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Et litteris multorum et sermone omnium perfertur ad me incredibilem tuam virtutem et fortitudinem esse teque nec animi neque corporis laboribus defatigari. Me miserum! te ista virtute, fide, probitate, humanitate in tantas aerumnas propter me incidisse, Tulliolamque nostram, ex quo patre tantas voluptates capiebat, ex eo tantos percipere luctus! Nam quid ego de Cicerone dicam? qui cum primum sapere coepit, acerbissimos dolores miseriasque percepit. Quae si, tu ut scribis, fato facta putarem, ferrem paullo facilius, sed omnia sunt mea culpa commissa, qui ab iis me amari putabam, qui invidebant, eos non sequebar, qui petebant. Quod si nostris consiliis usi essemus neque apud nos tantum valuisset sermo aut stultorum amicorum aut improborum, beatissimi viveremus: nunc, quoniam sperare nos amici iubent, dabo operam, ne mea valetudo tuo labori desit. Res quanta sit, intelligo, quantoque fuerit facilius manere domi quam redire; sed tamen, si omnes tribunos pl. habemus, si Lentulum tam studiosum, quam videtur, si vero etiam Pompeium et Caesarem, non est desperandum. De familia, quomodo placuisse scribis amicis, faciemus. De loco, nunc quidem iam abiit pestilentia, sed, quamdiu fuit, me non attigit. Plancius, homo officiosissimus, me cupit esse secum et adhuc retinet.
Dalle lettere di molti e dalla viva voce di tutti mi giunge notizia che sei di una forza d'animo e d'una energia incredibili e che non ti lasci stancare ne dalle fatiche fisiche ne da quelle morali. O mia disgrazia! Con queste tue virtù, con la tua fedeltà, la tua rettitudine, la tua umanità vederti piombata in cosi grandi angosce per colpa mia; e vedere la nostra Tulliola ricavare motivo di pianto da un padre, da cui era abituata a ricevere tante soddisfazioni! E che dovrei dire del nostro figliolo? Appena raggiunta l'età della ragione ha subito le più crudeli sofferenze e miserie. Se io le credessi, come scrivi tu, causate dal destino avverso, le sopporterei un pò meglio; ma la responsabilità di tutto è integralmente mia, che pensavo di essere amato da chi mi odiava e che non prestavo attenzione a chi invece si volgeva a me. Se avessi fatto buon uso della ragione e non avessi dato tanto retta alle chiacchiere di amici o stupidi o disonesti vivrei adesso sereno. Ma ore che degli amici ci ingiungono di sperare per il meglio, mi darò da fare perché la mia salute possa rispondere alle pene che ti dai per me. Mi rendo conto delle dimensioni della cosa e quanto fosse più facile restare in patria piuttosto che tornarvi! Se pero abbiamo dalla nostra tutti i tribuni della plebe; se l'interessamento di Lentulo - nella sue posizione di console designato - non è solo apparente; se vi si aggiungono anche Pompeo e Cesare, non bisogna disperare. Circa la servitù si farà come tu mi scrivi che hanno deciso gli amici. Da queste parti l'epidemia adesso e oramai passata, ma per quanto e durata ne sono rimasto illeso. Plancio, che e uomo di una cortesia squisita, insiste per avermi con sé e ancora mi trattiene.
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Lacedaemonii devictis Atheniensibus triginta viros inposuere, qui rem publicam eorum tractarent. Ii primo coepere pessumum quemque et omnibus invisum indemnatum necare: ea populus laetari et merito dicere fieri. Post, ubi paulatim licentia crevit, iuxta bonos et malos lubidinose interficere, ceteros metu terrere: ita civitas servitute oppressa stultae laetitiae gravis poenas dedit. Nostra memoria victor Sulla cum Damasippum et alios eius modi, qui malo rei publicae creverant, iugulari iussit, quis non factum eius laudabat? Homines scelestos et factiosos, qui seditionibus rem publicam exagitaverant, merito necatos aiebant. Sed ea res magnae initium cladis fuit. Nam uti quisque domum aut villam, postremo vas aut vestimentum alicuius concupiverat, dabat operam, ut is in proscriptorum numero esset. Ita illi, quibus Damasippi mors laetitiae fuerat, paulo post ipsi trahebantur neque prius finis iugulandi fuit, quam Sulla omnis suos divitiis explevit. Atque ego haec non in M. Tullio neque his temporibus vereor; sed in magna civitate multa et varia ingenia sunt.
