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Occorre rispettare le decisioni dei magistrati
Autore: Cicerone
versione dal libro LITTERA LITTERAE 2C vers 1 pag 332
Magistratibus igitur utendum est iisque opus est, sine quorum prudentia atque diligentia esse civitas non potest, quorumque descriptione omnis rei publicae moderatio continetur. Neque solum iis praescribendus est imperandi modus, sed etiam civibus mudus obtemperandi. Nam qui bene imperat, paruerit aliquando necesse est, et qui modeste paret dignus esse videtur qui aliquando imperet. Itaque oportet eum qui paret sperare se aliquo tempore imperaturum esse et illum qui imperat cogitare brevi tempore sibi esse parendum, cum rerum potitus erit. Nec vero solum ut cives obtemperent oboediantque magistratibus praescribimus, sed etiam ut eos colant diligantque. Iure igitur noster Plato Titanis dignos putat eos qui adversantur magistratibus, quia similes illis sunt qui caelestibus adversabantur.
Occorre dunque servirsi dei magistrati e c’è bisogno di loro, senza la cui prudenza e la diligenza non può esistere lo Stato ed il governo dell’intero stato viene garantito con la loro determinazione. Ed essi devono prescrivere non solo le modalità del comando, ma anche il modo di ubbidire ai cittadini. Chi governa bene infatti, potrebbe un giorno obbedire, e chi obbedisce umilmente sembra essere degno, un giorno, di comandare. Ed è necessario così che colui che obbedisce speri che un giorno avrà il comando (comanderà) e quello che comanda pensi che in breve tempo dovrà obbedire, quando sarà al comando (potere). In verità non solo prescriviamo che i cittadini obbediscano e diano ascolto ai magistrati, ma anche che li amino e li onorino. Dunque, il nostro Platone giustamente reputa degni dei Titani quelli che si oppongono ai magistrati, perché sono simili a quelli che si opponevano agli dei celesti.
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Nihil agis, nihil moliris, nihil cogitas, quod non ego non modo audiam, sed etiam videam planeque sentiam. Recognosce tandem mecum noctem illam superiorem; iam intelleges multo me vigilare acrius ad salutem quam te ad perniciem rei publicae. Dico te priore nocte venisse inter falcarios--non agam obscure--in M. Laecae domum; convenisse eodem complures eiusdem amentiae scelerisque socios. Num negare audes? quid taces? Convincam, si negas. Video enim esse hic in senatu quosdam, qui tecum una fuerunt. O di inmortales! ubinam gentium sumus? in qua urbe vivimus? quam rem publicam habemus?
Nulla di quanto fai, ordisci, mediti, sfugge alle mie orecchie e ai miei occhi, tanto meno alla mia mente. Rievochiamo insieme i fatti dell'altra notte: capirai subito che sono più risoluto io nel vegliare sulla sicurezza dello Stato che tu sulla sua rovina. Denuncio che l'altra notte ti sei recato in via dei Falcarii (non lascerò nulla nell'ombra) in casa di Marco Leca, dove si erano riuniti molti complici della tua pazzia, della tua scelleratezza. Osi negarlo? Perché taci? Te lo dimostrerò, se neghi. Vedo, infatti, che sono qui in Senato alcuni uomini che erano con te. O dèi immortali! In che parte del mondo ci troviamo? Che governo è il nostro?
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At memoria minuitur, nisi eam exerceas. Themistocles omnium civium perceperat nomina. Nec vero quemquam senem audivi oblitum esse, quo loco thesaurum obruisset. Philosophi senes quam multa meminerunt! Manent ingenia senibus, modo permaneat studium et industria. Sophocles ad summam senectutem tragoedias fecit; quod propter studium cum rem neglegere familiarem videretur, a filiis in iudicium vocatus est, ut illum quasi desipientem a re familiari removerent iudices. Tum senex dicitur eam fabulam, quam in manibus habebat et proxime scripserat, Oedipum coloneum, recitasse iudicibus quaessisseque num illud armen desipientis videretur. Quo recitato, sentientiis iudicum est liberatus.
