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Non tutte le promesse vanno mantenute
versione latino Cicerone
Traduzione dal libro millennium - pag 46 - numero 97
E neppure devono essere mantenute quelle promesse che non sono utili a quegli stessi a quali la hai fatte. Il sole disse al figlio dio Fetonte, per tornare ai miti, che avrebbe fatto tutto ciò che avesse chisto, chiese di essere fatto salire sul carro del padre: fu fatto salire. E questo prima di fermarsi bruciò colpito da un fulmine. Quanto sarebbe stato meglio che in questo caso la promessa del padre non fosse stata mantenuta. Che dire riguardo al fatto che Teseo pretese una promessa da Nettuno? E Nettuno avendogli dato tre scelte scelse la morte del figlio Ippolito poiché questo era stato sospettato dal padre riguardo la matrigna e ottenuto questo desiderio, Teseo fu in grandissimo lutto. Che dire riguarso al fatto che Agamennone avendo offerto in dono Diana ciò che di più bello fosse nato nel suo regno in quell'anno sacrificò Ifigenia di cui certamente in quell'anno era nato niente di più bello? Sarebbe stato preferibile che la promessa non fosse stata fatta piuttosto di rendersi colpevole di un delitto tanto orribile. Dunque talvolta le promesse non devono essere fatte.
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Phliuntem ferunt venisse, eumque cum Leonte, principe Phliasiorum, docte et copiose disseruisse quaedam. Cuius ingenium et eloquentiam cum admiratus esset Leon, quaesivisse ex eo, qua maxime arte confideret; at illum: artem quidem se scire nullam, sed esse philosophum. Admiratum Leontem novitatem nominis quaesivisse, quinam essent philosophi, et quid inter eos et reliquos interesset Pythagoram autem respondisse similem sibi videri vitam hominum et mercatum eum, qui haberetur maxumo ludorum apparatu totius Graeciae celebritate; nam ut illic alii corporibus exercitatis gloriam et nobilitatem coronae peterent, alii emendi aut vendendi quaestu et lucro ducerentur, esset autem quoddam genus eorum, idque vel maxime ingenuum, qui nec plausum nec lucrum quaererent, sed visendi causa venirent studioseque perspicerent, quid ageretur et quo modo, item nos quasi in mercatus quandam celebritatem ex urbe aliqua sic in hanc vitam ex alia vita et natura profectos alios gloriae servire, alios pecuniae, raros esse quosdam, qui ceteris omnibus pro nihilo habitis rerum naturam studiose intuerentur; hos se appellare sapientiae studiosos - id est enim philosophos et ut illic liberalissimum esset spectare nihil sibi adquirentem, sic in vita longe omnibus studiis contemplationem rerum, cognitionemque praestare
Dicono (che Pitagora) si sia recato a Fliunte ed abbia tenuto con Leonte principe della città, alcuni dotti e poderosi ragionamenti. Avendone Leonte ammirato l'ingegno e l'eloquenza, gli domandò in quale scienza si credesse specialmente versato. Egli rispose che non conosceva alcuna scienza, ma era filosofo. Avendo fatto Leonte le meraviglie intorno a quel nome, che gli riusciva nuovo, gli domandò chi mai fossero i filosofi e qual differenza passasse fra loro e gli altri uomini Pitagora invece rispose che la vita dell'uomo gli sembrava essere simile e quel mercato, che veniva allestito con grande magnificenza dei giochi per celebrare tutta la Grecia; infatti come in quella circostanza alcuni aspiravano alla gloria e alla fama di un premio nelle gare sportive, altri erano attirati dal desiderio di guadagno e profitto che derivava dalla compravendita, poi c'era invece un certo gruppo, che era soprattutto onesto, di coloro che non cercavano di ottenere né lode né guadagno, ma ci andavano come spettatori, e scrutavano con attenzione che cosa si faceva e in che modo, alla stessa maniera come quelli che si muovono dalla loro città per andare ad una mercato con tanta gente, così noi eravamo passati da un'altra vita a questa vita alcuni erano schiavi della gloria, alcuno dei soldi, era raro qualcuno che, ritenendo inutile tutto il resto, esaminava con cura la natura( l'essenza); costoro si chiamano amanti della saggezza-ciò che è infatti l'essere filosofi E come alle feste la parte più nobile era di chi stava a mirare senza cercare alcun profitto per sé, così nella vita umana l'occupazione più degna di ogni altra era la pura speculazione scientifica
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Quod idem Scipioni videbatur, qui quidem, quasi praesagiret, perpaucis ante mortem diebus, cum et Philus et Manilius adesset et alii plures, tuque etiam, Scaevola, mecum venisses, triduum disseruit de re publica; cuius disputationis fuit extremum fere de immortalitate animorum, quae se in quiete per visum ex Africano audisse dicebat. Id si ita est, ut optimi cuiusque animus in morte facillime evolet tamquam e custodia vinclisque corporis, cui censemus cursum ad deos faciliorem fuisse quam Scipioni? Quocirca maerere hoc eius eventu vereor ne invidi magis quam amici sit. Sin autem illa veriora, ut idem interitus sit animorum et corporum nec ullus sensus maneat, ut nihil boni est in morte, sic certe nihil mali; sensu enim amisso fit idem, quasi natus non esset omnino, quem tamen esse natum et nos gaudemus et haec civitas dum erit laetabitur.
