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Videte quanta religio fuerit. Apud Segestanos repertum esse, iudices, scitote neminem, neque liberum neque servum neque civem neque peregrinum, qui illud signum auderet attingere. Barbaros quosdam Lilybaeo (Marsala) scitote adductos esse operarios; ii denique illud ignari totius negotii ac religionis mercede accepta sustulerunt. Quod cum ex oppido exportabatur, quem conventum mulierum factum esse arbitramini, quem fletum maiorum natu? Quorum nonnulli etiam illum diem memoria tenebant cum illa eadem Diana Segestam Carthagine revectă ("riportata") victoria populi Romani reditu suo nuntiasset. Quam dissimilis hic dies illi tempori videbatur! Tum imperator ("il generale P. Africano) populi Romani, vir clarissimus, deos patrios reportabat Segestanis ex urbe hostium recuperatos; nunc ex urbe sociorum praetor eiusdem populi Romani turpissimus atque impurissimus eosdem illos deos nefario scelere auferebat. Quid hoc ("di questo") tato Sicilia est clarius, quam ("del fatto che") omnes Segestae matronas et virgines convenisse, cum Diana exportaretur ex oppido, unxisse unguentis, complesse coronis et floribus, ture, odoribus incensis usque ad agri fines prosecutas esse?"
Vedete quale sia stata la venerazione dei Segestani per la dea. Sappiate, giudici, che in tutta la città, non si trovò un solo uomo, libero, schiavo, cittadino o straniero, che osasse alzare la mano sulla statua. Sappiate che furono fatti venire da Lilibeo degli operai stranieri che, non essendo informati né dei fatti né dei sentimenti religiosi dei Segestani, per soldi si incaricarono dell’operazione. Difficilmente potreste avere idea di quale sia stato, al momento della partenza, il concorso delle donne, e quali furono i gemiti dei vecchi; molti si ricordavano ancora il giorno che la stessa Diana, riportata da Cartagine a Segesta, aveva annunciato, con il suo ritorno, la vittoria del popolo romano. Come erano cambiati i tempi! Allora, un generale romano, modello di tutte le virtù, riportava ai Segestani i loro dei patri, strappati dalle mani dei loro nemici; ed ora quegli stessi dei venivano indegnamente tolti dal seno di una città alleata da un pretore romano, il più vile ed il più infame dei mortali
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Si quis minorem gloriae fructum putat ex Graecis versibus percipi quam ex Latinis vehementer errat: propterea quod Graeca leguntur in omnibus fere gentibus Latina suis finibus exiguis sane continentur. Qua re si res eae quas gessimus orbis terrae regionibus definiuntur cupere debemus quo manuum nostrarum tela pervenerint eodem gloriam famamque penetrare: quod cum ipsis populis de quorum rebus scribitur haec ampla sunt tum eis certe qui de vita gloriae causa dimicant hoc maximum et periculorum incitamentum est et laborum. Quam multos scriptores rerum suarum magnus ille Alexander secum habuisse dicitur! Atque is tamen cum in Sigeo ad Achillis tumulum astitisset: "O fortunate" inquit "adulescens qui tuae virtutis Homerum praeconem inveneris!" Et vere. Nam nisi Illias illa exstitisset idem tumulus qui corpus eius contexerat nomen etiam obruturum fuisse.
Se si pensa che i versi in greco diano una minore resa in gloria rispetto a quelli in latino, si sbaglia di grosso, giacché la poesia greca è letta in quasi tutto il mondo, quella latina è limitata al suo territorio davvero ristretto. Perciò, se le imprese da noi compiute hanno per confine il mondo intero, dobbiamo desiderare che ugualmente gloria e fama nostre si diffondano laddove in minor misura giunsero le armi dei nostri eserciti, poiché tutto ciò, come torna a lustro di quegli stessi popoli di cui si scrive la storia, così costituisce il supremo incitamento ad affrontare rischi e fatiche per quanti mettono a repentaglio la vita per il desiderio di gloria. Che gran numero di scrittori delle sue imprese si dice che Alessandro Magno tenesse con sé! E tuttavia egli, fermatosi davanti al sepolcro di Achille, al Sigeo, esclamò: 'O giovane fortunato, perché trovasti in Omero il cantore del tuo valore'. Ed è vero! Perché, se quel capolavoro dell'Iliade non fosse esistito, il medesimo sepolcro, che aveva custodito il corpo di Achille, ne avrebbe seppellito la fama.
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Cicerone ottimo governatore della Cilicia
Autore: Cicerone
Cicero a senatu in Ciliciam proconsul missus est. Tum vero ob Romanorum cladem et victoriam Parthorum Cilices magnam spem rerum novarum habebant, sed Cicero iustitia et moderatione sua provinciam ad fidem benevolentiamque populi Romani reduxit. I proconsulatu suo civitates pauperes gravibus tributis liberavit, omnia bona fraude intercepta restituit, multis beneficia tribuit, furta rapinasque acriter repressit, dies noctesque domi accipiebat provinciales, qui auxilium petebant, numquam donis et honoribus corruptus est. Res magnificas etiam in bello gessit: quoniam Parthi Syriam vastabant, non solum provinciam suam defendit, sed etiam de sociorum et regum finitimorum salute laboravit: itaque ingentem exercitum comparavit, in hostes impetum facit eorumque copias profligavit. Cum Romam rediit, senatus decrevit triumphum, quem Cicero recusavit, quia condicionem rei publicae miseram existimabat et iam initia belli civilis perspiciebat.
