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Gyges, qui cum terra discessisset magnis quibusdam imbribus, descendit in illum hiatum aeneumque equum, ut ferunt fabulae, animadvertit, cuius in lateribus fores essent; quibus apertis corpus hominis mortui vidit magnitudine invisitata anulumque aureum in digito; quem ut detraxit, ipse induit (erat autem regius pastor), tum in concilium se pastorum recepit. Ibi cum palam eius anuli ad palmam converterat, a nullo videbatur, ipse autem omnia videbat; idem rursus videbatur, cum in locum anulum inverterat. Itaque hac oportunitate anuli usus reginae stuprum intulit eaque adiutrice regem dominum interemit, sustulit quos obstare arbitrabatur, nec in his eum facinoribus quisquam potuit videre. Sic repente anuli beneficio rex exortus est Lydiae. Hunc igitur ipsum anulum si habeat sapiens, nihil plus sibi licere putet peccare, quam si non haberet; honesta enim bonis viris, non occulta quaeruntur.
Gige essendosi la terra spaccata per certe grandi piogge, Gige scese in quella voragine e scorse, come dicono le leggende, un cavallo di bronzo, che aveva ai fianchi delle porte; dopo averle aperte scorse il corpo di un uomo morto di grandezza mai vista, con un anello d'oro al dito; glielo tolse e se lo mise, poi si recò all'adunanza dei pastori (era, intatti, pastore del re); lì, ogni volta che volgeva il castone dell'anello verso la palma della mano, diveniva invisibile a tutti, mentre egli era in grado di veder tutto; ritornava nuovamente visibile quando rimetteva l'anello al suo posto. E così, servendosi dei poteri concessigli dall'anello, fece violenza alla regina e col suo aiuto uccise il re suo padrone, tolse di mezzo chi, a parer suo, gli si opponeva, e nessuno potè scorgerlo mentre compiva questi delitti; così, tutto ad un tratto, grazie all'anello divenne re della Lidia. Se, dunque, il sapiente avesse questo stesso anello, penserebbe che non gli fosse lecito peccare più che se non l'avesse; i galantuomini, difatti, cercano l'onestà, non la segretezza
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Instruite nunc, Quirites, contra has tam praeclaras Catilinae copias vestra praesidia vestrosque exercitus. Et primum gladiatori illi confecto et saucio consules imperatoresque vestros opponite; deinde contra illam naufragorum eiectam ac debilitatam manum florem totius Italiae ac robur educite. Iam vero urbes coloniarum ac municipiorum respondebunt Catilinae tumulis silvestribus. Neque ego ceteras copias, ornamenta, praesidia vestra cum illius latronis inopia atque egestate conferre debeo. Sed si omissis his rebus, quibus nos suppeditamur, eget ille, senatu, equitibus Romanis, urbe, aerario, vectigalibus, cuncta Italia, provinciis omnibus, exteris nationibus, si his rebus omissis causas ipsas, quae inter se confligunt, contendere velimus, ex eo ipso, quam valde illi iaceant, intellegere possumus. Ex hac enim parte pudor pugnat, illinc petulantia; hinc pudicitia, illinc stuprum; hinc fides, illinc fraudatio; hinc pietas, illinc scelus; hinc constantia, illinc furor; hinc honestas, illinc turpitudo; hinc continentia, illinc lubido; denique aequitas, temperantia, fortitudo, prudentia, virtutes omnes certant cum iniquitate, luxuria, ignavia, temeritate, cum vitiis omnibus; postremo copia cum egestate, bona ratio cum perdita, mens sana cum amentia, bona denique spes cum omnium rerum desperatione confligit. In eius modi certamine ac proelio nonne, si hominum studia deficiant, di ipsi inmortales cogant ab his praeclarissimis virtutibus tot et tanta vitia superari
Ora, Quiriti, schierate le vostre guarnigioni e i vostri eserciti contro le intrepide milizie di Catilina e, per prima cosa, opponete i vostri consoli e comandanti a quel gladiatore stremato e ferito! Fate scendere in campo il fior fiore, il nerbo dell'Italia intera contro quel pugno di naufraghi esausti, sbattuti dalle onde! Colonie e municipi sapranno senz'altro rispondere alle imboscate di Catilina! Non è il caso, poi, che confronti tutte le forze di cui disponete, i vostri equipaggiamenti e le vostre risorse alla mancanza di mezzi, alla miseria di quel bandito. Ma se, tralasciando tutto ciò di cui siamo provvisti e di cui lui è privo, intendo dire il Senato, i cavalieri, la città, il tesoro pubblico, le rendite statali, l'Italia intera, tutte le province, gli stati esteri, se, tralasciando tutto ciò, volessimo confrontare semplicemente le due cause avverse, solo questo sarebbe sufficiente a farci capire quanto siano a terra! Dalla nostra parte combatte la moderazione, dalla loro l'insolenza; qui la pudicizia, là la vergogna; qui la lealtà, là l'inganno; qui il timore degli dèi, là l'empietà; qui la coerenza, là la follia; qui l'onore, là l'infamia; qui la moderazione, là la sfrenatezza; infine l'equità, la temperanza, il coraggio, la saggezza, insomma tutte le virtù combattono contro l'ingiustizia, la sfrenatezza, la viltà, la temerarietà, insomma contro tutti i vizi. Infine, la ricchezza si oppone alla povertà, l'ordine alla rivoluzione, la ragione alla pazzia e, per concludere, la speranza a una generale disperazione. In un tale conflitto, in un tale scontro, se glise gli sforzi umani fossero insufficienti, non interverrebbero forse gli dèi immortali a far trionfare le più nobili virtù su tanti e tali vizi?
