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Ex tuis litteris quid ageres et ubi esses cognivi, quando autem te visuri essemus nihil sane ex litteris potuit suspicari. In spem tamen venio appropinquare tuum adventum, qui mihi utinam solacio sit, etsi tot tantisque rebus urgemur ut nullam adlevationem quisquam, nisi stultissimus, sperare debeat; sed tamen aut tu potes me aut ego te fortasse aliqua re iuvare. Scito enim me, posteaquam in urbem venerim, in gratiam redisse cum veteribus amicis, idest cum libris, etsi eorum usum dimiseram non quod iis succenserem, sed quod eorum me suppudebat. Videbatur enim mihi, cum me in res turbulentissimas infidelissimis sociis demisissem, praeceptis illorum non satis paruisse. Quamvis me paccasse sentiant, ignoscunt mihi, revocant in consuetudinem pristinam teque, quod in ea permanseris, sapientiorem quam me dicunt fuisse. Quam ob rem, quoniam placatis iis utor, video sperare debere, si te viderim, et ea quae premant, et ea quae impendeant me facile laturum.
Dalla tua lettera ho appreso che cosa facevi e dove eri; dalla lettera però non ho potuto affatto arguire quando ti vedrò. Tuttavia nutro la speranza che si avvicini il tuo arrivo, il quale possa essermi di conforto, sebbene io sia tormentato da tante e tanto grandi cose che nessuno, se non molto insensato, deve sperare alcun sollievo; ma nondimeno o tu puoi giovare a me o io a te forse in qualche cosa. Infatti sappi che io, dopo che sono arrivato in città, (mi) sono riconciliato con vecchi amici, cioè con i libri, anche se avevo messo da parte la loro consuetudine, non perché fossi sdegnato con loro ma perché provavo nei loro confronti una certa vergogna. Mi sembrava infatti, essendomi cacciato in mezzo ad una situazione molto spinosa con alleati sleali, di non aver obbedito abbastanza ai loro insegnamenti. Sebbene si accorgano che ho sbagliato, mi perdonano, mi richiamano all'antica consuetudine e dicono che tu, poiché sei rimasto legato ad essa, sei stato più saggio di me. Per questo motivo, dal momento che li frequento pacificati con me, sembra che io debba sperare che sopporterò facilmente, se ti vedrò, sia le cose che mi opprimono, sia quelle che mi sovrastano.
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Sed ne forte ex multis rebus gestis M. Antoni rem unam pulcherrimam transiliat oratio, ad Lupercalia veniamus. Non dissimulat, patres conscripti, adparet esse commotum; sudat, pallet. Quidlibet, modo ne nauseet, faciat, quod in porticu Minucia fecit. Quae potest esse turpitudinis tantae defensio? Cupio audire, ut videam, ubi rhetoris sit tanta merces . Sedebat in rostris conlega tuus amictus toga purpurea in sella aurea coronatus. Escendis, accedis ad sellam, (ita eras Lupercus, ut te consulem esse meminisse deberes) diadema ostendis. Gemitus toto foro. Unde diadema? Non enim abiectum sustuleras, sed adtuleras domo meditatum et cogitatum scelus. Tu diadema inponebas cum plangore populi, ille cum plausu reiciebat. Tu ergo unus, scelerate, inventus es, qui cum auctor regni esse eumque, quem collegam habebas, dominum habere velles, idem temptares, quid populus Romanus ferre et pati posset. At etiam misericordiam captabas; supplex te ad pedes abiciebas quid petens? ut servires? Tibi uni peteres, qui ita a puero vixeras, ut omnia paterere, ut facile servires; a nobis populoque Romano mandatum id certe non habebas
Ma affinché il mio discorso, tra le tante imprese di Antonio, non lasci proprio la più bella, veniamo a Lupercali. Non finge, o senatori, sembra essere scosso: suda, impallidisce. Faccia ciò che gli pare, purché non vomiti, csa che fece nel portico Minucio. Quale può essere la difesa di tanta turpitudine? Sono bramoso di ascoltare, affinché io veda dove siano andate a finire la ricompensa così lauta del suo maestro di retorica, dove appaiano i frutti della tenuta di Lentini. Il tuo collega sedeva sulle tribune, avvolto in una toga purpurea, su un trono dorato, incoronato. Sali, ti avvicini al trono, - la tua carica di Luperco era tale da non dover farti dimenticare che eri anche un console -. In tutto il foro risuonò un gemito. Donde il diadema? Non l'avevi trovato a terra, gettato via da qualcuno, l'avevi portato da casa. fu un misfatto