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Chi vuol essere temuto teme coloro che lo temono
Autore: Cicerone
Censemus superiorem illum Dionysium quo crociatu timoris angi solitum, qui cultros metuens tonsorios, candente carbone sibi adurebat capillum? quid? Alexandrum Pheraesum quo animo vixisse arbitramur? qui, ut scriptum legimus, cum uxorem Theben admodum diligeret, tamen ad eam ex epulis in cubiculum veniens, barbarum, et eum quidem, ut scriptum est, compunctum notis Thraeciis, destricto gladio iubebat anteire, praemittebatque de stipatoribs suis, qui scrutarentur arculas muliebres, et, ne quod in vestimentis _telum_ occultaretur, exquirerent. O miserum, qui fideliorem et barbarum et stigmatiam putaret quam coniugem! Nec eum fefellit; ab ea est ipsa propter pelicatus suspicionem interfectus.
Giudichiamo quel Dioniso superiore poiché era solito angustiarsi per il tormento della paura, chi temendo il rasoio, si bruciava i peli della barba con il carbone ardente? Che cosa? Con chi pensiamo che Alessandro di Fere abbia vissuto con coraggio? Colui che, come leggiamo nelo scritto, amando la moglie T. pienamente, tuttavia venendo nella stanza da lei dai banchetti faceva andare avanti un barbaro con una spada rigida, e lui stesso, come è stato scritto, tatuato al modo Tracio, e annunciava le sue guardie, che perquisissero gli scrignetti; e, affinché questo non fosse nascosto nelle coperte, si informavano. Oh misero, che si ritiene più fedele e barbaro e schiavo rispetto al coniuge! E non lo ingannare; da lei infatti la stessa causa della diffidenza del concubinato è stata distrutta.
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Domina rerum, ut vos soletis dicere, eloquendi vis, quam est praeclara quamque divina. Quae primum efficit, ut et ea, quae ignoramus, discere et ea, quae scimus, alios docere possimus; deinde hac cohortamur, hac persuademus, hac consolamur adflictos, hac deducimus perterritos a timore, hac gestientes conprimimus, hac cupiditates iracundiasque restinguimus; haec nos iuris, legum, urbium societate devinxit, haec a vita inmani et fera segregavit. Ad usum autem orationis incredibile est, nisi diligenter adtenderis, quanta opera machinata natura sit. Primum enim a pulmonibus arteria usque ad os intimum pertinet, per quam vox principium a mente ducens percipitur et funditur. Deinde in ore sita Iingua est finita dentibus; ea vocem inmoderate profusam fingit et terminat atque sonos vocis distinctos et pressos efficit, cum et dentes et alias partes pellit oris; itaque plectri similem linguam nostri solent dicere, chordarum dentes, nares cornibus his, quae ad nervos resonant in cantibus.
Quanto a quella che voi chiamate « signora del mondo », l'eloquenza, trattasi di un'arte davvero illustre e divina. Essa ci permette di apprendere ciò che ignoriamo e di insegnare agli altri ciò di cui siamo edotti: ad essa ricorriamo per esortare, per convincere, per consolare gli afflitti, per liberare dalla paura i timorosi, per umiliare i superbi e i facinorosi, per reprimere le passioni e i moti dell'ira; è opera sua l'averci uniti coi comune vincolo del diritto, delle leggi e della convivenza sociale e l'averci allontanati da una vita selvaggia ed animalesca. Quanto impegno la natura abbia posto per dar modo all'eloquenza di esplicarsi non lo si crederebbe se la cosa non risultasse evidente ad una attenta considerazione. C'è innanzitutto la trachea che dai polmoni si spinge sino alla parte più interna della bocca e attraverso la quale la voce, che ha il suo fondamento nel pensiero, viene raccolta e diffusa. Nella bocca ha pure sede la lingua chiusa nella chiostra dei denti : a lei spetta il compito di regolare ed organizzare il flusso dis ordinato ed inarticolato della voce nonché quello di renderci i suoni chiari e distinti facendo forza sui denti e su altre parti della bocca. Di qui l'uso da parte di quelli della nostra scuola di paragonare la lingua ad un plettro, i denti alle corde e le narici alle casse di risonanza che, durante l'esecuzione, riecheggiano i suoni emessi dalle corde.
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Qua re quis tandem me reprehendat, aut quis mihi iure suscenseat, si, quantum ceteris ad suas res obeundas, quantum ad festos dies ludorum celebrandos, quantum ad alias voluptates et ad ipsam requiem animi et corporis conceditur temporum, quantum alii tribuunt tempestivis conviviis, quantum denique alveolo, quantum pilae, tantum mihi egomet ad haec studia recolenda sumpsero? Atque hoc ideo mihi concedendum est magis, quod ex his studiis haec quoque crescit oratio et facultas; quae, quantacumque in me est, numquam amicorum periculis defuit. Quae si cui levior videtur, illa quidem certe, quae summa sunt, ex quo fonte hauriam sentio. Nam nisi multorum praeceptis multisque litteris mihi ab adulescentia suasissem, nihil esse in vita magno opere expetendum nisi laudem atque honestatem, in ea autem persequenda omnis cruciatus corporis, omnia pericula mortis atque exsili parvi esse ducenda, numquam me pro salute vestra in tot ac tantas dimicationes atque in hos profligatorum hominum cotidianos impetus obiecissem. Sed pleni omnes sunt libri, plenae sapientium voces, plena exemplorum vetustas: quae iacerent in tenebris omnia, nisi litterarum lumen accederet.
