- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Q. Ligario conservando multis tu quidem gratum facies necessariis tuis, sed hoc, quaeso, considera, quod soles; possum fortissimos uiros Sabinos tibi probatissimos totumque agrum Sabinum, florem Italiae ac robur rei publicae, proponere, - nosti optime homines -; animaduerte horum omnium maestitiam et dolorem; huius T. Brocchi, de quo non dubito quid existimes, lacrimas squaloremque ipsius et fili uides. Quid de fratribus dicam? Noli, Caesar, putare, de unius capite nos agere; aut tres Ligarii retinendi tibi in ciuitate sunt aut tres ex ciuitate exterminandi. Quoduis exsilium his est optatius quam patria, quam domus, quam di penates uno illo exsulante. Si fraterne, si pie, si cum dolore faciunt, moueant te horum lacrimae, moueat germanitas; ualeat tua uox illa, quae uicit. Te enim dicere audiebamus nos omnis aduersarios putare nisi qui nobiscum essent, te omnis qui contra te non essent tuos. Videsne igitur hunc splendorem omnem, hanc Brocchorum domum, hunc L. Marcium, C. Caesetium, L. Corfidium, hos omnis equites Romanos, qui adsunt ueste mutata, non solum notos tibi, uerum etiam probatos uiros? Atque his irascebamur, hos requirebamus, his non nulli etiam minabantur. Conserua igitur tuis suos ut, quem ad modum cetera quae dicta sunt a te, sic hoc uerissimum reperiatur. Nihil est tam populare quam bonitas, nulla de virtutibus tuis plurimis nec admirabilior nec gratior misericordia est. Longiorem orationem causa forsitan postulet, tua certe natura breviorem: qua re finem iam faciam
Salvando Quinto Ligario tu farai, certo, piacere a molti tuoi amici, ma fa', ti prego, questa considerazione, com'è tua abitudine. Potrei farti sfilare dinanzi i Sabini, uomini di grande coraggio, che godono la tua massima stima, e persone d'ogni parte della Sabina, fiore d'Italia e nerbo dello Stato. Li conosci benissimo questi uomini. Guarda la tristezza ed il dolore di quanti tra essi sono qui; tu vedi le lacrime e lo squallido aspetto del qui presente Tito Brocco, del quale so bene quale stima tu abbia, e di suo figlio. Che dirò dei fratelli? Non credere, o Cesare che noi stiamo trattando della sorte di uno solo: o tutti e tre i Ligari devono essere mantenuti tra i cittadini o tutti e tre espulsi. Qualunque esilio è per essi preferibile alla patria, alla casa, agli dèi penati qualora quello solo resti esule. Se essi agiscono per affetto fraterno, mossi da vero dolore, làsciati commuovere dalle loro lacrime e dalla loro pietà fraterna; torni ad aver valore quella tua dichiarazione, che favorì la tua vittoria. Ci giungevano, infatti, all'orecchio, queste tue parole: che noi giudicavamo nemici tutti quelli che non erano con noi; tu giudicavi tuoi amici tutti quelli che non erano contro di te. Guarda, dunque, tutti gli illustri, personaggi qui presenti, la famiglia dei Brocchi, Lucio Marcio, Gaio Cesezio, Lucio Coifidio, tutti i cavalieri romani che sono qui in veste mutata, uomini che tu non solo conosci ma anche apprezzi. Noi, invece, con questi eravamo in collera, reclamavamo la loro presenza nelle nostre file, alcuni di noi arrivavano anche a minacciarli. Conserva, dunque, ai tuoi amici i loro congiunti, sicché anche questa, come tutte le altre tue parole, risulti del tutto rispondente a verità. Nulla è tanto caro al popolo quanto la bontà e nessuna delle tue moltissime virtù è più ammirevole né più gradita della (tua) misericordia. La causa richiederebbe forse un’orazione più lunga, la tua indole (generosa) certamente una più breve: perciò metterò il punto ormai.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Cicerone scrive a Sulpicio perché trovi lo schiavo che gli ha rubato dei libri versione di latino di Cicerone
libro Nuovo comprendere e tradurre vol. 4 n°5 pag 188
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
O miserum senem qui mortem contemnendam esse in tam longa aetate non viderit! quae aut plane neglegenda est, si omnino exstinguit animum, aut etiam optanda, si aliquo eum deducit, ubi sit futurus aeternus; Quid igitur timeam, si aut non miser post mortem aut beatus etiam futurus sum? Quamquam quis est tam stultus, quamvis sit adulescens, cui sit exploratum se ad vesperum esse victurum? Quin etiam aetas illa multo pluris quam nostra casus mortis habet; facilius in morbos incidunt adulescentes, gravius aegrotant, tristius curantur. Itaque pauci veniunt ad senectutem; quod ni ita accideret, melius et prudentius viveretur. Mens enim et ratio et consilium in senibus est; qui si nulli fuissent, nullae omnino civitates fuissent. Sed redeo ad mortem impendentem. Quod est istud crimen senectutis, cum id ei videatis cum adulescentia esse commune? "At sperat adulescens diu se victurum, quod sperare idem senex non potest". Insipienter sperat. Quid enim stultius quam incerta pro certis habere, falsa pro veris? "At senex ne quod speret quidem habet". At est eo meliore condicione quam adulescens, quoniam id, quod ille sperat, hic consecutus est; ille vult diu vivere, cum hic diu iam vixerit.
