- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Autore: Cicerone
Mod. di lingua latina pagina 18
M. Cicero inter Catilinas, Clodios iactatus Pompeiosque et Crassos, partim manifestos inimicos, partim dubios amicos, dum fluctuatur cum re publica et illam pessum euntem tenet, nouissime abductus, nec secundis rebus quietus nec aduersarum patiens, quotiens illum ipsum consulatum suum non sine causa sed sine fine laudatum detestatur! 2 Quam flebiles uoces exprimit in quadam ad Atticum epistula iam uicto patre Pompeio, adhuc filio in Hispania fracta arma refouente! "Quid agam", inquit, "hic, quaeris? Moror in Tusculano meo semiliber. " Alia deinceps adicit, quibus et priorem aetatem complorat et de praesenti queritur et de futura desperat. 3 Semiliberum se dixit Cicero: at me hercules numquam sapiens in tam humile nomen procedet, numquam semiliber erit, integrae semper libertatis et solidae, solutus et sui iuris et altior ceteris. Quid enim supra eum potest esse qui supra fortunam est?
Marco Cicerone, sballottato tra i Catilina e i Clodii e poi tra i Pompei e i Crassi, quelli avversari manifesti, questi amici dubbi, mentre fluttuava assieme allo Stato e lo sorreggeva mentre andava a fondo, alla fine sopraffatto, non calmo nella buona sorte e incapace di sopportare quella cattiva, quante volte impreca contro quel suo stesso consolato, lodato non senza ragione ma senza fine! Che dolenti parole esprime in una lettera ad Attico, dopo aver vinto Pompeo padre, mentre in Spagna il figlio rimetteva in sesto le armate scompaginate! "Mi domandi" dice "cosa faccio qui? Me ne sto mezzo libero nel mio podere di Tuscolo". Poi aggiunge altre parole, con le quali rimpiange il tempo passato, si lamenta del presente e dispera del futuro. Cicerone si definì semilibero: ma perdiana giammai un saggio si spingerà in un aggettivo così mortificante, giammai sarà mezzo libero, sarà sempre in possesso di una libertà totale e assoluta, svincolato dal proprio potere e più in alto di tutti. Cosa infatti può esserci sopra uno che è al di sopra della fortuna?
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Sensus interpretes ac nuntii rerum in capite tamquam in arce mirifice ad usus necessarios et facti et conlocati sunt. Nam oculi tamquam speculatores altissimum locum optinent, ex quo plurima conspicientes fungantur suo munere; et aures, cum sonum percipere debeant, qui natura in sublime fertur, recte in altis corporum partibus collocatae sunt; itemque nares et, quod omnis odor ad supera fertur, recte sursum sunt et, quod cibi et potionis iudicium magnum earum est, non sine causa vicinitatem oris secutae sunt. Iam gustatus, qui sentire eorum, quibus vescimur, genera deberet, habitat in ea parte oris, qua esculentis et posculentis iter natura patefecit. Tactus autem toto corpore aequabiliter fusus est, ut omnes ictus omnesque minimos et frigoris et caloris adpulsus sentire possimus
Noi percepiamo tutto ciò che c'è in natura con i sensi. La vista è il nostro senso più acuto; con l'aiuto degli occhi vediamo i vari colori e le varie forme. Con l'udito non solo la voce degli uomini e degli animali, ma anche tutti i suoni si sentono. Con l'olfatto gli odori sia soavi che sgradevoli sentiamo. Cibi e bevande si gustano col palato e perciò questo senso è chiamato gusto. Il tatto, che è diffuso in tutto il corpo, ha massima efficacia nelle mani: tocchiamo i singoli oggetti con le mani; distinguiamo cose ruvide e liscie, dense e fluide, fredde e calde, liquide e solidi, grosse e sottili.
altra traduzione possibile per questa versine
gli organii del senso, nunzi e messaggeri dei mondo esterno, sono stati mirabilmente strutturati e collocati nel capo, come in una cittadella, perché potessero esercitare nel modo migliore la loro funzione. Fra essi gli occhi, a guisa di vedette, occupano la posizione più elevata perché possano svolgere il loro compito sulla base di una amplissima prospettiva; anche le orecchie sono state collocate sulla parte alta dei corpo dovendo esse percepire i suoni che tendono per natura ad innalzarsi; parimenti le narici, data la tendenza di tutti gli odori a dirigersi in su, trovano posto anch'esse nella zona superiore e poiché ad esse soprattutto spetta pronunciarsi sui cibi e sulle bevande la loro posizione e vicina a quella della bocca. Quanto al gusto, cui spetta di distinguere i vari alimenti di cui ci nutriamo, è collocato in quella parte della bocca in cui la natura ha posto l'apertura destinata al passaggio dei cibi e delle bevande. Il tutto, infine, è uniformemente distribuito in tutte le parti del corpo e ci permette di avvertire ogni sollecitazione e tutte le benché minime variazioni di caldo e di freddo.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 3
Inizio: Aniculae saepe inediam biduum aut triduum ferunt. Subduc cibum unum diem athletae: Iovem, Iovem Olympium, Fine: ferrum recipere iussus collum contraxit ? Tantum exercitatio, meditatio, consuetudo valet.
