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Primus Alexander Macedo patefecit Indiam, quam poetae tradiderunt Dionysum deum peragravisse.... Etiam Graeci scriptores tradiderunt in India solum tam pingue et ferax esse ut mel de frondibus defluat et silvas gignere lanas et arundines tam validas ut ex iis cymbae confici possint, quae binos vel etiam ternos homines vehere possint.
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Saepe homines, aliena adpetentes, propria amittere haec fabella docet,... Quam ut corriperet, fauces aperiens, suam carnem amisit.
Che spesso gli uomini, desiderando le cose altrui, perdono le proprie, questa favoletta, che racconta l'avidità degli uomini, lo insegna. Infatti in questa circostanza un cane (oppure questo cane) attraversava un fiume nuotando e tenendo in bocca della carne rubata dal un macello.Casualmente, mentre abbassava gli occhi, vide nel riflesso delle onde l’immagine di un altro cane che portava della carne. Allora pensando di portare via all’altro cane l’altra carne, mosso da avidità, volle sottrarre il nuovo bottino. Per prenderla con la forza, mentre apriva le fauci, si lasciò sfuggire la carne sua.
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Athenis vir quidam ultimae senectutis, cum in theatrum ut ludos spectaret venisset eique nemo sedentium locum dedisset,...verecundiam comprobavit. Tunc unus legatorum, clamorem populi gratulantis audiens, exclamavit: «Athenienses quid rectum sit sciunt, facere nesciunt».
Ad Atene un certo uomo di massima vecchiaia, essendo andato in teatro per guardare i giochi e poiché nessuno di quelli che erano seduti gli diede il posto, andò dai luogotenenti Spartani che sedevano nei posti degli ospiti. Costori, mossi dalla riverenza per l’età, riverirono (veneror) i suoi capelli bianchi ed i suoi anni e cedendogli il posto lo invitarono a sedere fra di loro in un posto molto d'onore. Poiché il popolo vide dove si sedette si alzò dalle gradinate e con un grandissimo applauso approvò la correttezza degli ambasciatori della città straniera. Allora uno degli ambasciatori, sentendo il clamore del popolo che si congratulava, esclamò: “Gli Ateniesi sanno cosa è giusto, ma non sanno farlo”.
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Helvetii, a Romanis profligati, omnium rerum inopia ad desperationem adducti, ad Caesarem legatos de deditione mittunt....ut eos comprehenderent et ad se reducerent. Reductos in numero hostium habuit.
Sbaragliati dai Romani, spinti alla disperazione per la penuria di tutte le cose, gli Elvezi inviano a Cesare ambasciatori per la (loro) capitolazione. Quelli, quando arrivarono da lui e si prostrarono ai suoi piedi, parlando con tono supplichevole, pregarono piangendo la pace. Cesare, guardandoli con severità, pretese ostaggi, armi, schiavi fuggitivi, disertori. Mentre quelli reclutano (conquīror), quasi 2 mila uomini di quel paese chiamato Verbigeno, colta l’opportunità della fuga, sia perché atterriti dalla paura, sia perché spinti dalla speranza di salvezza, usciti durante la notte dall’accampamento, si diressero verso il Reno ed i territori dei Germanici. Ma Cesare, avendoli inseguiti, ordinò ai Germanici di catturarli e di portarli da lui. Quelli costretti a ritirarsi li considerò nemici.
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Publius Scipio Aemilianus, Pauli Macedonici filius, a Scipione Africano adoptatus, in Macedonia cum fratre bellans, victum Persen...qui ab optimatibus in tumultu necatus erat, populo obstrepenti respondit eum iure necatum esse, quia rem publicam subvertere vellet.
Publio Scipione Emiliano, figlio di Paolo Macedonico, adottato da Scipione l’Africano, lottando con il fratello in Macedonia inseguì tanto ostinatamente il vinto Perse, che solamente a metà della notte ritornò all’accampamento. Luogotenente di Lucullo in Spagna, batté i con un singolo combattimento un provocatore presso la città di Intercatia. Tribuno in Africa sotto il comando di Tito Manilio, salvò con decisione e valore otto coorti chiuse d’assedio, dalle quali fu ricompensato con la corona obsidionale. Aspirano alla carica di Edile, fatto console prima del tempo, In sei mesi distrusse Cartagine. Prese per fame Numanzia in Spagna dopo aver riportato la disciplina dei soldati; dopo quella vittoria venne chiamato Numantino. Visse sempre così moderatamente che inviato come ambasciatore presso i re dell’oriente, portò con se soltanto due servi. Interrogato sull’uccisione di Tiberio Gracco, assassinato in un tumulto di aristocratici, rispose al popolo che rumoreggiava che quello era stato ucciso a buon diritto perché voleva sovvertire lo stato.