Gli Spartani, vinti gli Ateniesi, imposero trenta uomini per governare la loro repubblica. Costoro dapprima cominciarono a mandare a morte senza processo i peggiori criminali invisi a tutti: e il popolo a rallegrarsi di ciò, e che era giustamente accaduto. Poi, quando a poco a poco l'arbitrio crebbe, ecco costoro uccidere indiscriminatamente i buoni e i cattivi a loro capriccio, e a terrorizzare tutti gli altri. Così la città, oppressa dalla servitù, pagò gravi pene per una stolta letizia. In giorni che ricordiamo, quando Silla vincitore fece sgozzare Damasippo e altri della stessa marmaglia che erano cresciuti per la sventura della repubblica, chi non lodava il suo operato? Dicevano giustamente soppressi dei criminali e dei faziosi, che avevano turbato la repubblica con la sedizione. Ma tale fatto fu l'inizio di una grande strage. Infatti, appena qualcuno bramava un palazzo, una villa, insomma addirittura un vaso o il vestito di un altro, si adoprava a farlo risultare nella lista dei proscritti. Così coloro per i quali la morte di Damasippo era stata una gioia, poco dopo venivano trascinati essi stessi al supplizio; né si smise di sgozzare prima che Silla colmasse tutti i suoi di ricchezze. Io non temo questo, con un console come M. Tullio, e di questi tempi; ma in una grande città molte e varie sono le indoli.
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Itaque a patribus acceptos deos ita placet coli, si huic legi paruerint ipsi patres. Delubra esse in urbibus censeo, nec sequor magos Persarum quibus auctoribus Xerses inflammasse templa Graeciae dicitur, quod parietibus includerent deos, quibus omnia deberent esse patentia ac libera, quorumque hic mundus omnis templum esset et domus. Melius Graii atque nostri, qui ut augerent pietatem in deos, easdem illos urbis quas nos incolere voluerunt. Adfert enim haec opinio religionem utilem civitatibus, si quidem et illud bene dictum est a Pythagora doctissimo viro, tum maxume et pietatem et religionem versari in animis, cum rebus divinis operam daremus, et quod Thales qui sapientissimus in septem fuit, homines existimare oportere, omnia cernerent deorum esse plena; fore enim omnis castioris, veluti quom in fanis essent maxime religiosis. Est enim quaedam opinione species deorum in oculis, non solum in mentibus
Si stabilisce quindi che siano venerati gli dèi tramandati dai padri, a condizione che i padri stessi abbiano seguito questa legge. Io ritengo che nelle città vi debbano essere dei templi, e non concordo con i magi dei Persiani, per consiglio dei quali si dice che Serse bruciò i templi della Grecia, perché rinchiudevano entro pareti quegli dèi ai quali tutto dovrebbe essere aperto e libero, e dei quali tutto questo mondo è tempio e sede. Meglio si comportarono invece gli Elleni ed i nostri padri, i quali vollero che essi abitassero le stesse città nostre, affinché aumentasse la pietà verso gli dèi; questa credenza sostiene infatti che il culto sia utile alle città, se, come disse il dottissimo Pitagora, proprio allora la pietà ed il culto maggiormente si radicano negli animi, cioè quando ci dedichiamo alle cose divine; e ricordiamo il detto di Talete, uno dei sette sapienti, che gli uomini sono convinti che tutto vedono debba essere pieno di dèi; tutti saranno infatti più puri, come se si trovassero in templi che ispirano la massima religiosità. Secondo questo concezione infatti, si presenta una certa immagine degli dèi non soltanto negli animi, ma anche innanzi agli occhi.