Traduzione n. 1
O Infelice il vecchio che, in un'esistenza tanto lunga, non è riuscito a capire che la morte va disprezzata! Bisogna tenerla in nessun conto, se porta all'annientamento dell'anima, o addirittura desiderarla, se conduce l'anima in un luogo di vita eterna. È proprio impossibile trovare una terza possibilità Allora, perché dovrei temere se, dopo morto, non sarò infelice o se sarò persino beato? E poi chi è così folle, per quanto giovane sia, da avere l'assoluta certezza di vivere sino a sera? Anzi, è proprio la giovinezza a essere esposta al pericolo di morire molto più della vecchiaia: i ragazzi contraggono malattie più facilmente, si ammalano in modo più grave, vengono curati con maggior difficoltà; quindi in pochi arrivano alla vecchiaia. Se così non fosse, si vivrebbe meglio e con più saggezza, perché riflessione, ragione e buon senso sono prerogative dei vecchi e senza i vecchi non sarebbe mai esistito lo stato. Ma ritorno alla morte incombente: perché farne un capo d'accusa della vecchiaia quando vedete che la condivide con la giovinezza?Ho capito con la perdita del mio ottimo figlio e tu, Scipione, con la morte dei tuoi fratelli destinati agli onori più alti, che la morte è comune a ogni età. Ma il giovane spera di vivere a lungo, mentre il vecchio non può sperare la stessa cosa. - Folle speranza, la sua: cosa c'è di più stupido di prendere l'incerto per certo, il falso per vero? - Ma il vecchio non ha nemmeno di che sperare. Ecco perché si trova in una condizione migliore del giovane! Quel che il giovane spera, lui lo ha già ottenuto; il giovane vuole vivere a lungo, lui ha vissuto a lungo
Traduzione numero 2 di altro utente
Oh, povero il vecchio, che non ha capito che in una esistenza così lunga la morte non deve essere deve essere disprezzata. Questa o deve essere completamente trascurata, se sopprime del tutto l'anima, oppure deve essere perfino desiderata, se la conduce in un qualche luogo in cui è destinata ad essere eterna; Pertanto che cosa dovrei temere, se dopo la morte sarò destinato o a non essere infelice o ad essere felice? Chi è tanto stolto da essere sicuro, anche se è giovane, che vivrà fino a tarda età? Ché anzi quella età ha di gran lunga più possibilità di morte che la nostra: i giovani prendono imbattono in malattie più facilmente, più gravemente si ammalano, con più difficoltà sono curati. Ma ritorno alla morte che minaccia: che difetto è questa della vecchiaia, se vi sembra che sia in comune con la gioventù?"Eppure il giovane spera di vivere a lungo, mentre il vecchio non può sperare la stessa cosa". Lo spera irragionevolmente: cosa c'è infatti di più sciocco che dare per certo ciò che è incerto, dare per vere cose false? "Ma il vecchio non ha neppure qualcosa in cui sperare". Eppure egli si trova in una condizione migliore rispetto a quella del giovane, poiché ciò che questo spera, lui l'ha già ottenuto: quello vuol vivere a lungo, mentre lui ha già vissuto a lungo.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Atque si natura confirmatura ius non erit, tollantur. Ubi enim liberalitas, ubi patriae caritas, ubi pietas, ubi aut bene merendi de altero aut referendae gratiae voluntas potent existere? Nam haec nascuntur ex eo quod natura propensi sumus ad diligendos homines, quod fundamentum iuris est. Neque solum in homines obsequia, sed etiam in deos caerimoniae religionesque tollentur, quas non metu, sed ea coniunctione quae est homini cum deo conservandas puto. Quodsi populorum iussis, si principum decretis, si sententiis iudicum iura constituerentur, ius esset latrocinari, ius adulterare, ius testamenta falsa supponere, si haec suffragiis aut scitis multitudinis probarentur. Quodsi tanta potestas est stultorum sententiis atque iussis, ut eorum suffragiis rerum natura vertatur, cur non sanciunt ut quae mala perniciosaque sunt, habeantur pro bonis et salutaribus? Aut cur cum ius ex iniuria lex facere possit, bonum eadem facere non possit ex malo? Atqui nos legem bonam a mala nulla alia nisi naturae norma diiudicare possumus. Nec solum ius et iniurianatura diiudicatur, sed omnino omnia honesta et turpia. Nam ita communis intellegentias nobis natura effecit, easque in animis nostris inchoavit, honesta in virtute ponantur, in viriis turpia.
