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Onori riservati alla vecchiaia
Autore: Cicerone
Haec enim ipsa sunt honorabilia quae videntur levia atque communia, salutari, adpeti, decedi, adsurgi, deduci, reduci, consuli; quae et apud nos et in aliis civitatibus, ut quaeque optime morata est, ita diligentissime observantur. Lysandrum Lacedaemonium, cuius modo feci mentionem, dicere aiunt solitum Lacedaemonem esse honestissimum domicilium senectutis: nusquam enim tantum tribuitur aetati, nusquam est senectus honoratior. Quin etiam memoriae proditum est, cum Athenis ludis quidam in theatrum grandis natu venisset, magno consessu locum nusquam ei datum a suis civibus; cum autem ad Lacedaemonios accessisset, qui legati cum essent, certo in loco consederant, consurrexisse omnes illi dicuntur et senem sessum recepisse. Quibus cum a cuncto consessu plausus esset multiplex datus, dixisse ex eis quendam Atheniensis scire, quae recta essent, sed facere nolle.
Sono infatti un'attestazione di rispetto gesti in apparenza insignificanti e comuni come ricevere il saluto, essere cercati, vedere che ti cedono il passo o che si alzano in piedi, essere accompagnati e riaccompagnati, essere consultati, abitudini che da noi e in altri paesi si osservano con tanto più riguardo quanto più i costumi sono giusti. Dicono che lo spartano Lisandro, di cui ho appena fatto menzione, ripetesse che Sparta era la più nobile dimora degli anziani: in nessun altro paese, infatti, si dà tanta importanza all'età, in nessun altro paese la vecchiaia riceve più onori. Anzi, a proposito, si tramanda un episodio. Ad Atene, in occasione dei giochi, un uomo di una certa età era entrato nel teatro gremito di folla, ma i suoi concittadini non gli lasciarono il posto in nessun settore. Quando si avvicinò agli Spartani, che, in qualità di ambasciatori, sedevano in posti riservati, si alzarono tutti, così si racconta, e lo fecero sedere tra di loro. Tutto il pubblico decretò loro un lungo applauso. Allora uno Spartano disse che gli Ateniesi sapevano quel che era bene, ma non lo volevano fare.
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Quid agam, iudices? quo accusationis meae rationem conferam? quo me vertam? ad omnis enim meos impetus quasi murus quidam boni nomen imperatoris opponitur. Sit fur, sit sacrilegus, sit flagitiorum omnium vitiorumque princeps; at est bonus imperator, at felix et ad dubia rei publicae tempora reservandus. Non agam summo iure tecum, non dicam id quod debeam forsitan obtinere, cum iudicium certa lege sit, -non quid in re militari fortiter feceris, sed quem ad modum manus ab alienis pecuniis abstinueris abs te doceri oportere; non, inquam, sic agam, sed ita quaeram, quem ad modum te velle intellego, quae tua opera et quanta fuerit in bello.
Che cosa fare, o giudici? a che scopo portare ragione della mia accusa? dove dovrei volgermi? infatti il nome(fama) di buon comandante si oppone a tutti i miei assalti come un muro. Sia pure (Verre) un ladro, sia un sacrilego, sia il principe (primo) di tutte le disgrazie e dei vizi; ma è un buon comandante, ed è favorito dalla fortuna e deve essere riservato per i tempi incerti dello stato. Non tratterò con te secondo una rigida interpretazione del diritto; non dirò (ciò che dovrei forse mantenere, poiché il giudizio si basa su una legge certa) che è bene che tu spieghi non che cosa tu hai fatto con coraggio nelle cose militari ma, in che modo hai tenuto lontano la mani dal denaro altrui: non, dico, tratterò così, ma così indagherò, come capisco che tu vuoi, quali e quanto grandi furono le tue imprese in combattimento.
