit dixitque perutile esse consilium, quod Themistocles adferret, sed minime honestum. Itaque Athenienses, quod honestum non esset, id ne utile quidem putaverunt totamque eam rem, quam ne audierant quidem, auctore Aristide repudiaverunt.
Gli Ateniesi non potendo sostenere in nessun modo l’assalto dei Persiani e decidendo di salire sulle navi, dopo aver abbandonato la città e dopo aver messo in salvo le mogli e i figli a Trezene, e di difendere la libertà della Grecia con la flotta, lapidarono un certo Cirsilo che cercava di convincer(li) a rimanere in città e ad accogliere Serse. Anch’egli sembrava seguire l’utilità, ma questa non c’era, poiché vi si opponeva l’onestà. Temistocle, dopo la vittoria nella guerra contro i Persiani (lett. : dopo la vittoria di quella guerra che ci fu con i Persiani), disse in assemblea di avere un piano utile allo Stato, ma che non era necessario che venisse conosciuto; chiese che il popolo gli desse qualcuno con cui parlar(ne); gli fu dato Aristide. A costui egli (rivelò) che si poteva incendiare di nascosto la flotta degli Spartani che era alla fonda (lett. : era stata collocata) a Giteo, azione questa con cui era inevitabile che le risorse degli Spartani venissero demolite. Dopo aver udito ciò, Aristide venne in assemblea tra grande aspettazione disse che il piano che Temistocle proponeva era molto utile, ma niente affatto onesto. E così gli Ateniesi ritennero che ciò che non era onesto non fosse nemmeno utile e su consiglio di Aristide, rifiutarono l’intero progetto che non avevano neppure udito.
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Sed inter hominem et beluam hoc maxime interest, quod haec tantum, quantum sensu movetur, ad id solum, quod adest quodque praesens est se accommodat, paulum admodum sentiens praeteritum aut futurum. Homo autem, quod rationis est particeps, per quam consequentia cernit, causas rerum videt earumque praegressus et quasi antecessiones non ignorat, similitudines comparat rebusque praesentibus adiungit atque adnectit futuras, facile totius vitae cursum videt ad eamque degendam praeparat res necessarias. Eademque natura vi rationis hominem conciliat homini et ad orationis et ad vitae societatem ingeneratque inprimis praecipuum quendam amorem in eos, qui procreati sunt impellitque, ut hominum coetus et celebrationes et esse et a se obiri velit ob easque causas studeat parare ea, quae suppeditent ad cultum et ad victum, nec sibi soli, sed coniugi, liberis, ceterisque quos caros habeat tuerique debeat, quae cura exsuscitat etiam animos et maiores ad rem gerendam facit.
Ma tra l'uomo e la bestia c'è soprattutto questa gran differenza, che la bestia, solo in quanto è stimolata dal senso conforma le sue attitudini a ciò che le è presente nello spazio e nel tempo, poco o nulla ricordando del passato e presentando del futuro; mentre l'uomo, in quanto è partecipe della ragione (in virtù di questa egli scorge le conseguenze, vede le cause efficienti, non ignora le occasionali, e, oso dire, gli antecedenti, confronta tra loro i casi simili, e alle cose presenti collega strettamente le future), l'uomo, dico, vede facilmente tutto il corso della vita e prepara in tempo le cose necessarie a ben condurla. Oltre a ciò la natura, con la forza della ragione, concilia l'uomo all'uomo in una comunione di linguaggio e di vita; soprattutto genera in lui un singolare e meraviglioso amore per le proprie creature; spinge la sua volontà a creare e a godere associazioni e comunità umane, e sollecita le sue energie a procacciarsi tutto ciò che occorre al sostentamento e al miglioramento della vita, non solo per sé, ma anche per la moglie, per i figli e per tutti gli altri a cui porta affetto e a cui deve protezione. Ed è appunto questa sollecitudine che rinfranca lo spirito e lo fa più forte e più pronto all'azione
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Romulus, patre Marte natus, cum Remo fratre dicitur ab Amulio, rege Albano, ob timorem infausti oraculi, apud Tiberim expositus esse. Quo in loco cum sustentatus esset silvestris beluae uberibus pastoresque eum sustulissent et in agresti cultu laboreque aluissent, perhibetur corporis viribus et animi ferocitate tantum ceteris praestisse ut omnes, qui tum eos agros incolebant, aequo animo libenterque illi parerent. quorum copiis cum se ducem praebuisset, ut iam a fabulis ad facta veniamus, oppressisse Longam Albam, validam urbem et potentem temporibus illis, Amuliumque regem interemisse fertu
Si dice che Romolo, nato dal padre Marte, sia stato esposto presso il Tevere con il fratello Remo da Amulio, re di Alba Longa, a causa del timore di un infausto oracolo. (E) dopo che in questo luogo era stato nutrito dalle mammelle di un animale selvatico e (dopo che) dei pastori lo avevano allevato e fatto crescere nel modo di vita contadino e nel lavoro dei campi, si dice che superò gli altri nelle forze del corpo e nella fierezza dell'animo tanto che tutti coloro che allora coltivavano quei campi, si facevano guidare da lui (gli obbedivano) di buon grado e volentieri.
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