E se la natura non fosse pronta a dar forza al diritto, tutti i valori sarebbero annullati. Dove infatti potrebbe ancora esistere la generosità, l'amor di patria, lapietà, dove il desiderio di rendersi benemerito verso qualcuno o di dimostrare gratitudine? E' chiaro che questi sentimenti nascono dal fatto che siamo naturalmente inclini ad amare gli uomini, e questo costituisce il fondamento del diritto. E non soltanto si eliminerebbe il rispetto verso gli uomini, ma anche ilculto ed i riti verso gli dèi, che penso debbano essere conservati non già per timore, ma per quel legame che unisce l'uomo alla divinità. Se infatti il diritto fosse costituito sulla base dei decreti del popolo, degli editti dei prìncipi, delle sentenze dei giudici, sarebbe un diritto il rubare, commettere adulterio, falsificare testamenti, ove tali azioni venissero approvate dal voto o dal decreto della massa. Se tanto grande è il potere delle decisioni e degli ordini degli incompetenti, da sovvertire la natura stessa con i loro voti, perché non sanciscono che vengano ritenute per buone e salutari quelle cose che sono cattive e dannose? O perché, mentre la legge può trasformare in diritto l'ingiustizia, non potrebbe essa stessa trasformare il male in bene? Purtroppo noi non possiamo distinguere la legge buona dalla cattiva secondo nessuna altra norma se non quella di natura; e la natura non discrimina soltanto ciò che è giusto dall'ingiusto, ma in generale tutto quanto è onesto e disonesto. Dal momento infatti che la comune intelligenza umana ci ha fatto conoscere le cose e le ha abbozzate nel nostro animo, si annoverino tra le virtù le azioni oneste e tra i vizi le disoneste.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Meum semper iudicium fuit omnia nostros aut invenisse per se sapientius quam Graecos aut accepta ab illis fecisse meliora, quae quidem digna statuissent, in quibus elaborarent. Nam mores et instituta vitae resque domesticas ac familiaris nos profecto et melius tuemur et lautius, rem vero publicam nostri maiores certe melioribus temperaverunt et institutis et legibus. quid loquar de re militari? in qua cum virtute nostri multum valuerunt, tum plus etiam disciplina. iam illa, quae natura, non litteris adsecuti sunt, neque cum Graecia neque ulla cum gente sunt conferenda. quae enim tanta gravitas, quae tanta constantia, magnitudo animi, probitas, fides, quae tam excellens in omni genere virtus in ullis fuit, ut sit cum maioribus nostris comparanda? Doctrina Graecia nos et omni litterarum genere superabat; in quo erat facile vincere non repugnantes
Io sono stato sempre convinto che i Romani nelle loro creazioni originali o abbiano mostrato più ingegno dei Greci, o abbiano reso più perfetto quanto hanno preso da essi - quello almeno che giudicavano meritevole del loro impegno. Effettivamente, le consuetudini e le norme della vita privata, e gli affari concernenti l'amministrazione della casa e la cura della famiglia, hanno avuto da noi un'organizzazione migliore e più degna; e per quanto riguarda lo Stato, senza dubbio i nostri antenati seppero regolarne l'equilibrio con istituzioni e con leggi migliori. Dell'arte militare non c'è bisogno di dire, perché in quel campo i Romani, oltre a distinguersi per il loro valore, brillarono anche e soprattutto per scienza teorica. E poi, se si considerano le doti naturali e non quelle acquisite con l'educazione, né il popolo greco né nessun altro può reggere al nostro confronto. Chi poté mai vantare una dignità, una fermezza di carattere, una grandezza d'animo, una rettitudine, una lealtà, e una superiorità morale sotto ogni punto di vista tale da potersi mettere a paragone con quella dei nostri padri? La Grecia ci era superiore in cultura e in ogni genere di studi: ma in quel campo era facile vincere, dal momento che non c'erano avversari.