Spesso le vecchiette tollerano la a fame per due o tre giorni. Togli il cibo per un giorno solo ad un atleta: supplicherà Giove, Giove Olimpo, quello stesso in onore di cui si eserciterà, e urlerà di non essere in grado di sopportare. E' grande la forza dell'abitudine. I cacciatori trascorono la notte sui monti nella neve, gli indiani si lasciano bruciare i pugili colpiti dai cesti non emettono nemmeno un lamento. Che (genere di) ferite sopportano i gladiatori, uomini rovinati o barbari! In che modo loro, che sono stati ben istruiti, preferiscono ricevere una ferita piuttosto che evitarla con codardia! Quanto spesso è palese che loro non preferiscono nulla al soddisfare il padrone o il popolo! Sfiancati dalle percosse, mandano anche a dire ai padroni che chiedano ciò che vogliono se pensano che sia stato fatto a sufficienza, e si vogliono coricare. Quale pur mediocre gladiatore ha detto un lamento, quale (gladiatore) ha mai cambiato (la sua) espressione? chi non è rimasto solo fermo, ma cadde anche a terra in modo vile? Chi, caduto al suolo, preso l'ordine di riprendere la spada (nelle mani), piegò il (suo) collo?
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Omnes leges, ad commodum rei publicae referre oportet et eas ex utilitate communi, non ex scriptione, quae in litteris est, interpretari. Ea enim virtute et sapientia maiores nostri fuerunt, ut in legibus scribendis nihil sibi aliud nisi salutem atque utilitatem rei publicae proponerent. Neque enim ipsi, quod obesset, scribere volebant, et, si scripsissent, cum esset intellectum, repudiatum iri legem intellegebant. Nemo enim leges legum causa salvas esse vult, sed rei publicae, quod ex legibus omnes rem publicam optime putant administrari. Quam ob rem igitur leges servari oportet, ad eam causam scripta omnia interpretari convenit: hoc est, quoniam rei publicae servimus, ex rei publicae commodo atque utilitate interpretemur. Nam ut ex medicina nihil oportet putare proficisci, nisi quod ad corporis utilitatem spectet, quoniam eius causa est istituta, sic a le gibus nihil convenit arbitrari, nisi quod rei publicae conducat, proficisci, quoniam eius causa sunt comparatae.
È necessario indirizzare tutte le leggi al vantaggio dello stato e interpretarle secondo l’utilità comune, non alla lettera. Di tale virtù e saggezza furono infatti i nostri antenati, poiché nello scrivere le leggi si proponevano nient’altro che la salvezza e l’interesse dello stato. E nemmeno loro infatti, volevano scrivere ciò che potesse essere di danno e, se l’avessero scritto, dopo che si fosse compreso, capivano che la legge sarebbe stata rifiutata. Nessuno infatti vuole che le leggi siano utili per le leggi, ma per lo stato, poiché tutti credono che lo stato debba essere ottimamente amministrato dalle leggi. Per questa ragione dunque è opportuno che le leggi siano rispettate, conviene interpretare tutti gli scritti a quel fine: cioè, dal momento che siamo al servizio dello stato, interpretiamole secondo l’interesse e l’utilità dello stato. Infatti come si deve pensare che nulla ha origine dalla medicina, se non ciò che concerne l’utilità del corpo, dato che per questo è stata creata, così non conviene pensare che nulla ha origine dalle leggi, se non ciò che conduce allo stato, dato che per questo sono state istituite. _________________
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: Versioni di Cicerone
- Visite: 2
Et quoniam semper appetentes gloriae praeter ceteras gentis atque avidi laudis fuistis, delenda est vobis ill macula Mithridatico bello superiore concepta, quae penitus iam insedit ac nimis inveteravit in populi Romani nomine, —quod is, qui uno die, tota in Asia, tot in civitatibus, uno nuntio atque una significatione civis Romanos necandos trucidandosque denotavit, non modo adhuc poenam nullam suo dignam scelere suscepit, sed ab illo tempore annum iam tertium et vicesimum regnat, et ita regnat, ut se non Ponti neque Cappadociae latebris occultare velit, sed emergere ex patrio regno atque in vestris vectigalibus, hoc est, in Asiae luce versari.
Etenim adhuc ita nostri cum illo rege contenderunt imperatores, ut ab illo insignia victoriae, non victoriam reportarent. Triumphavit L. Sulla, triumphavit L. Murena de Mithridate, duo fortissimi viri et summi imperatores; sed ita triumpharunt, ut ille pulsus superatusque regnaret. Verum tamen illis imperatoribus laus est tribuenda quod egerunt, venia dandaquod reliquerunt, propterea quod ab eo bello Sullam in Italiam res publica, Murenam Sulla revocavit.