premeditato e intenzionale. Tu collocavi in mezzo al cordoglio il diadema, egli fra le acclamazioni lo rifiutava, Quindi tu, scellerato, tu solo sei stato trovato che, essendo promotore del regno e volendo avere come padrone colui che avevi come collega, tu stesso provassi cosa potesse sopportare e soffrire il popolo rpmano. E cercavi di attirare anche la misericordia; ti gettavi supplice ai suoi piedi, chiedendo cosa? di farci sevire. Per te solo, che avevi vissuto fin da piccolo in modo tale da sopportare ogni cosa, da servire senza soffrirne, avresti dovuto chiederelo. Di certo non avevi quell'incarico da noi o dal popolo romano
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Cicerone, la ricerca della gloria
Autore: Cicerone
Itemque alii de vita, alii de gloria et benivolentia civium in discrimen vocantur. Promptiores igitur debemus esse ad nostra pericula quam ad communia dimicareque paratius de honore et gloria quam de ceteris commodis. Inventi autem multi sunt, qui non modo pecuniam, sed etiam vitam profundere pro patria parati essent, idem gloriae iacturam ne minimam quidem facere vellent, ne re publica quidem postulante, ut Callicratidas, qui, cum Lacedaemoniorum dux fuisset Peloponnesiaco bello multaque fecisset egregie, vertit ad extremum omnia, cum consilio non paruit eorum, qui classem ab Arginusis removendam nec cum Atheniensibus dimicandum putabant. Quibus ille respondit Lacedaemonios classe illa amissa aliam parare posse, se fugere sine suo dedecore non posse. Atque haec quidem Lacedaemoniis plaga mediocris, illa pestifera, qua, cum Cleombrotus invidiam timens temere cum Epaminonda conflixisset, Lacedaemoniorum opes corruerunt. Quanto Q. Maximus melius! de quo Ennius: Unus homo nobis cunctando restituit rem. Noenum rumores ponebat ante salutem. Ergo postque magisque viri nunc gloria claret. Quod genus peccandi vitandum est etiam in rebus urbanis. Sunt enim qui quod sentiunt, etsi optimum sit, tamen invidiae metu non audeant dicere.
Si trovano molti però che sono disposti a sacrificare per la patria non solo il denaro, ma anche la vita, mentre poi rifiutano di fare il più piccolo sacrificio della loro gloria, anche se lo richiede la patria. Come fece, per esempio, Callieratida, il quale, essendo ammiraglio degli Spartani nella guerra del Peloponneso e avendo compiuto molte e mirabili imprese, alla fine mandò tutto inrovina, per non aver voluto seguire il consiglio di coloro i quali giudicavano opportuno ritirare la flotta dalle Arginuse e non venire a battaglia con gli Ateniesi. Egli rispose loro che Sparta, perduta quella flotta, ben poteva allestirne un'altra, mentre lui non poteva fuggire senza macchiarsi d'infamia. E quello fu per gli Spartani un colpo abbastanza lieve; rovinoso fu l'altro, quando Cleombroto, temendo lo sfavore popolare, a cuor leggero venne alle mani con Epaminonda, e la potenza di Sparta crollò. Quanto migliore fu la condotta di Quinto Massimo, del quale Ennio dice: "Un uomo solo, temporeggiando, rialzò le nostre sorti. Egli non anteponeva le dicerie del volgo alla salvezza della patria. Onde la gloria di quel grande di giorno in giorno risplende più viva " Questa sorta d'errore, per altro, si deve evitare anche nelle questioni civili: ci sono di quelli, infatti, che, per timore della impopolarità, non osano manifestare il loro pensiero, anche se ottimo.
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Quorum quod simile factum, quod initum delendae rei publicae consilium? Largitionis voluntas tum in re publica versata est et partium quaedam contentio. Atque illo tempore huius avus Lentuli, vir clarissimus, armatus Gracchum est persecutus. Ille etiam grave tum vulnus accepit, ne quid de summa re publica deminueretur; hic ad evertenda rei publicae fundamenta Gallos accersit, servitia concitat, Catilinam vocat, adtribuit nos trucidandos Cethego et ceteros civis interficiendos Gfabinio, urbem inflammandam Cassio, totam Italiam vastandam diri piendamque Catilinae. Vereamini censeo, ne in hoc scelere tam immani ac nefando nimis aliquid severe statuisse videamini; multo magis est verendum, ne remissione poenas crudeles in patriam quam ne severitate animadversionis nimis vehementes in acerbissimos hostis fuisse videamur.
