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Quam diu imperium populi Romani beneficiis tenebatur non iniuriis bella aut pro sociis aut de imperio gerebantur exitus erant bellorum aut mites aut necessarii regum populorum nationum portus erat et refugium senatus nostri autem magistratus imperatoresque ex hac una re maximam laudem capere studebant si provincias si socios aequitate et fide defendissent. Itaque illud patrocinium orbis terrae verius quam imperium poterat nominari. Sensim hanc consuetudinem et disciplinam iam antea minuebamus post vero Sullae victoriam penitus amisimus; desitum est enim videri quicquam in socios iniquum cum exstitisset in cives tanta crudelitas. Ergo in illo secuta est honestam causam non honesta victoria. Est enim ausus dicere hasta posita cum bona in foro venderet et bonorum virorum et locupletium et certe civium praedam se suam vendere. Secutus est qui in causa impia victoria etiam foediore non singulorum civium bona publicaret sed universas provincias regionesque uno calamitatis iure comprehenderet. Itaque vexatis ac perditis exteris nationibus ad exemplum amissi imperii portari in triumpho Massiliam vidimus et ex ea urbe triumphari sine qua numquam nostri imperatores ex transalpinis bellis triumpharunt. Multa praeterea commemorarem nefaria in socios si hoc uno quicquam sol vidisset indignius.
Tuttavia per tutto il tempo che l'impero romano si resse sui benefici e non sulle offese si onducevano le guerre o in difesa degli alleati o per lo Stato e il loro esito era o mite o necessario; il senato era il porto e il rifugio dei re dei popoli e delle nazioni e i nostri magistrati e generali si sforzavano di ottenere la maggior gloria da questo solo se avessero difeso le pro vince e gli alleati con giustizia e lealtà. Perciò quello si poteva chiamare con maggiore verità patrocinio del mondo che impero. A poco a poco già da tempo avevamo attenuato questa consuetudine e questa condotta ma dopo la vittoria di Silla essa scomparve del tutto. Cessò infatti di apparire ingiusto ogni danno contro gli alleati dopo che erano state commesse crudeltà tanto grandi verso i cittadini. Nel caso di Silla dunque una vittoria poco onesta tenne dietro ad una causa onesta. Infatti egli osò dire vendendo - dopo aver piantato l'asta - nel foro i beni di onesti cittadini ricchi e pur sempre cittadini che egli vendeva il suo bottino. Gli tenne dietro uno che per un'empia causa con una vittoria ancor più turpe non solo vendeva i beni dei singoli cittadini ma comprendeva sotto un unico diritto di sciagura tutte le provincie e le regioni. Perciò, tormentate e devastate le nazioni straniere, abbiamo visto come esempio del perduto impero, portare nel trionfo l'effigie di Marsiglia e trionfare su quella città, senza la quale i nostri generali non avrebbero mai potuto riportare il trionfo delle guerre transalpine. Potrei ricordare, inoltre, molte scelleratezze commesse contro gli alleati, se il sole ne avesse visto qualcuna più indegna di questa sola. A ragione, dunque, siamo colpiti. Se non avessimo lasciate impunite le disoneste azioni di molti, non sarebbe mai toccata ad uno solo una così grande sfrenatezza; ma da costui l'eredità del patrimonio giunse a pochi, della cupidigia a molti disonesti.
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Etsi Quirites, non est meae consuetudinis initio dicendi rationem reddere qua de causa quemque defendam, propterea quod cum omnibus civibus in eorum periculis semper satis iustam mihi causam necessitudinis esse duxi, tamen in hac defensione capitis, famae fortunarumque omnium C. Rabiri proponenda ratio videtur esse offici mei, propterea quod, quae iustissima mihi causa ad hunc defendendum esse visa est, eadem vobis ad absolvendum debet videri. Nam me cum amicitiae vetustas, cum dignitas hominis, cum ratio humanitatis, cum meae vitae perpetua consuetudo ad C. Rabirium defendendum est adhortata, tum vero, ut id studiosissime facerem, salus rei publicae, consulare officium, consulatus denique ipse mihi una vobis cum salute rei publicae commendatus coegit. Non enim C. Rabirium culpa delicti, non invidia vitae, Quirites, non denique veteres iustae gravesque inimicitiae civium in discrimen capitis vocaverunt, sed ut illud summum auxilium maiestatis atque imperi quod nobis a maioribus est traditum de re publica tolleretur, ut nihil posthac auctoritas senatus, nihil consulare imperium, nihil consensio bonorum contra pestem ac perniciem civitatis valeret, idcirco in his rebus evertendis unius hominis senectus, infirmitas solitudoque temptata est.
