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Cicerone si scopre Archeologo
Autore: Cicerone
Nova Lexis 2 pagina 214
Ego quaestor ignoratum ab Syracusanis, cum esse omnino negarent, saeptum undique et vestitum vepribus et dumetis indagavi Archimedis sepulcrum. Tenebam enim quosdam senariolos, quos in eius monumento esse inscriptos acceperam, qui declarabant in summo sepulcro sphaeram esse positam cum cylindro. Ego autem, cum omnia conlustrarem oculis (est enim a porta sacra Cyanes1 magna frequentia sepulcrorum), animum adverti columellam non multum e dumis eminentem, in qua inerat sphaerae figura et cylindri. Atque ego statim Syracusanis (erant autem principes mecum) dixi me illud ipsum arbitrari esse quod quaererem. Inmissi cum falcibus multi purgarunt et aperuerunt locum; quo cum patefactus esset aditus, ad adversam basim accessimus: apparebat epigramma exesis posterioribus partibus versiculorum dimidiatum fere. Ita nobilissima Graeciae civitas, quondam vero etiam doctissima, sui civis unius acutissimi monumentum ignorasset, nisi ab homine Arpinati didicisset Io, (quando ero) questore, scoprii il sepolcro di Archimede non conosciuto dai Siracusani, visto che dicevano che non esisteva affatto, circondato da tutte le parti e rivestito di cespugli e rovi. Ricordavo infatti alcuni senari di poco conto che sapevo che erano stati incisi sulla sua tomba, i quali dicevano che sulla sommità del sepolcro era stato posta una sfera con un cilindro. Ora, io, mentre scrutavo con lo sguardo tutte (le tombe) - c’è infatti fuori dalla porta sacra a Ciane (lett. : di Ciane) una gran quantità di sepolcri -, scorsi una colonnina non molto sporgente dai cespugli sulla quale si trovava la figura di una sfera e di un cilindro. Ed io subito dissi ai Siracusani (si trovavano per altro con me i cittadini più ragguardevoli) che pensavo che fosse proprio quello che cercavo. Molti, mandati con le falci, ripulirono e aprirono il luogo; e dopo che fu aperto l’accesso là, ci accostammo alla parte frontale del piedistallo: si vedeva un’iscrizione quasi dimezzata, poiché la parte finale dei versetti era corrosa (lett. : essendo state corrose le parti finali dei versetti). Così una città della Grecia nobilissima, un tempo anche molto dotta, avrebbe ignorato (l’esistenza del)la tomba del suo cittadino più geniale (lett. : del suo unico cittadino intelligentissimo), se non gliel’avesse fatta conoscere (lett. : se non l’avesse appresa da) un uomo di Arpino.
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(Philus) sunt enim omnes, qui in populum vitae necisque potestatem habent, tyranni, sed se Iovis optimi nomine malunt reges vocari. cum autem certi propter divitias aut genus aut aliquas opes rem publicam tenent, est factio, sed vocantur illi optimates. si vero populus plurimum potest, omniaque eius arbitrio geruntur, dicitur illa libertas, est vero licentia. sed cum alius alium timet, et homo hominem et ordo ordinem, tum quia sibi nemo confidit, quasi pactio fit inter populum et potentis; ex quo existit id, quod Scipio laudabat, coniunctum civitatis genus; etenim iustitiae non natura nec voluntas sed inbecillitas mater est. nam cum de tribus unum est optandum, aut facere iniuriam nec accipere, aut et facere et accipere, aut neutrum, optumum est facere, impune si possis, secundam nec facere nec pati, miserrimum digladiari semper tum faciendis tum accipiendis iniuriis.
(Filo) ... "tutti quelli che hanno diritto di vita e di morte su d'un popolo sono dunque tiranni ma essi preferiscono chiamarsi, col nome dell'ottimo Giove; "re". Quando invece alcuni, giovandosi delle ricchezze o della nobiltà o di qualche altra forza, s'impadroniscono dello Stato, essi creano una fazione ma vogliono esser chiamati "ottimati", e se il popolo infine é il padrone di tutto e regge tutto a suo arbitrio, si chiama questa una "libertà" e non é altro che licenza. Ma quando l'uno teme l'altro, e l'uomo l'uomo e l'ordine l'ordine, allora, non sentendosi alcuno abbastanza sicuro delle proprie forze, si fa una specie di patto tra il popolo e i potenti: e da questo origina quel genere di costituzione equilibrata che Scipione lodava. La madre della giustizia infatti é non la natura né la volontà ma la debolezza, poiché, quando bisogna scegliere tra queste tre soluzioni: o far danno senza riceverlo o farlo e riceverlo o restar neutro, la miglior cosa é certo la prima cioè il fare impunemente il danno, e la seconda é il non farlo per non patirlo, e la cosa più misera indubbiamente é lo stare a battagliare giorno e notte per fare e ricevere ingiurie.