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Quoniam officia non eadem disparibus aetatibus tribuuntur, aliaque sunt iuvenum officia, alia seniorum, aliquid etiam de hac distinctione dicendum est. Est igitur adulescentis maiores natu vereri exque iis deligere optimos et probatissimos, quorum consilium atque auctoritas adhibeatur: ineuntis enim aetatis inscitia senum constituenda et regenda prudentia est. Maxime autem haec aetas a libidinibus arcenda est exercendaque in labore patientiaque et animi et corporis, ut et in bellicis et in civilibus officiis vigeat iuvenum industria. Senibus autem, ut putamus, labores corporis minuendi sunt, exercitationes animi etiam augendae; danda vero opera ut et amicos et iuventutem et maxime rem publicam consilio et prudentia quam plurimum adiuvent.
Poichè non sono attribuiti gli stessi doveri a età diverse, alcuni doveri sono dei giovani, altri degli anziani, riguardo questa distinzione bisogna dire qualcosa. E' dunque dovere dell'adolescente rispettare i più grandi e tra questi scegliere quelli ottimi e assai giusti, affinché il loro consiglio e la loro autorità sia messa a frutto: infatti l'inesperienza dell'età giovanile deve essere sorretta e guidata dalla prudenza degli anziani. Ma sopratutto quest'età deve essere tenuta lontana dalla lascivia e esercitata nella fatica e pazienza d'animo e corpo, affinché sia vigorosa l'attività dei giovani e nei doveri militari e civili. Gli anziani invece, crediamo, devono ridurre gli sforzi fisici e anzi aumentare gli esercizi mentali; davvero devono fare in modo di aiutare con la saggezza e la prudenza quanto più possibile gli amici, la gioventù e sopratutto lo stato.
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Cicerone annuncia la sua visita ad un amico
che soffre d'artrosi
Autore: Cicerone
Nuovo Comprendere e tradurre vol. 3 n° 1 pagina 35
Heri veni in Cumanum: cras ad te fortasse. Sed cum certum sciam, faciam te paulo ante certiorem: etsi M. Caeparius, cum mihi in silva Gallinaria obviam venisset, quaesissemque quid ageres, dixit te in lecto esse, quod ex pedibus laborares. Tuli scilicet moleste, ut debui: sed tamen constitui ad te venire, ut et viderem te, et viserem et cenarem etiam. Non enim arbitrabor coquum etiam te arthriticum habere. Expecta igitur hospitem cum minime edacem, tum inimicum cenis sumptuosis.
Marco Tullio saluta Papirio Peto
Ieri sono arrivato nella villa di Cuma: forse domani verrò da te. Ma, quando lo saprò di sicuro, ti informerò poco prima: benché Marco Cepario, quando mi venne incontro nella selva Gallinaria, e gli chiesi che cosa tu stessi facendo, abbia affermato che tu eri a letto, poiché eri ammalato di gotta. È chiaro che appresi di mal animo (ciò), come dovetti: ma, tuttavia, decisi di venire da te per vederti e per sapere come stai e anche per cenare. Infatti, non credo che tu abbia anche il cuoco artritico. Dunque, aspetta un ospite tanto poco insaziabile, quanto nemico per i pranzi sontuosi. domani forse verrò da te. Ma quando lo saprò per certo, ti informerò un poco prima: sebbene Mario Cepario, quando mi venne incontro in una pianura della Campania, mi chiese cosa facessi, dissi che tu eri a letto, poiché avevi un attacco di gotta. Avanzai naturalmente in modo fastidioso, come dovetti: ma tuttavia decisi di venire da te, sia per vederti, sia per farti visita e anche per cenare. Infatti non credo che tu abbia anche un cuoco gottoso. Aspetta dunque un ospite quanto meno vorace, allora nemico delle cene sontuose.