Traduzione
O Romani, benché non sia mia abitudine, all'inizio di un discorso, giustificare le motivazioni per le quali intraprendo la difesa di un imputato qualsiasi - dato che ho sempre ritenuto che causa sufficiente per una difesa di qualsivoglia cittadino fosse trarlo fuori dal pericolo - ciononostante, in questa difesa - (nella fattispecie) della vita , dell'onore e dell'intera fortuna di C. Rabirio - mi sembra opportuno esporre la ragione che me la rende doverosa; ciò perché tale ragione, che ho ritenuto fondatissima e che mi ha spinto ad assumere questa difesa, deve apparire tale anche a voi, (e deve spingervi quindi) ad assolverlo.
Da una parte , l'inveterata conoscenza (che mi lega a costui), la dignità dell'uomo, l'impulso dell'humanitas, nonché la mia tipica condotta di vita mi hanno (certo) spinto ad assumermi la difesa di C. Rabirio; dall'altra, invece, la salvezza dello Stato, il mio dovere di console - ovvero, il fatto che da voi mi sia stato affidato l'onore consolare unitamente alla tutela dello Stato, mi impone di assumere suddetta difesa col mio più grande impegno.
Questo perché, o Romani, non una colpa effettiva, non un (gratuito) accanimento contro la (sua) vita, né del resto il sussistere di un inveterato, fondato e grave odio dei cittadini (nei suoi confronti) hanno esposto C. Rabirio al pericolo di vita; piuttosto, si è preso di mira l'anzianità, la debolezza, l'isolamento di un singolo individuo come pretesto per sovvertire l'ordine delle cose: ovvero, affinché lo Stato fosse privato di quel sommo sostegno di grandezza e di autorevolezza, che abbiamo ereditato dai nostri antenati, di modo che, d'ora in poi, non sussistesse alcuna autorità del senato, alcun potere consolare, alcun consenso tra i cittadini onesti in grado di resistere alla peste rovinosa che s'accanisce contro lo Stato.
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Unum genus est adversum infestumque nobis, eorum quos P. Clodi furor rapinis et incendiis et omnibus exitiis publicis pavit: qui hesterna etiam contione incitati sunt, ut vobis voce praeirent quid iudicaretis. Quorum clamor si qui forte fuerit, admonere vos debebit, ut eum civem retineatis, qui semper genus illud hominum clamoresque maximos prae vestra salute neglexit. Quam ob rem adeste animis, iudices, et timorem si quem habetis deponite. Nam--si umquam de bonis et fortibus viris, si umquam de bene meritis civibus potestas iudicandi fuit, si denique umquam locus amplissimorum ordinum delectis viris datus est, ut sua studia erga fortis et bonos civis, quae voltu et verbis saepe significassent, re et sententiis declararent--hoc profecto tempore eam potestatem omnem vos habetis, ut statuatis utrum nos, qui semper vestrae auctoritati dediti fuimus, semper miseri lugeamus, an, diu vexati a perditissimis civibus, aliquando per vos ac per vestram fidem, virtutem, sapientiamque recreemur.
Esiste poi una genia che ci è contraria e ostile: quella che la follia di Publio Clodio ha nutrito di rapine, incendi e pubbliche sciagure. Questi uomini, anche nel corso dell'assemblea preliminare al processo, che si è tenuta ieri, sono stati istigati a imporre con le loro grida il verdetto che voi dovete emettere. Ma le loro urla, se si leveranno, dovranno esservi più che mai di monito a non scacciare da Roma questo cittadino che non si è mai lasciato intimorire da quella gentaglia e dalle loro alte grida, a garanzia della vostra salvezza. Quindi, non preoccupatevi, giudici, e abbandonate ogni timore, se ne avete. D'altra parte, se mai vi è capitato di giudicare uomini buoni e coraggiosi e cittadini che hanno ben meritato la vostra stima, se mai a persone scelte tra i ceti più autorevoli è stata offerta l'occasione di confermare a fatti e a parole tutta la simpatia, più volte già trapelata da sguardi e discorsi, per quegli stessi cittadini forti e valenti, ebbene, in questa circostanza avete il potere di decidere se noi, che siamo sempre stati rispettosi della vostra autorità, saremo costretti a un'infelicità eterna o se, grazie a voi, alla vostra lealtà, al vostro coraggio e alla vostra saggezza, potremo sentirci rinati, dopo tante vessazioni da parte di gente senza scrupoli.