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Hoc de Socrate accepimus quodque ab ipso in libris Socraticorum saepe dicitur: esse divinum quiddam, quod daimonion appellat, cui semper ipse paruerit numquam impellenti, saepe revocanti. Et Socrates quidem - quo quem auctorem meliorem quaerimus? - Xenophonti consulenti sequereturne Cyrum, posteaquam exposuit quae ipsi videbantur, "Et nostrum quidem, " inquit, "humanum est consilium; sed de rebus et obscuris et incertis ad Apollinem censeo referundum, ad quem etiam Athenienses publice de maioribus rebus semper rettulerunt. Scriptum est item, cum Critonis, sui familiaris, oculum adligatum vidisset, quaesivisse quid esset; cum autem ille respondisset in agro ambulanti ramulum adductum, ut remissus esset, in oculum suum recidisse, tum Socrates: 'Non enim paruisti mihi revocanti, cum uterer, qua soleo, praesagatione divina. " Idem etiam Socrates, cum apud Delium male pugnatum esset Lachete praetore fugeretque cum ipso Lachete, ut ventum est in trivium, eadem, qua ceteri, fugere noluit. Quibus quaerentibus cur non eadem via pergeret, deterreri se a deo dixit; cum quidem ii qui alia fugerant in hostium equitatum inciderunt
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Ciò è proprio quello che ereditiamo su Socrate, e ciò che viene detto da lui stesso nei libri Socratici: (ovvero che) c'era qualcosa di divino che in greco si chiama "daimon" (demone, detto anche "demone socratico") a cui egli stesso obbediva che mai lo turbava, spesso lo dissuadeva. Ed inoltre Socrate ( chiediamo quale maestro sia migliore di questo?) a Senofonte che (lo) consultava se seguire Ciro, dal momento che egli spiegò le cose che a lui stesso sembravano disse: "il mio consiglio è umano; ma sulle cose sia oscure sia incerte bisogna sottoporsi ad Apollo"; infatti si rivolsero a lui anche gli Ateniesi in modo ufficiale sulle cose più importanti. Si scrisse inoltre, che quando vide un occhio bendato di Critone, suo amico intimo, gli abbia chiesto, che cosa era accaduto e che quello gli abbia risposto invece che a lui mentre percorreva a piedi un campo, un ramoscello spinto dopo che era ritornato indietro aveva tagliato il suo occhio: "infatti tu non mi hai obbedito quando ti dicevo di ritornare (lett. hai obbedito a me che ti chiamavo indietro), poiché io ho familiarità, in quanto ne sono solito, con il presagio divino". La stessa cosa anche quando Socrate fuggiva con il Pretore Lachete perchè a Delio si era combattuto sfavorevolmente, quando con lo stesso Lachete come si giunse ad ad un trivio (crocicchio di tre strade), non volle fuggire per la stessa strada ma per un'altra. A quelli che chiedevano perché non proseguiva per la stessa strada disse che gli era stato sconsigliato dal dio; E davvero con lui, coloro che erano fuggiti per un'altra strada, incontrarono la cavalleria dei nemici. (traduzione letterale by Vogue)
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Teque, C. Flave, oro et obtestor, qui meorum consiliorum in consulatu socius, periculorum particeps, rerum quas gessi adiutor fuisti, meque non modo salvum semper sed etiam ornatum florentemque esse voluisti, ut mihi per hos conserves eum per quem me tibi et his conservatum vides. plura ne dicam tuae me etiam lacrimae impediunt vestraeque, iudices, non solum meae, quibus ego magno in metu meo subito inducor in spem, vos eosdem in hoc conservando futuros qui fueritis in me, quoniam istis vestris lacrimis de illis recordor quas pro me saepe et multum profudistis.
E Te, o C. Flavio (Vocatino), prego e supplico, che fosti socio dei miei consoli nel consolato, partecipe dei pericoli e complice delle cose che feci, e tu hai voluto non solo che io non fossi sempre salvo ma anche onorevole e forte (nel parlare) che ti prego di salvare lui per me attravero questi. Lui attraverso il quale vedi me che sono stato salvato da te per loro. Non avrò di più, le tue lacrime me lo impediscono e le vostre, giudici, non sono le mie, dalle quali io sono portato dal mio grande timore alla speranza, voi stessi sarete nel salvarlo, che lo foste nei miei confronti, dal momento che per queste vostre lacrime di quel ricordo spargeste per me spesso e molto.
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Opinione unanime sull'amicizia
Autore: Cicerone
Versione da IL TEST DI LATINO
Quo etiam magis vituperanda est rei maxime necessariae tanta incuria. Una est enim amicitia in rebus humanis, de cuius utilitate omnes uno ore consentiunt. Quamquam a multis virtus ipsa contemnitur et venditatio quaedam atque ostentatio esse dicitur; multi divitias despiciunt, quos parvo contentos tenuis victus cultusque delectat; honores vero, quorum cupiditate quidam inflammantur, quam multi ita contemnunt, ut nihil inanius, nihil esse levius existiment! itemque cetera, quae quibusdam admirabilia videntur, permulti sunt qui pro nihilo putent; de amicitia omnes ad unum idem sentiunt, et ii qui ad rem publicam se contulerunt, et ii qui rerum cognitione doctrinaque delectantur, et ii qui suum negotium gerunt otiosi, postremo ii qui se totos tradiderunt voluptatibus, sine amicitia vitam esse nullam, si modo velint aliqua ex parte liberaliter vivere.
A maggior ragione, quindi, dobbiamo condannare tale indifferenza nei confronti di una cosa estremamente necessaria. Di tutti i beni della vita umana l'amicizia è l'unico sulla cui utilità gli uomini siano unanimemente d'accordo. È vero che molti disprezzano la virtù e la considerano uno sfoggio, un'ostentazione; molti, che si accontentano di poco e amano un tenore di vita semplice, spregiano invece le ricchezze; e le cariche politiche, il desiderio delle quali infiamma alcuni, quanto sono numerosi quelli che le disprezzano, al punto da considerarle il culmine della vanità e della frivolezza! Allo stesso modo, quel che per gli uni è meraviglioso, per moltissimi non vale niente. Ma sull'amicizia tutti, dal primo all'ultimo, sono d'accordo, da chi fa della politica una ragione di vita a chi si diletta di scienza e filosofia, da chi, al di fuori della vita pubblica, si occupa dei propri affari a chi, infine, si dà anima e corpo ai piaceri. Tutti sanno che la vita non è vita senza amicizia, se almeno in parte si vuole vivere da uomini liberi.