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Sed cum plerique arbitrentur res bellicas maiores esse quam urbanas, minuenda est haec opinio. Multi enim bella saepe quaesiverunt propter gloriae cupiditatem, atque id in magnis animis ingeniisque plerumque contingit, eoque magis, si sunt ad rem militarem apti et cupidi bellorum gerendorum; vere autem si volumus iudicare multae res extiterunt urbanae maiores clarioresque quam bellicae. Quamvis enim Themistocles iure laudetur et sit eius nomen quam Solonis illustrius citeturque Salamis clarissimae testis victoriae, quae anteponatur consilio Solonis ei, quo primum constituit Areopagitas, non minus praeclarum hoc quam illud iudicandum est. Illud enim semel profuit, hoc semper proderit civitati; hoc consilio leges Atheniensium, hoc maiorum instituta servantu
Generalmente si crede che le imprese di guerra abbiano maggior importanza che le opere di pace: questa opinione deve essere corretta. E' ben vero che molti, in ogni tempo, cercarono occasioni di guerra per solo desiderio di gloria, e ciò per lo più accade in persone di grande animo e di grande ingegno, tanto più se hanno attitudine all'arte militare e istintivo desiderio di guerreggiare; ma, se vogliamo giudicare secondo verità, la storia ci offre molti esempi di azioni civili ancor più grandi e più belle delle imprese guerresche. Si lodi pure a buon diritto Temistocle; sia pure il suo nome più illustre di quello di Solone, e si chiami Salamina a testimonianza d'una famosissima vittoria, per anteporla al provvedimento col quale Solone per la prima volta istituì l'Areopago; ma questo provvedimento è da giudicarsi non meno luminoso di quella vittoria: questa non giovò che una sola volta, quello invece gioverà in ogni tempo allo Stato. E' questo consesso che custodisce le leggi d'Atene; è questo che preserva le istituzioni degli avi
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Sic ab Epicuro sapiens semper beatus inducitur (è rappresentato): finitas (limitate) habet cupidi-tates, neglegit mortem, de diis immortalibus sine ullo metu vera sentii, non dubitai (non esita), si ita melius sit, migrare de vita. His rebus instructus semper est in voluptate. Nani etpraeterita grate meminit et praesentibus ita potitur, ut animadvertat, quanta sint ea quamque iucunda, ncque pen-det exfuturis, sed exspectat illa, fruitur praesentibus ab iisque vitiis, quae paulo ante collegi (ho elencato), abest plurimum et, cum stultorum vitam cum sua comparai, magna afficitur voluptate. Dolores autem si qui incurrunt, numquam vini lantani habent, ut non plus habeat sapiens quod (motivo di) gaudeat, quam quod angatur.
Così il sapiente è rappresentato da Epicuro sempre felice: ha desideri limitati, ignora la morte, conosce senza alcun timore la verità sugli dèi immortali, non esita, quando sia meglio, ad abbandonare la vita. Provvisto di queste certezze (lett. fornito di queste cose), è sempre in uno stato d'animo sereno. Ricorda infatti con piacere le esperienze passate e domina quelle presenti, così da accorgersi di quanto siano numerose e piacevoli, né si preoccupa di quelle future, ma le attende, gioisce di quelle presenti e si tiene lontanissimo da quei vizi che ho appena elencato e, quando paragona la vita degli sciocchi con la propria, si rallegra assai. E se sopravvengono dei dolori, non hanno mai un impatto così grande per cui il sapiente non abbia motivo di gioire piuttosto che di affliggersi.
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Inizio: nos a te, ut scis, discessimus a. d. IV novembr. ante diem V kal decembr servus Cn. Plancii Brundisii tandem aliquando mihi a te expenctatissimas litteras reddidit, datas idibus novembribus, quae me molestia valde levarunt; utinam omnino liberassent! Fine: Sed tamen velim ne properes. Symphoniam Lysonis vellem vitasses, ne in quartam hebdomada incideres. Sed, quoniam pudori tuo obsequi maluisti quam valetudini, reliqua cura!Reliquum est ut te hoc rogem et a te petam, ne temere naviges. Cautus sis mi Tiro. Mare magnum et difficile tibi restat.
Tullio e Cicerone salutano moltissimo il suo Tirone.
Noi come sai ci siamo allontanati da te il 2 novembre. Tuttavia un giorno il 27 dicembre il servo Cneo Plancio di Brindisi mi recapitò da te l'aspettatissima lettera consegnata il 13 novembre che mi tolse fortemente dal dispiacere, magari se mi avesse liberato totalmente. Ma tuttavia il medico Asclapone chiaramente conferma che presto sarai forte. E adesso io ti dovrei esortare a volgere tutta la diligenza per guarire?Io conosco la tua prudenza, temperanza e onore verso di me so che farai tutte le cose per essere quanto prima con noi. Ma tuttavia vorrei che non ti affrettassi. Avrei voluto che tu avessi evitato il trattamento musicale di Lisone affinché tu non facessi una ricaduta nella quarta settimana. Ma poiché hai preferito aver riguardo per il tuo dovere verso l'ospite piuttosto della tua salute, cura le conseguenze. Resta il fatto che ti domando ciò e ti chiedo di non navigare