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Faciam igitur, ut imperatores instructa acie solent, quamquam paratissimos milites ad proeliandum videant, ut eos tamen adhortentur, sic ego vos ardentes et erectos ad libertatem reciperandam cohortabor. Non est vobis, Quirites, cum eo hoste certamen, cum quo aliqua pacis condicio esse possit. Neque enim ille servitutem vestram ut antea, sed iam iratus sanguinem concupivit. Nullus ei ludus videtur esse iucundior quam cruor, quam caedes, quam ante oculos trucidatio civium. Non est vobis cum scelerato homine ac nefario, sed cum immani taetraque belua, quae quoniam in foveam incidenda est
Farò dunque come sono soliti fare i generali che, disposto l'esercito per la battaglia, sebbene vedano i soldati preparatissimi a combattere, tuttavia li esortano, così io esorterò voi, ardenti e fieri, a riconquistare la libertà. Quiriti, voi non avete da combattere con un nemico col quale si possa stabilire una condizione di pace. Infatti egli non desidera la vostrà schiavitù, come in precedenza, ma già irato brama il vostro sangue. Nessuno spettacolo gli sembra più gradito del sangue, degli omicidi e dell'uccisione dei cittadini davanti ai suoi occhi. Non sta a voi una faccenda, con un uomo scellerato o nefasto, ma una belva tetra e immane che, caduta nella trappola bisogna uccidere.
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Sunt quaedam officia etiam adversus eos servanda, a quibus iniuriam acceperis. Est enim ulciscendi et puniendi modus; atque haud scio an satis sit eum, qui lacessierit iniuriae suae paenitere, ut et ipse ne quid tale posthac et ceteri sint ad iniuriam tardiores. Atque in re publica maxime conservanda sunt iura belli. Nam cum sint duo genera decertandi, unum per disceptationem, alterum per vim, cumque illud proprium sit hominis, hoc beluarum, confugiendum est ad posterius, si uti non licet superiore. Quare suscipienda quidem bella sunt ob eam causam, ut sine iniuria in pace vivatur, parta autem victoria conservandi i, qui non crudeles in bello, non inmanes fuerunt, ut maiores nostri Tusculanos, Aequos, Volscos, Sabinos, Hernicos in civitatem etiam acceperunt, at Karthaginem et Numantiam funditus sustulerunt; nollem Corinthum, sed credo aliquid secutos, oportunitatem loci maxime, ne posset aliquando ad bellum faciendum locus ipse adhortari.
Vi sono certi doveri che bisogna osservare anche verso coloro che ci hanno offeso. C’è una misura anche nella vendetta e nel castigo; anzi, io non so se non basti che il provocatore si penta della sua offesa, perché egli non ricada mai più in simile colpa, e gli altri siano meno pronti all’offesa. Ma sopra tutto nei rapporti fra Stato e Stato si debbono osservare le leggi di guerra. In verità, ci sono due maniere di contendere: con la ragione e con la forza; e poiché la ragione è propria dell’uomo e la forza è propria delle bestie, bisogna ricorrere alla seconda solo quando non ci si può valere della prima. Si devono perciò intraprendere le guerre al solo scopo di vivere in sicura e tranquilla pace; ma, conseguita la vittoria, si devono risparmiare coloro che durante la guerra, non furono né crudeli né spietati. Così, i nostri padri concessero perfino la cittadinanza ai Tusculani, agli Equi, ai Volsci, ai Sabini, agli Èrnici; ma distrussero dalle fondamenta Cartagine e Numanzia; non avrei voluto la distruzione di Corinto; ma forse essi ebbero le loro buone ragioni, soprattutto la felice posizione del luogo, temendo che appunto il luogo fosse, o prima o poi, occasione e stimolo a nuove guerre.