- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Quod me magno animi motu perturbatum putas, sum equidem, sed non tam magno quam tibi fortasse videor. Levatur enim omnis cura, cum nihil mihi explicandum est. Lamentari autem licet. Consumo igitur omne tempus considerans quanta vis sit illius principis, quem nostris libris de republica, ut tibi quidem videtur, expressimus. Nam sic in quinto libro loquitur Scipio: «Ut gubernatori cursus navis secundus, medico salus, imperatori victoria, sic moderatori rei publicae beata civium vita proponenda est!» Hoc Gnaeus Pompeius cum antea numquam tum in hac causa minime cogitavit. Dominatio ab illo tamquam a Caesare quaeritur non ut beata et honesta civitas sit, sed ut omnes terras, omnia maria movere, reges barbaros incitare, exercitus confìcere maximos possit. Neutri id consiliurn est, ut nos beati simus: uterque regnare vult.
Quanto al fatto che tu mi ritieni turbato da una grande agitazione d'animo, lo sono veramente, ma non tanto quanto forse ti sembro. Ogni preoccupazione infatti se ne va, dal momento che a me non è possibile far nulla. Ma, almeno, è lecito lamentarsi. Perciò trascorro tutto il tempo considerando quanta sia la virtù di quel principe, che ho descritto nei miei libri sullo stato, come anche tu lo giudichi. Infatti nel quinto libro così parla Scipione: «Come un timoniere deve proporsi un corso della nave ben regolato, un medico la salute, un generale la vittoria, così un reggitore dello stato deve proporsi una vita felice dei cittadini. » Ciò Gneo Pompeo, come mai prima, così anche in questo caso non l'ha tenuto presente. Egli, come Cesare, cerca soltanto il potere, non perché la città sia felice e virtuosa, ma per poter sconvolgere tutte le terre e i mari, provocare i re stranieri, arruolare grandissimi eserciti. Nessuno dei due si preoccupa che noi possiamo essere felici: ambedue vogliono solo regnare.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Dedit autem eadem natura beluis et sensum et adpetitum, ut altero conatum haberent ad naturales pastus capessendos, altero secernerent pestifera a salutaribus. Tam vero alia animalia gradiendo, alia serpendo ad pastum accedunt, alia volando, alia nando, cibumque partim oris hiatu et dentibus ipsis capessunt, partim unguium tenacitate arripiunt, partim aduncitate rostrorum, alia sugunt, alia carpunt, alia vorant, alia mandunt. Atque etiam aliorum east humilitas, ut cibum terrestrem rostris facile contingant. Quae autem altiora sunt, ut anseres, ut cycni, ut grues, ut camelli, adiuvantur proceritate collorum; manus etiam data elephantost, quia propter magnitudinem corporis difficiles aditus habebat ad pastum
E se la natura ha concesso alle fiere una sensibilità ed un istinto lo ha fatto perché esse per l'una fossero naturalmente portate a desiderare i cibi ad esse congeniali ed in grazia dei secondo fossero in grado di distinguere ciò che nuoce da ciò che giova. E non basta ancora. Ci sono animali che si accostano al cibo camminando, altri strisciando, altri volando, altri ancora a nuoto, e mentre una parte di essi mangia il cibo spalancando la bocca e afferrandolo coi denti, altri lo strappa con la forza delle unghie o servendosi di un becco adunco. C'è chi succhia, chi bruca, chi mastica, chi divora. Ci sono animali la cui bassa statura permette loro di afferrare facilmente col muso il cibo sparso per terra. Altri di maggiore statura, come le oche, i cigni, le gru ed i cammelli traggono invece giovamento proprio dalla lunghezza dei collo. All'elefante infine fu concessa persino una mano in considerazione della difficoltà, per una creatura cosi mastodontica, di accostarsi al cibo
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Quomodo imperare ceteris licebit homini si non potest cupiditatibus suis imperare? Refrenet primum libidines, spernat voluptates, iracundiam teneat, coerceat avaritiam, ceteras animi labes repellat. Tum incipiat aliis imperare, si ipse improbis dominis, dedecori et turpitudini, parere desierit. Preclare ergo ab eruditissimis viris dictum est, nisi sapiens sit, liberum esse neminem. Quid est enim libertas? Potestas vivendi ut velis. Quis igitur vere vivit aut vult, nisi qui recta sequitur, qui legibus non propter metum paret, sed eas sequitur et colit, quia id salutare esse maxime iudicat ? Ei etiam Fortuna ipsa, quae vim habere maximam dicitur, cedit, si verum est, quod apiens poeta dixit : suis quemque moribus sibi Fortunam fingere. Soli igitur hoc contigit sapienti : ut nihil faciat invitus, nihil dolens, nihil coactus
In che modo sarà lecito ad un uomo comandare gli altri se non può comandare alle sue brame?In primo luogo trattenga i piaceri, disprezzi i godimenti, trattenga la collera, freni l’avarizia, respinga le altre rovine dell’animo. Allora cominci a comandare gli altri, soltanto se egli stesso abbia cessato di obbedire ai cattivi padroni, al disonore ed alla disonestà. Se, infatti, obbedirà a queste, non solo non sarà da stimare un comandante, ma neppure propriamente un uomo libero. Dunque molto chiaramente è stato detto da uomini eruditissimi, che se non è lo è il saggio, nessuno è libero. Che cos’è, infatti, la libertà? La facoltà di vivere come tu voglia. Chi, dunque, vive o desidera giustamente, se non colui che segue il giusto, colui che obbedisce alle leggi non per paura, ma le segue e le rispetta, poiché giudica quella cosa essere massimamente utile?A quello finanche la sorte stessa, la quale si dice abbia grandissima forza, si arrende, se è vera la cosa che cantò il saggio poeta: dei suoi stessi costumi si foggia ogni sorte.