E la medesima cosa sembrava a Scipione, il quale, quasi ne avesse il presentimento, pochissimi giorni prima di morire, essendo presenti Filo e Manio Manilio e parecchi altri, ed anche tu Scevola essendo venuto con me, discusse per tre giorni intorno allo stato, e di questa discussione la parte finale fu essenzialmente intorno alla immortalità dell'anima, cose che egli diceva di aver udito dall'Africano nella quiete del sonno, in una visione. E se è così, che l'anima d'uno quanto più è buono tanto più facilmente vola via come dalla prigione e dalle catene del corpo, a chi pensiamo sia stato più facile salire agli dei che a Scipione? Perciò soffrire per la sua sorte io temo che sia più di un invidioso che di un amico. Se invece questo è più vero, che l'anima finisce insieme col corpo e nessuna sensibilità più rimane, come nulla di bene v'è nella morte, così nulla di male: perduta, infatti, la capacità di sentire, è lo stesso che se non fosse affatto nato quello Scipione che noi siamo ben lieti che sia nato; e questa città, finché esisterà, se ne rallegrerà sempre.
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Mi frater, mi frater, mi frater, quis putaverit me iratum esse tibi nec te videre voluisse ob hanc iracundiam? Ego tibi irascerer? Meus ille laudatus consulatus mihi eripuit te, liberos, coniugem, patriam, fortunas. Hoc velim tu reminiscaris. Ego te videre noluerim? Immo vero (invece) me a te videri nolui. Non enim vidisses fratrem tuum: non eum quem reliqueras, non eum quem tu noras, non eum quem flens ex patria discedentem salutaveras. Atque utinam me mortuum prius vidisses aut audisses! Utinam tibi et liberis meis dignitatem meam integram quasi hereditate reliquissem neque vos mecum in hanc nominis nostri ignominiam traxissem! Nunc, si potes, te erigas neve animo defeceris ubi cum inimicis nostris lactandum erit eorumque impetus repellendus. Ego diutius in hac vita esse non possum, si te animo defecisse viderem. Filiam meam et filiolum Ciceronem quid (a che) ego, mi frater, tibi commendem? Etiam Terentiam meam velim tuearis, mihique de omnibus rebus rescribas. Sis fortis. Vale.
O fratello, fratello mio, fratello mio (caro) chi potrebbe credere ch'io sia stato in collera con te e che, a causa di questa collera, io non abbia voluto vederti? Io in collera con te?!Quel mio consolato tanto osannato mi ha privato di te, dei (miei) figli, di (mia) moglie, della patria e dei beni. Questo vorrei che tu ti metta bene in testa! Io non avrei voluto vederti? In realtà (sono) io (che) non ho voluto essere visto da te…infatti, davanti a te non avresti vistotuo fratello non (certo) quel (fratello) che avevi lasciato, non quello che conoscevi non quello che, in lacrime, lasciasti, mentre se ne partiva dalla patria. Ah, almeno tu mi avessi visto morto già prima o avessi asentito che ero morto. Ah, almeno avessi lasciato a te ed ai miei figli la mia integerrima dignità alla stregua di un patrimonio di un'eredità e non vi avessi trascinato con me n in questa ignominia del mio nome] Ora, se riesci, riprendi forza e coraggio e non dovrai lasciarti abbattere quando ci si dovrà scontare con i nostri nemici e stornare i loro violenti attacchi. Non potrei vivere a lungo, se ti vedessi umiliato e abbattuto. Caro fratello, ti raccomando - ma non ce n'è bisogno di prenderti cura di mia figlia e del piccolo Cicerone. Vorrei che tu ti prendessi cura anche della mia Terenzia, e che mi risponda per iscritto; di tutto. Mantieniti forte. Addio
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Praeterea a te peto in maiorem modum pro nostra amicitia et pro tuo perpetuo studio in me ut in hac re etiam alabores: Dionysius, servus meus, qui meam bibliothecam multorum nummorum tractavit, cum multos libros surripuisset nec se impune laturum putaret, aufugit. Is est in provincia tua. Eum et M. Bolanus, familiatis meus, et multi alii Naronae viderunt, sed, cum se a me manumissum esse diceret, crediderunt. Hunc tu si mihi restituendum curaris, non possum dicere quam mihi gratum futurum sit. Res ipsa parva, sed animi mei dolor magnus est. Ubi sit et quid fieri possit Bolanus te docebit. Ego si hominem per te reciperaro( recuperavero), summo me a te beneficio adfectum arbitrabor.
In secondo luogo ti prego in modo maggiore per la nostra amicitia e per la tua continua devozione verso di me di aiutarmi ancora in queste circostanze: Dionisio, il mio schiavo, che si occupò della mia biblioteca di grande valore, avendo rubato molti libri e ritenendo che sarebbe allontanato impunemente, fuggì. Egli è nella tua provincia. E Marco Bolano, mio parente, e molti altri di Narona lo videro, ma avendo detto di essere stato liberato da me, gli credettero. Se provvederai a restituirmelo, non posso dire quanto ti sarò grato. Questa è una piccola cosa, ma il dolore del mio animo è grande. Bolano ti insegnerà dove sia e cosa possa fare. Io se avrò ripreso l'uomo tramite te, riterrò di essere debitore da parte tua di un sommo beneficio.