Di costoro quale fatto è simigliante, quale decisione intrapresa per distruggere la Repubblica? Si diffuse allora nella Repubblica una volontà di corruzione, ed una certa litigiosità per ripartirne i frutti. Ed in quel tempo, un antenato di questo Lentulo, uomo oltremodo illustre, perseguì con le armi Gracco. Eppure, questi ricevette un colpo tanto grave perché la Repubblica non soffrisse detrimento alcuno. Costui ha chiamato i Galli per distruggere le fondamenta della Repubblica, solleva gli schiavi, chiama Catilina, conferisce a Cetego il compito di trucidare tutti noi ed a Gabinio quello per tutti gli altri cittadini, a Cassio il compito di dar fuoco alla città, a Catilina il compito di devastare e distruggere tutta l’Italia. Ritengo che dobbiate domandarvi con preoccupazione se, in questo delitto così immane e nefando, abbiate adottato misure adeguatamente severe; molto di più dobbiamo preoccuparci che, con la mitezza della pena, sembriamo essere stati crudeli contro la Patria piuttosto che, con la severità del castigo, essere stati sufficientemente duri contro nemici pericolosissimi. Quorum quod simile factum, quod initum delendae rei publicae consilium? Largitionis voluntas tum in re publica versata est et partium quaedam contentio. Atque illo tempore huius avus Lentuli, vir clarissimus, armatus Gracchum est persecutus. Ille etiam grave tum vulnus accepit, ne quid de summa re publica deminueretur; hic ad evertenda rei publicae fundamenta Gallos accersit, servitia concitat, Catilinam vocat, adtribuit nos trucidandos Cethego et ceteros civis interficiendos Gfabinio, urbem inflammandam Cassio, totam Italiam vastandam diri piendamque Catilinae. Vereamini censeo, ne in hoc scelere tam immani ac nefando nimis aliquid severe statuisse videamini; multo magis est verendum, ne remissione poenas crudeles in patriam quam ne severitate animadversionis nimis vehementes in acerbissimos hostis fuisse videamur. Di costoro quale fatto è simigliante, quale decisione intrapresa per distruggere la Repubblica? Si diffuse allora nella Repubblica una volontà di corruzione, ed una certa litigiosità per ripartirne i frutti. Ed in quel tempo, un antenato di questo Lentulo, uomo oltremodo illustre, perseguì con le armi Gracco. Eppure, questi ricevette un colpo tanto grave perché la Repubblica non soffrisse detrimento alcuno. Costui ha chiamato i Galli per distruggere le fondamenta della Repubblica, solleva gli schiavi, chiama Catilina, conferisce a Cetego il compito di trucidare tutti noi ed a Gabinio quello per tutti gli altri cittadini, a Cassio il compito di dar fuoco alla città, a Catilina il compito di devastare e distruggere tutta l’Italia. Ritengo che dobbiate domandarvi con preoccupazione se, in questo delitto così immane e nefando, abbiate adottato misure adeguatamente severe; molto di più dobbiamo preoccuparci che, con la mitezza della pena, sembriamo essere stati crudeli contro la Patria piuttosto che, con la severità del castigo, essere stati sufficientemente duri contro nemici pericolosissimi.
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Itaque illius verae elegantisque philosophiae, quae ducta a Socrate in Peripateticis adhuc permansit et idem alio modo dicentibus Stoicis, cum Academici eorum controversias disceptarent, nulla fere sunt: aut pauca admodum Latina monumenta sive propter magnitudinem rerum occupationemque hominum, sive etiam quod imperitis ea probari posse non arbitrabantur, cum interim illis silentibus C. Amafinius extitit dicens, cuius libris editis commota multitudo contulit se ad eam potissimum disciplinam, sive quod erat cognitu perfacilis, sive quod invitabantur inlecebris blandis voluptatis, sive etiam, quia nihil erat prolatum melius, illud quod erat tenebant. Post Amafinium autem multi eiusdem aemuli rationis multa cum scripsissent, Italiam totam occupaverunt, quodque maximum argumentum est non dici illa subtiliter, quod et tam facile ediscantur et ab indoctis probentur, id illi firmamentum esse disciplinae putant.
Pertanto della filosofia genuina e scientifica, che, mossa da Socrate, fu continuata dai Peripatetici e dagli Stoici, che in modo diverso insegnano la stessa dottrina, mentre gli Accademici decidevano le loro controversie, 1 ci sono ben poche o nessuna opera latina, sia par la gravita degli argomenti e per la vita pratica dei Roniani, sia perché si credeva che quelle dottrine non potessero incontrare il gusto di gente non colta. Ma ecco in mezzo al loro silenzio sorse a parlare C. Amafinio, 2 il quale concia pubblicazione dei suoi libri scosse la moltitudine, che abbracciò a preferenza la dottrina epicurea, perché era molto facile ad apprendersi, allettata dalle lusinghe della dolce voluttà, ,'e anche perché, non essendosi prodotto alcunché di meglio, abbracciava quello che c'era. Dopo Amafinio molti zelanti seguaci della stessa scuola scrissero molti libri e ne ingombrarono tutta l'Italia. Il fatto, che è l'argomento più grave, che non espongono con esattezza i loro principi, che s'imparano tanto facilmente e piacciono agli uomini incolti, essi credono sia la prova più sicura della verità della loro dottrina.