Dunque questo toccò al solo sapiente: che non faccia nulla malvolentieri, niente con dolore (dolendosi), nessuna cosa costretto.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Cicerone si scaglia contro M. Antonio
Autore: Cicerone
Quid est, patres conscripti, in antonio praeter crudelitatem, petulantiam, effrenatam audaciam? quis tam prave, tam turpiter in cives se gessit? num monstrum magis horrendum et impuim in terris esse putatis? num vobis spes est antonium mitiorem fieri posse? quousque igitue is, qui omnes hostes scelere superavit, nomine hostium carebit?quando, di immortales, hanc urbem ab hoc inhonesto homine liberabitis?
Cosa c’è in Antonio, o senatori oltre alla crudeltà, l’aggressività, la sfrenata audacia? Chi si è comportato tanto malvagiamente, tanto vergognosamente nei confronti dei cittadini? Pensate forse che sulla terra possa esistere un mostro più orribile ed empio? Forse la vostra speranza è che Antonio possa diventare più mite? Fino a quando dunque egli, che superò in malvagità tutti i nemici, sarà privo dell’appellativo dei nemici? Quando, dei immortali, libererete questa città da questo spregevole individuo?
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 4
Herculis templum est apud Agrigentinos, in quo aeneum simulacrum dei est, tam mirabili arte factum, ut nihil eo pulchrius in sicilia inveniatur. Hoc tanta veneratione colitur ut mentum eius aliquantum adtritum sit, quia in precibus cives id osculari solent. Huius simulacri tam vehemens desiderium praetorem Verrem cepit ut satellites suos noctu miserit ut id raperent. Tunc clamor a custodibus fani tollitur. verris servi valvas frangunt et demoliri signum et a vectibus labefactare conantur. Interea fama in urbe percrebrescit. Nemo Agrigentinus tam infirmus aetate aut viribus fuit, qui illa nocte de lecto non surrexerit et tela arripuerit ut signum defenderet. Omnes ad templum concurrunt et tam ingentem lapidationem faciunt ut verris milites in fugam conversi sint. Duo tamen sigilla tollunt, ne omnino inanes ad dominum revertant.
c'è un tempio di Eracle presso gli abitanti di agrigento, nel quale c'è una statua bronzea del dio, fatta con così mirabile fattura, da mpm trovare nulla di più bello di esso in sicilia. Questa statua viene onorata con così grande ammirazione che il suo mento è alquanto (adtritum nn esiste), poiché nelle preghiere i cittadini sono soliti baciarlo. Un tanto impetuoso desiderio di questa satuta prese il pretore Verre che mandò di notte i suoi sgherri affinché la rubassero. quindi un grido viene levato dalle guardie del tempio(è letterle al massimo, puoi mettere: allora i guardiani del tempio levano -o levarono, se usi il presente storico- un grido). gli schiavi di verre abbattono i battenti e si accingono a demolire la statua con sbarre e a fonderla (letteralmente: abbatterla). Intanto si diffonde una oce in città. nessun abitante di agrigento fu tanto debole per età o forze, che in quella notte non si alzò dal letto e afferrrò un'arma per difendere la stauta. tutti accorrono al tempio e mettono in atto un così ingente lancio di pietre che i soldati di verre sono volti alla fuga. tuttavia rubano