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ROMOLO E REMO - Cicerone VIDEO LEGO DISCO
Figli di Rea Silvia, Romolo e Remo erano gemelli. Amulio, malvagio zio dei bambini, ordinava ai suoi servi: "I bambini devono essere rapiti e gettati nel fiume". Allora i servi buttavano i bambini nel Tevere; ma allora, per caso, vi era una grande abbondanza di acque: a poco a poco le acque del fiume si ritiravano e lasciavano i bambini salvi in una secca. Romolo e Remo piangevano molto per la fame: perciò una lupa - così dicono - accorreva per i lamenti; leccava i gemelli con la lingua e porgeva loro le mammelle. Ogni giorno la lupa allattava i gemelli: il bovaro Fausto si accorgeva di ciò (abitava infatti presso il fiume), e portava i bambini in casa. Fausto e Acca Larenzia, moglie di Fausto, educava Romolo e Remo fino alla gioventù.
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Cicerone rivolge al senato parole di riconoscenza
Autore: Cicerone
Per cui io onorerò con eterna benevolenzala memoria del vostro beneficio, non solo finchè esaleròla mia anima, ma anche quando la vita mi abbandonerà, il ricordo del vostro beneficio nei miei confronti. E per dare prova di riconoscenzariprometto a voi questo e sempre lo rispetterò: io avrò diligenza nel prendere sullo stato e avrò coraggio nell'allontanare i pericoli dallo stato, avrò la fiducia nell'esporre francamente il mio parere, avrò la libertà di danneggiare i vizi degli uomini a favore dello stato, avrò energia nel perseguire il mio compito e avrò la benevolenza di un animo grato nell'aumentare i vostri vantaggi.
E questa cura, oh Quirito, sarà fissata eternamente nel mio animo perché sia a voi, che per me avete la forza e la volontà degli dei immortali, sia ai vostri posteri e a tutte le genti, io sembri degnissimo di questa città, che giudicò con voto unanime che non avrebbe potuto tenere la sua dignità se non mi avesse ripreso.
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Igitur hoc iam a principio persuasum civibus dominos esse omnium rerum ac moderatores deos eaque quae gerantur eorum geri iudicio ac numine eosdemque optime de genere hominum mereri et qualis quisque sit quid agat quid in se admittat qua mente qua pietate colat religiones intueri piorumque et impiorum habere rationem. His enim rebus inbutae mentes haud sane abhorrebunt ab utili aut a vera sententia. Quid est enim verius quam neminem esse oportere tam stulte adrogantem ut in se rationem et mentem putet inesse in caelo mundoque non putet? Aut ut ea quae vix summa ingenii ratione moveri putet? Quem vero astrorum ordines quem dierum noctiumque vicissitudines quem mensum temperatio quemque ea quae gignuntur nobis ad fruendum non gratum esse cogunt hunc hominem omnino numerari qui decet? ...
Sia dunque chiaro ai cittadini questo fin dall'inizio, che gli dèi sono padroni e reggitori di tutto l'universo, e che tutto quello che viene compiuto, è compiuto con il loro giudizio e la loro volontà, e che essi medesimi sono i maggiori benefattori del genere umano. Essi scorgono quale ciascun uomo sia, che cosa faccia, che cosa abbia nel suo intimo, con quale animo e quale pietà coltivi la religione, e inoltre essi tengono conto dei pii e degli empi; e se gli animi assorbiranno questi principii, è certo che non si allontaneranno mai da idee valide e veraci. Cosa vi è infatti di più vero del fatto che nessuno debba essere superbo in una forma tanto sciocca, da credere di avere dentro di sé intelletto e ragione, e negarlo nel cielo e nel mondo? O da pensare che mente governi il movimento di quegli oggetti che a mala pena sia pure di grandissima capacità? Perché mai conviene includere tra gli uomini uno che non si senta costretto alla gratitudine dall'ordine degli astri, dall'altemarsi dei giorni e delle notti, dal variare della temperatura e da tutto ciò che nasce per il nostro vantaggio? In fondo, poiché tutto ciò che è fornito di ragione è superiore a ciò che è privo della ragione, e non è lecito affermare che una singola individualità sia superiore all'universale, si dovrebbe aver fiducia che esista in questa universale natura l'esistenza di una ragione. E chi negherebbe che queste idee siano valide, se ci rendiamo conto di quanti patti si rafforzano con un giuramento, quanto vantaggio apportino gli accordi solenni, quanti siano quelli allontanatisi dalla colpa per il timore della punizione divina, e quanto sia sacra l'unione dei cittadini, quando fra di loro si inseriscono gli stessi dèi immortali, talora come giudici, talora come testimoni? Ecco qui il fondamento della legge; così infatti lo definisce Platone.