Cicerone fu inviato dal senato come proconsole il Cilicia. Allora in vero a causa della sconfitta dei romani e della vittoria dei Parti i Cilici avevano una grande speranza di nuove cose, ma Cicerone ridusse la provincie con la sua giustizia e moderazione alla fiducia e benevolenza del popolo romano. Durante il suo proconsolato liberò le città povere da gravi tributi, restituì tutte le cose buone alle frodi scoperte, attribuì a molti i benefici, represse duramente i furti e le rapine, controllava notte e giorno i provinciali, che chiedevano aiuto, mai fu corrotto da doni e onori. Fece anche cose magnifiche in guerra: poiché i Parti devastavano la Siria, non solo difese la sua provincia, ma anche lavorò alla salvezza degli alleati e dei re confinanti: e così preparò un ingente esercito, fece impeto contro i nemici e sbaragliò le loro truppe. Quando ritornò a Roma, il senato decretò il trionfo, che Cicerone rifiutò, poiché considerava la condizione dello stato misera e già vedeva l'inizio della guerra civile.
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Omni Macedonum gaza, quae fuit maxima, potitus Paulus; tantum in aerarium pecuniae invexit, ut unius imperatoris praeda finem attulerit tributorum. At hic nihil domum suam intulit praeter memoriam nominis sempiternam. Imitatus patrem Africanus nihilo locupletior Carthagine eversa. Quid? qui eius collega fuit in censura, L. Mummius, num quid copiosior, cum copiosissimam urbem funditus sustulisset? Italiam ornare quam domum suam maluit; quamquam Italia ornata domus ipsa mihi videtur ornatior. Nullum igitur vitium taetrius est, ut eo, unde digressa est, referat se oratio, quam avaritia, praesertim in principibus et rem publicam gubernantibus. Habere enim quaestui rem publicam non modo turpe est, sed sceleratum etiam et nefarium. Itaque, quod Apollo Pythius oraclum edidit, Spartam nulla re alia nisi avaritia esse perituram, id videtur non solum Lacedaemoniis, sed etiam omnibus opulentis populis praedixisse. Nulla autem re conciliare facilius benivolentiam multitudinis possunt ii, qui rei publicae praesunt, quam abstinentia et continentia.
Paolo s'impadronì di tutto il tesoro dei Macedoni, che era enorme, e versò nell'erario tanto denaro che il bottino di un solo generale permise di mettere fine alle tasse; ma egli non portò niente a casa sua, tranne il ricordo eterno del nome. L'Africano imitò il padre, e, abbattuta Cartagine, non fu per niente piu ricco. E che? Colui che fu suo collega nella pretura, Lucio Mummio, forse che diventò più ricco dopo aver distrutto sin dalle fondamenta una città ricchissima? Preferì abbellire l'Italia piuttosto che la sua casa; benché, abbellita l'Italia, la sua stessa casa mi sembra più ornata. Nessun vizio, dunque, è più vergognoso (per riportare il discorso là donde si è allontanato), dell'avidità, soprattutto nei capi e negli amministratori di uno Stato. Considerare, difatti, lo Stato come fonte di guadagno non solo è vergognoso, ma anche scellerato ed empio. Perciò quell'oracolo proferito da Apollo Pizio, e cioè che Sparta non sarebbe perita per nessun'altra causa se non per l'avidità, mi sembra che sia stato predetto non solo per gli Spartani, ma anche per ogni popolo ricco. Coloro che sono a capo di uno Stato non possono con alcun altro mezzo procacciarsi più facilmente la benevolenza della moltitudine che con l'integrità morale e la moderazione
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Ex suo regno sic Mithridates profugit, ut ex eodem Ponto Medea illa quondam profugisse dicitur, quam praedicant in fuga fratris sui membra in eis locis, qua se parens persequeretur, dissipavisse, ut eorum conlectio dispersa, maerorque patrius, celeritatem persequendi retardaret. Sic Mithridates fugiens maximam vim auri atque argenti pulcherrimarumque rerum omnium, quas et a maioribus acceperat et ipse bello superiore ex tota Asia direptas in suum regnum congesserat, in Ponto omnem reliquit. Haec dum nostri conligunt omnia diligentius, rex ipse e manibus effugit. Ita illum in persequendi studio maeror, hos laetitia tardavit. Hunc in illo timore et fuga Tigranes rex Armenius excepit, diffidentemque rebus suis confirmavit, et adflictum erexit, perditumque recreavit.
Mitridate partì dal suo regno, così come si dice sia un tempo fuggita, dallo stesso Ponto, Medea; si narra che Medea fuggendo seminò le membra del fratello nei luoghi in cui il padre la rincorreva, perché la raccolta delle membra disperse ed il dolore del padre rallentassero la velocità dell'inseguimento. Allo stesso modo Mitridate in fuga lasciò interamente nel Ponto una grandissima quantità d'oro e d'argento e di tutti gli splendidi oggetti che aveva ricevuto dagli antenati e che egli stesso, nella precedente guerra, aveva razziato in tutta l'Asia ed accumulato nel suo regno. Mentre i nostri soldati radunavano tutto questo con eccessivo zelo, il re stesso fuggì dalle loro mani. Così, mentre il dolore ritardò il padre di Medea nel suo inseguimento, fu la gioia a frenare i soldati romani. Fu Tigrane, re dell'Armenia, ad accogliere Mitridate in quella fuga da pavido, a rafforzare la fiducia nella sua condizione, a sollevarlo dal suo abbattimento e a dargli nuova vita mentre era in rovina.