Nessuno, quindi, potrà rimproverarmi o prendersela a ragione con me, se il tempo che alcuni utilizzano per sbrigare i loro affari, per celebrare nel circo i giorni di festa, o semplicemente per divertirsi e riposare corpo e mente o che altri dedicano a interminabili banchetti, al tavolo da gioco alla palla, io lo spendo per ampliare i miei studi. E a maggior ragione me lo si deve concedere: infatti, grazie a questi studi, cresce la mia padronanza di linguaggio che, grande o piccola non importa, non è mai mancata agli amici in difficoltà. Qualcuno, forse, può giudicarla cosa di scarsa importanza: ma io so che è importantissirna e so da quale fonte attingerla. Se fin dall'adolescenza, grazie all'insegnamento di numerosi maestri e ad approfonditi studi, non mi fossi persuaso che nella vita nulla si deve desiderare con forza, quasi fosse un dovere, tranne la fama e la virtù, e che per ottenerle si deve essere disposti a tenere in poco conto tutti i tormenti fisici, la morte e l'esilio, non mi sarei mai esposto per la vostra salvezza a tante gravose contese e agli attacchi quotidiani di gente senza scrupoli. Ma di questi ragionamenti sono zeppi i libri, i discorsi degli uomini di buon senso e gli esempi antichi: ma sarebbero tutte cose immerse nelle tenebre più fitte, se non fosse la letteratura a illuminarle
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Obviam Miloni Clodius expeditus venit, in equo, nulla raeda, sine uxore (quod numquam fere faciebat), cum hic insidiator, qui iter ad caedem faciendam apparasset, cum uxore veheretur, in raeda, paenulatus, magno muliebri ac delicato ancillarum puerorumque comitatu. Statim complures cum telis in hunc faciunt de loco superiore impetum, raedarium occidunt. Cum autem Milo, reiecta paenula, de raeda desiluisset seque acri animo defenderet, illi qui erant cum Clodio, gladiis eductis, partim recurrere ad raedam ut a tergo adorirentur Milonem; partim, cum hunc iam interfectum putarent, caedere incipiunt servos eius qui post erant. Ex quibus qui animo fideli in dominum erant, partim occisi sunt, partim, cum ad raedam pugnari viderent et Milonem occisum putarent, non imperante domino nec sciente nec praesente, fecerunt quod suos quisque servos in tali re facere voluisset.
Senza i bagagli Clodiò andò incontro a Milone, seduto sul cavallo, senza alcun carro alcuno, senza la moglie (cosa che non usava mai fare), quando questo insediatore, che avrebbe progettato quel viaggio per compiere il misfatto, andava in carrozza con la moglie e in abito da viaggio, con un ampio e ingombrante seguito, effeminato e leggiadro di ancelle e giovani schiavii. Subito molti uomini armati si scagliano su di lui da un'altura: quelli che attaccano frontalmente uccidono il cocchiere. Mentre lui scagliato alle spalle il mantello da viaggio, era saltato giù dalla carrozza e si difendeva agguerritamente, alcuni degli uomini del seguito di Clodio sguainate le spade ritornarono di corsa verso la carrozza, altri invece, ritenendo oarmai Milone (già) morto, presero a fare strage degli schiavi della sua retroguardia. Quanti fra questi si dimostrarono fedeli al loro padrone e coraggiosi, in parte furono uccisi; in parte, visto che si lottava accanto alla carrozza, impediti com'erano dal prestare soccorso al padrone, sentendo dire da Clodio stesso che Milone era stato ucciso e ritenendo vera questa notizia, gli schiavi di Milone - lo dirò francamente non per stornare l'accusa, ma perché così è avvenuto - senza che il padrone lo ordinasse, senza che lo sapesse, senza che fosse presente, fecero ciò che ogni padrone si sarebbe augurato che i propri schiavi facessero in una circostanza simile.
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Ci deve essere affinità tra amici
Autore: Cicerone
Omnino amicitiae corroboratis iam confirmatisque et ingeniis et aetatibus iudicandae sunt, nec si qui ineunte aetate venandi aut pilae studiosi fuerunt, eos habere necessarios quos tum eodem studio praeditos dilexerunt. Isto enim modo nutrices et paedagogi iure vetustatis plurimum benevolentiae postulabunt; qui neglegendi quidem non sunt sed alio quodam modo aestimandi. Aliter amicitiae stabiles permanere non possunt. Dispares enim mores disparia studia sequuntur, quorum dissimilitudo dissociat amicitias; nec ob aliam causam ullam boni improbis, improbi bonis amici esse non possunt, nisi quod tanta est inter eos, quanta maxima potest esse, morum studiorumque distantia.
Si devono in generale giudicare le amicizie quando il carattere si è formato e l'età è matura. Se, da giovani, siamo stati appassionati di caccia o del gioco della palla, non dobbiamo considerare necessariamente amici i compagni che allora prediligevamo perché accomunati dalla stessa passione. In questo modo, nutrici e pedagoghi si sentiranno in dovere di esigere il massimo dell'affetto per diritto di anzianità! Noi non dobbiamo dimenticarli, ma amarli in un altro modo. Diversamente, le amicizie non possono durare in maniera stabile. Caratteri diversi comportano interessi diversi ed è questa diversità a separare gli amici; se i virtuosi non possono essere amici dei malvagi e i malvagi dei virtuosi è solo perché la loro differenza di carattere e di interessi è la più grande che ci sia.