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Itaque ad pingendum, fingendum, ad scalpendum, ad nervorum eliciendos sonos, ad tibiarum apta manus est admotione digitorum. Atque haec oblectationis, illa necessitatis, cultus dico agrorum extructionesque tectorum, tegumenta corporum vel texta vel suta omnemque fabricam aeris et ferri; ex quo intellegitur ad inventa animo percepta sensibus adhibitis opificum manibus omnia nos consecutos, ut tecti, ut vestiti, ut salvi esse possemus, urbes, muros, domicilia, delubra haberemus
Appunto per questo la mano è adatta a dipingere, a modellare, a scolpire e a trar suoni dalle corde e dai flauti mediante l'applicazione delle dita. Ma oltre a queste attività aventi per scopo il diletto dell'uomo ci sono anche quelle che provvedono alle sue necessità: intendo qui riferirmi alla coltivazione dei campi, alla costruzione delle case, alla fabbricazione dei vestiti, siano essi tessuti o cuciti e a tutta in genere la lavorazione del bronzo e del ferro. Orbene, è stato proprio applicando le mani dei lavoratori alle scoperte del pensiero e alle osservazioni dei sensi che siamo riusciti a raggiungere tutti i risultati che ci hanno permesso di vivere al riparo, ricoperti di vesti e al sicuro da insidie, di possedere città, muri, case, templi.
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Romolo e Remo allevati dal pastore Faustolo
Autore: Cicerone
Da NUOVO COMPRENDERE E TRADURRE PAG. 121
Quia lupa, quae Romulum ac Remum invenerat, saepe ad parvulos velut ad catulos adibat, Faustulus, regis pastor, re comperta, parvulos in suam casam tulit et ab uxore Acca Larentia petivit ut eos velut filios educaret. Ii, cum adoleverunt, Faustulum, gregem pascentes, adiuvabant et saepe, quia robusti ac vigiles erant, latrones a pecorum rapina arcebant. Quare (= per questo) latrones insidias eis (dat = a loro) paraverunt et Remum ceperunt, qui Albam ad Amulium regem perductus est; Romulus autem vi se (acc= si) defendit. Tunc Faustulus, necessitate compulus, matris avique nomina Romulo indicavit. Tum Romulus, ira motus, pastores armavit et Albam properavit ut fratrem liberaret atque regnum vindicaret
Pochè una lupa aveva ritrovato Romolo e Remo spesso si accostava ai piccoli come si accostava ai (suoi) cuccioli, saputa la cosa Faustolo il pastore del re portò i piccoli nella sua casa e chiese alla moglie Larenzia di educarli come suoi figli. Questi quando crebbero aiutavano Faustolo pascendo il gregge e poiché erano robusti e svegli allontanavano i ladri dal furto delle pecore. Per questo i ladri prepararono loro tranelli e catturarono Remo che fu condotto dal Re Amulio. Romolo si difese con la forza allora Faustolo, costretto dalla necessità indicò a Romolo i nomi della madre e del nonno. Allora Romolo mosso dall’ira armò i pastori e si affrettò ad Alba per liberare il fratello e per vendicare il regno.