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Ego autem iuris civilis studio multum operae dabam Q. ScaevolaeP. f. , qui quamquam nemini ad docendum dabat, tamen consulentibus respondendo studiosos audiendi docebat. Atque huic anno proxumus Sulla consule et Pompeio fuit. Tum P. Sulpici in tribunatu cotidie contionantis totum genus dicendi penitus cognovimus; eodemque tempore, cum princeps Academiae Philo cum Atheniensium optumatibus Mithridatico bello domo profugisset Romamque venisset, totum ei metradidi admirabili quodam ad philosophiam studio concitatus; in quo hoc etiam commorabar adtentius –etsi rerum ipsarum varietas et magnitudo summa me delectatione retinebat-, sed tamen sublata iam esse in perpetuum ratio iudiciorum videbatur. Occiderat Sulpicius illo anno tresque proxumo trium aetatum oratores erant crudelissumeinterfecti, Q. Catulus M. Antonius C. Iulius. Eodem anno etiam Moloni Rhodio Romae dedimus operam et actori summo causarum et magistro. Haec etsi videntur esse a proposita ratione diversa, tamen idcirco a me proferuntur, ut nostrum cursum perspicere, quoniam voluisti, Brute, possis –nam Attico haec nota sunt- et videre quem ad modum simus in spatio Q. Hortensium ipsius vestigiis persecuti. Triennium fere fuit urbs sine armis; sed oratorum aut interitu aut discessu aut fuga –nam aberant etiam adulescentes M. Crassus et Lentuli duo- primas in causis agebat Hortensius, magis magisque cotidie probabatur Antistius, Piso saepe dicebat, minus saepe Pomponius, raro Carbo, semel aut iterum Philippus. At vero ego hoc tempore omni noctes et dies in omnium doctrinarum meditatione versabar.
Traduzione
Io, avendo un forte interesse per il diritto civile, seguivo con grande assiduità Quinto Scevola figlio di Publio il quale, sebbene in nessun caso si prestasse ad insegnare, tuttavia, nel rispondere a quanti lo consultavano, insegnava a coloro che mettevano impegno nell’ascoltarlo. E l’anno successivo a questo fu quello del consolato di Silla e di Pompeo. Allora potei conoscere a fondo tutto il genere d’eloquenza di Publio Sulpicio, che nel corso del suo tribunato parlava quotidianamente di fronte all’assemblea popolare; e nello stesso periodo, una volta che il capo dell’Accademia, Filone, fuggito dalla sua patria insieme aimaggiorenti di Atene in seguito alla guerra mitridatica, si fu stabilito a Roma, mi dedicai interamente a lui, animato da uno straordinario trasporto per lo studio della filosofia; in esso indugiavo con interesse tanto più vivo – è vero che mi avvincevano la stessa varietà e importanza dei problemi, con l’immenso piacere che mi procuravano, ma tuttaviala normalità giudiziaria mi pareva abolita per sempre. In quell’anno era morto Sulpicio; in quello successivo tre oratori di tre generazioni, Quinto Catulo, Marco Antonio e Gaio Giulio, erano stati uccisi nella maniera più atroce. Nello stesso anno seguii a Roma anche Molone di Rodi, sommo avvocato e maestro d’eloquenza. Di queste cose, anche se sembrano esulare dal piano che ci siamo prefissi, io ho fatto menzione di proposito, perché tu, Bruto, dal momento che hai espresso questo desiderio, potessi renderti conto appieno – per Attico, invece, sono cose ben note – di quello che è stato il mio percorso, e vedere in che modo, in questo cammino, io abbia tenuto dietro a Ortensio sulle sue stesse orme. Per circa tre anni Roma non conobbe contese armate; ma a
causa della morte, della partenza volontaria, o dell’esilio di tanti oratori – tra l’altro, erano lontani anche due giovani come Marco Crasso e i due Lentuli – nei processi Ortensio era l’oratore più in vista, Antistio di giorno in giorno si faceva apprezzare sempre di più, Pisone parlava spesso, meno spesso Pomponio, Carbone di rado, e Filippo non parlò più di una volta o due; mentre io, in tutto questo periodo, attendevo giorno e
