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Eumenes a prima adulescentia ad amicitiam accessit Philippi, Macedonum regis, brevique tempore in intimam familiaritatem inivit....Novissime praefuit etiam equitatui. Utrique regi in consilio semper adfuit et omnium rerum particeps fuit.
Eumene acconsentì all'amicizia di Filippo, re di Macedonia fin dalla prima giovinezza ed in tempo breve (in poco tempo) entrò (con lui) in profonda intimità: infatti nel giovane era presente un carattere di grande valore. Perciò Filippo lo occupò in qualità di segretario, il che presso i Greci è molto più nobile che presso i Romani. Infatti a Roma i segretari sono considerati semplici stipendiati; contrariamente presso i Greci nessuno è accettato a tale funzione se non siano conosciute il suo zelo e la sua fedeltà. Infatti intervengono in tutte le decisioni del proprio padrone. Eumene svolse questo compito presso Filippo per sette anni. Quando poi Filippo fu ucciso, proseguì con lo stesso incarico presso Alessandro per tredici anni. Infine fu anche a capo della cavalleria. Fu sempre presente nelle decisioni di entrambi i re e fu partecipe di ogni cosa.
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Cassius Hemina, vetustissimus auctor annalium, in quarto libro prodidit Cneium Terentium scribam...pontificii atque totidem Pythagoricos. Tuditanus, rerum scriptor, autem tradidit eos decretorum Numae libros fuisse.
L'autore antichissimo di annali, Cassio Emina, nel quarto libro raccontò che lo scriba Gneo Terenzio, mentre zappava il suo orto sul monte Gianicolo, aveva rinvenuto un'arca, in cui Numa, che regnò a Roma, era stato sepolto. Aggiunge anche che nella stessa cassa furono rinvenuti libri scritti dal re Numa 530 anni prima. Scrive (inoltre) che questi erano di carta e che furono rinvenuti integri. Poiché tutti erano curiosi di sapere in che modo quei libri, sepolti nella terra, si fossero potuti conservare integri, Emina spiegava così il motivo. Diceva infatti che quei libri fossero rimasti nella tomba posti sotto una pietra quadrata e poiché erano unti di olio di cedro le tarme non li avevano toccati. In questi libri c’erano molti scritti di filosofia Pitagorica. La stessa cosa afferma Pisone Censorino nel primo libro dei Commentari, ma dice che i libri erano sette di legislazione dei pontefici ed altrettanti Pitagorici. Tuditano poi, scrittore di avvenimenti, afferma che quelli fossero i libri dei decreti di Numa.
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Olim portitor quidam trans flumen lupum et capram et caules transferre debebat. ...Denique, cum etiam caules in ulteriorem ripam translati erunt, rursum te ad capram referes eamque iterum transferes».
Un giorno un certo barcaiolo doveva trasferire dall'altra parte del fiume un lupo, una capra e dei cavoli. Poichè la sua barca era molto piccola, comprese subito che su di essa non potevano essere trasportati il lupo, la capra e i cavoli contemporaneamente il lupo, la capra e i cavoli. Sedendo sulla riva, rifletté a lungo tra sé e sé: «Non posso trasportare i cavoli sulla riva opposta, poiché il lupo, se verrà lasciato da solo con la capra, senza dubbio la divorerà con avidissimo dente. Tuttavia non posso trasportare il lupo con me: infatti la capra, lasciata con i cavoli, li mangerà.Non so davvero cosa fare». Allora si ricordò che nelle vicinanze viveva un vate, e subito andò da lui e gli espose la situazione. Il vate gli dice: «Risolverai molto facilmente il problema, se ricorderai ciò che ti dirò. Trasporta prima la capra sull'altra riva. Non temere che i cavoli vengano mangiati dal lupo: infatti il lupo non è solito mangiare cavoli. Poi porta il lupo con te; ma, quando l'avrai trasportato sull'altra riva, non lasciarlo lì con la capra, perché non la divori, ma riportala con te sulla prima riva. Infine, quando anche i cavoli saranno stati trasportati sull'altra riva, tornerai di nuovo dalla capra e la trasporterai di nuovo».
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Sertorius, cum in bello contra Romanos Lusitanis praeesset, suos hortatus est ...Si huius singulas partes nos aggressi erimus, facillime opprimetur. Sin autem eos universos uno impetu aggressi erimus, ab iis profligabimur».
Sertorio, quando fu a capo dei Lusitani nella guerra contro i Romani, suggerì ai suoi di non provare ad entrare in combattimento con i nemici con l'esercito completo (intero), ma di assalirli con piccole ed improvvise incursioni. Anzi, per persuaderli più facilmente alla sua volontà, portò al loro cospetto due cavalli uno dei quali era molto sano, l’altro molto malato. Poi ordinò che fosse strappato un solo crine dalla coda del cavallo forte per il vecchio (cavallo) ammalato che per caso era vicino. Ordinò inoltre ad un forte soldato di strappare tutta insieme la coda del cavallo più debole. Quelli obbedirono al suo ordine. Mentre il giovinetto affatica(va) inutilmente la sua mano destra, il vecchio eseguì il comando con la mano debole. Allora Sertorio: “è simile a questa coda l'esercito dei romani. Se assaliremo singole parti, le domeremo molto facilmente. Se invece li assaliremo tutti con un attacco solo, saremo da loro sconfitti”.
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Postquam Troia expugnata et incensa est, omnes Graecorum duces cum suis militibus in patriam remeaverant... Sic, cum immanem hominem caecavisset, periculum mortis effugit.
Dopo che Troia fu espugnata ed incendiata, tutti i comandanti fra i greci avevano fatto ritorno con i loro soldati in patria. Solamente Ulisse con pochi compagni errò in mare per lunghi anni, fuggendo l'ira di Giunone e di Nettuno che lo perseguitavano. Dovette affrontare (anche) molti pericoli che superò tutti con un animo forte ed intrepido. Alla fine scoperti i costumi e le usanze di molti popoli arrivò in Sicilia dove dimorava Polifemo il ciclope che possedeva un occhio solo sulla fronte e viveva in una profonda spelonca con le sue pecore. Raccontano che il greco gli domandò invano di offrire cibo ed ospitalità a se e ai suoi compagni. Infatti il ciclope la cui crudeltà era tanta da cibarsi di carne umana divorò 6 fra gli ospiti. Ulisse allora per liberare se stesso e i compagni, usando un inganno (era infatti molto esperto di ogni tipo di tranelli) offrì al ciclope un dolcissimo vino che aveva portato con se. Dopo averlo degustato, dilettato dalla soavità della bevanda ne bevve così tanto da cadere in un sonno profondo ubriaco. Ulisse allora approfittando del momento propizio, incendiò un palo, che si trovava per caso in terra nella spelonca e lo infilò nell'occhio di Polifemo. Così dopo aver accecato l'uomo feroce, fuggì dal pericolo di morte.