Mithridates autem omne reliquum tempus non ad oblivionem veteris belli, sed ad comparationem novi contulit: qui cum maximas aedificasset ornassetque classis exercitusque permagnos quibuscumque ex gentibus potuisset comparasset, et se Bosporanis finitimis suis bellum inferre similaret, usque in Hispaniam legatos ac litteras misit ad eos duces quibuscum tum bellum gerebamus, ut, cum duobus in locis disiunctissimis maximeque diversis uno consilio a binis hostium copiis bellum terra marique gereretur, vos ancipiti contentione districti de imperio dimicaretis.
Sed tamen alterius partis periculum, Sertorianae atque Hispaniensis, quae multo plus firmamenti ac roboris habebat, Cn. Pompei divino consilio ac singulari virtute depulsum est; in altera parte ita res a L. Lucullo summo viro est administrata, ut initia illa rerum gestarum magna atque praeclara non felicitati eius, sed virtuti, haec autem extrema, quae nuper acciderunt, non culpae, sed fortunae tribuenda esse videantur. Sed de Lucullo dicam alio loco, et ita dicam, Quirites, ut neque vera laus ei detracta oratione mea neque falsa adficta esse videatur:
De vestri imperi dignitate atque gloria—quoniam is est exorsus orationis meae— videte quem vobis animum suscipiendum putetis. Maiores nostri saepe mercatoribus aut naviculariis nostris iniuriosius tractatis bella gesserunt: vos, tot milibus civium Romanorum uno nuntio atque uno tempore necatis, quo tandem animo esse debetis? Legati quod erant appellati superbius, Corinthum patres vestri totius Graeciae lumen exstinctum esse voluerunt: vos eum regem inultum esse patiemini, qui legatum populi Romani consularem vinculis ac verberibus atque omni supplicio excruciatum necavit? Illi libertatem imminutam civium Romanorum non tulerunt: vos ereptam vitam neglegetis? ius legationis verbo violatum illi persecuti sunt: vos legatum omni supplicio interfectum relinquetis?
E finora i nostri generali hanno lottato con quel re in modo da riportare dalla guerra contro di lui i trofei tipici della vittoria, ma non una vittoria reale. Su Mitridate hanno trionfato Lucio Silla e Lucio Murena, entrambi uomini valorosissimi e generali molto apprezzati, ma essi hanno trionfato in maniera tale che Mitridate, pur scacciato e vinto, ha continuato a regnare. Occorre tuttavia lodare quei generali per ciò che hanno fatto, scusarli per aver lasciato il loro incarico, considerato che Silla fu richiamato in Italia dalla situazione politica, Murena da Silla.
Mitridate, da parte sua, ha dedicato tutto il tempo lasciato a sua disposizione, non a dimenticare la guerra passata ma a prepararne una nuova. Egli, dopo aver costruito ed allestito potentissime flotte ed eserciti molto numerosi, prendendo i soldati da tutti i popoli possibili, ed aver finto di portare guerra agli abitanti del Bosforo, suoi vicini, inviò ambasciatori e lettere in Spagna ai generali che noi in quella regione stavamo combattendo; mentre i due eserciti nemici conducevano di comune accordo la guerra per terra e per mare in due luoghi distantissimi e del tutto diversi, era suo intento quello di costringervi a combattere per l'impero romano impegnati su due fronti.
Ciò nonostante Gneo Pompeo, con la sua divina saggezza ed il suo straordinario valore, allontanò il pericolo proveniente da parte di Sertorio e della Spagna, dove i nemici avevano sostegno e forze molto maggiori; nei confronti dell'altra parte, Lucio Lucullo, uomo di grandi risorse, si comportò in modo tale, che l'inizio favorevole e brillante della sua campagna sembra si debba attribuire non alla fortuna, ma al suo valore, e al contrario, gli avvenimenti recenti non a suoi errori, ma alla sfortuna. Ma parlerò di Lucullo in un altro momento, e ne parlerò in maniera tale, o Quiriti, che le mie parole non diano l'impressione di sottrargli la gloria che gli spetta o attribuirgli meriti inesistenti.
Per quanto riguarda la rispettabilità e la gloria del vostro impero, dal momento che da quel punto è iniziato il mio discorso, valutate bene quale sia l'atteggiamento più opportuno da assumere. I nostri antenati hanno sempre combattuto in difesa dei mercanti e degli armatori romani, per certi aspetti offesi: quale atteggiamento dovreste tenere voi, dal momento che, con un unico ordine e nello stesso giorno, sono state trucidate tante migliaia di cittadini romani ? I vostri padri vollero l'estinzione di Corinto, luce di tutta la Grecia, per il solo fatto che gli ambasciatori erano stati trattati con parole altezzose; voi invece tollererete che resti impunito il re che fece uccidere un ambasciatore del popolo romano, un proconsole, dopo averlo messo in catene e sottoposto a varie torture? I vostri padri non tollerarono che fosse intaccata la libertà dei cittadini romani, e voi invece non vi preoccuperete che venga tolta loro la vita? Essi punirono la semplice violazione verbale del diritto delle ambascerie, e voi non vendicherete un ambasciatore sottoposto ad ogni genere di torture?