notte allo studio di tutte le discipline. Stavo con lo Stoico Diodoto, che, dopo avere abitato presso di me e con me vissuto, in casa mia è morto qualche tempo fa. Mi guidava in esercizi diversi, e specialmente in quelli di dialettica, la quale deve essere considerata, per così dire, un’eloquenza contratta e serrata; e senza la quale anche tu, Bruto, hai ritenuto non si potesse conseguire l’eloquenza, quella nel senso più pieno, che viene
considerata una dialettica dilatata. A questo maestro e alle sue molte e varie scienze io mi dedicavo senza tuttavia mai tralasciare per un solo giorno gli esercizi oratori.
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La creazione degli esseri viventi
versione latino Cicerone
libro Corso di lingua latina
INIZIO - De iis, quos Graeci "daimonas" appellant FINE - quod erit immortale, partem adtexitote mortalem
Circa quelli che i Greci chiamano "demoni", e i nostri, come penso, Iari, bisogna credere agli uomini antichi e primitivi, che dicevano di essere progenie degli dei e ci hanno tramandato i loro nomi: infatti potevano conoscere nel modo migliore i loro creatori ed è difficile non avere fiducia a coloro che sono nati dagli dei; sebbene la loro dichiarazione non è confermato né da argomenti né da ragioni certe, poiché ci parlano delle loro cose, bisogna obbedire alla legge e al costume antico. Dunque a tutti loro quel dio che generò tutto. dice queste cose: "Voi che siete nati dal seme degli dei, state attenti. Dal momento che siete nati, voi certamente non potete essere immortali e indissolubili, per nulla sarete dissolti, e né alcuna morte vi distruggerà. qualcosa che io penso qundue sapete. Coloro che sono creati in modo che fossero obbligati a essere appartenenti agli dei immortali, saranno chiamati divini e avranno il dominio di tutta la sovranità vivente e appariranno volenterosi per la giustizia e la legge. Ora voi a ciò, che sarà immortale, aggiungerete la parte mortale".
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Principio corporis nostri magnam natura ipsa videatur habuisse rationem, quae formam nostram reliquamque figuram, in qua esset species honesta, eam posuit in promptu. Quae partes autem corporis, ad naturae necessitatem datae, adspectum essent deformem habiturae atque foedum, eas contexit atque abdidit. Hanc naturae tam diligentem fabricam imitata est hominis verecundia. Quae enim natura occultavit, eadem omnes, qui modo sana mente sint, removent ab oculis; quarumque partium corporis usus sunt necessarii, eas neque partes neque usus suis nominibus appellant. Nam quod facere non turpe est modo occulte, id dicere obscaenum est. Nec vero audiendi sunt Cynici philosophi, qui reprehendunt et inrident quod ea, quae turpia factu non sint, verbis flagitiosa ducamus.
Prima di tutto è evidente che la natura pose grande cura nella conformazione del nostro corpo: mise in mostra il volto e le altre parti in cui c’è una visione decoroso. Essa, invece, coprì e nascose le parti del corpo, designate alla necessità naturale, che avrebbero avuto un aspetto poco decente e brutto. Il pudore dell'uomo prese a modello questa creazione tanto coscienziosa della natura. Tutti, infatti, purché sani di mente, sottraggono alla vista quelle che la natura ha nascosto; e di queste parti del corpo che servono per necessità, non chiamano né quelle parti né gli usi con i loro nomi specifici. Infatti, ciò che non è vergognoso fare, purché di nascosto, è indecoroso dirlo. E neppure si devono ascoltare i filosofi Cinici, che biasimano e scherniscono poiché riteniamo vergognose a parole cose che in effetti vergognose non sono.