Ma la memoria s'indebolisce, se non la eserciti. Temistocle aveva imparato i nomi di tutti i (sottinteso: suoi) concittadini. Nè tuttavia ho sentito dire che qualche vecchio abbia dimenticato in quale luogo avesse seppellito un tesoro. Da vecchi i filosofi si ricordano* di quante cose! Rimangono ai vecchi le facoltà intellettive, purchè rimangano lo studio e l’operosità. Sofocle scrisse delle tragedie fino all'estrema vecchiaia, poiché a causa di questo impegno sembrava trascurare gli affari familiari, fu chiamato in giudizio dai figli, affinché i giudici lo tenessero lontano dal patrimonio familiare come se fosse pazzo. Allora si dice che l’anziano recitò i quella tragedia ai giudici, (quella ) che aveva nelle mani e aveva scritto ultimamente, "Edipo a Colono", e chiese se forse quella opera sembrasse di un pazzo. Recitatala, fu lasciato libero dalle sentenze dei giudici.
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Dionysius, de quo ante dixi, cum fanum Proserpinae Locris expilavisset, navigabat Syracusas; isque cum secundissumo vento cursum teneret, ridens 'Videtisne', inquit, 'amici, quam bona a dis inmortalibus navigatio sacrilegis detur?' Atque homo acutus cum bene planeque percepisset, in eadem sententia perseverabat. Qui quom ad Peloponnesum classem appulisset et in fanum venisset Iovis Olympii, aureum ei detraxit amiculum grandi pondere, quo Iovem ornarat e manubus Carthaginiensium tyrannus Gelo, atque in eo etiam cavillatus est aestate grave esse aureum amiculum, hieme frigidum, eique laneum pallium iniecit, cum id esse ad omne anni tempus diceret. Idemque Aesculapi Epidauri barbam auream demi iussit; neque enim convenire barbatum esse filium, cum in omnibus fanis pater imberbis esset. Iam mensas argenteas de omnibus delubris iussit auferri, in quibus, quod more veteris Graeciae inscriptum esset BONORUM DEORUM, uti se eorum bonitate velle dicebat.
Dionisio, di cui s'è già detto, dopo aver depredato a Locri il tempio di Proserpina, navigava verso Siracusa. Visto che il viaggio procedeva bene con il favore del vento: « Vedete » disse ridendo «o amici, che bella navigazione gli dèi immortali offrono ai sacrileghi? ». Da uomo acuto quale era, considerata bene ogni cosa, perseverò nello stesso atteggiamento. Sbarcato nel Peloponneso e giunto nel tempio di Giove Olimpio spogliò la statua dei Dio del pesante mantello d'oro di cui l'aveva ornata Gelone servendosi del bottino tolto ai Cartaginesi e non si peritò di fare dello spirito sulla cosa dicendo che un mantello d'oro è fastidioso d'estate e freddo d'inverno: rivesti perciò la statua di un mantello di lana col pretesto che essa si adattava a tutte le stagioni. Analogamente ad Epidauro ordinò che si asportasse la barba d'oro di Esculapio col pretesto che non era bello che il figlio avesse la barba quando in tutti i templi il padre era raffigurato senza barba. Fece anche asportare da tutti i templi le mense d'argento e poiché queste recavano, secondo l'antico uso greco, l'iscrizione « degli dèi buoni » diceva di voler fruire di questa loro bontà.
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Presenza della filosofia nell'antica Roma Versione latino Cicerone
Un tempo l'Italia era piena di pitagorici, quando una parte di questa terra si chiamava "magna Grecia"; per questo ci sono alcuni che dicono che il nostro Numa Pompillio appartiene alla setta dei pitagorici, il quale visse molto tempo prima di Pitagora, e noi dobbiamo considerarlo ancor più grande. Da che egli possedette la scienza politica circa 2 secoli prima che i greci se ne accorgessero; e certamente la nostra città non produsse uomini più gloriosi, più autorevoli e più raffinati di P. Africano, G. Lelio e L. Furio, i quali si mostrarono sempre in pubblico con i Greci. Ed io li ho sempre sentiti dire che gli ateniesi avevano fatto ad essi cosa gradita. Oltre che a molti tra i cittadini principali, inviano ambasciatori per trattare faccende di grande importanza, tre tra i più grandi filosofi dell'epoca: Cameade, (?) e Diogene.