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Sotto il regno di Romolo i Romani erano pastori e agricoltori; la loro vita era onesta e modesta, e grande era la concordia di tutto il popolo. I Romani praticavano volentieri l'agricoltura, poiché era l'unica difesa contro la penuria di cibo. Le loro dimore private erano piccole e modeste, ma gli edifici pubblici e i templi degli dèi erano grandi e sontuosi. Il padre di famiglia esercitava un potere severo sui figli e sui suoi schiavi, ma né i figli, né gli schiavi trascuravano il loro dovere. I Romani però non maneggiavano soltanto l'aratro, ma anche le armi. Spesso infatti, dalle città limitrofe, i Sabini, o i Tusci, o gli altri popoli che volevano conquistare Roma e sottomettere i suoi abitanti, saccheggiavano i villaggi e i campi dei Romani e attaccavano Roma. Allora i Romani prendevano le armi, combattevano valorosamente e cacciavano dalla loro patria i nemici; però essi, quando vincevano, non violavano i templi dei nemici, ma offrivano ai loro dèi sacrifici propiziatori. E così i Romani per la loro clemenza e per la loro devozione, venivano protetti dagli dèi e Roma accresceva sempre di più il suo potere.
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Mentre il padre Libero conduceva l'esercito in India, Sileno, che aveva allevato Libero, si allontanò dalla strada e arrivò nel territorio del re Mida. Mida accolse generosamente Sileno come ospite, e gli concesse una guida affinché lo riportasse fino al corteo di Libero. Per via del favore, il padre Libero concesse a Mida di potergli domandare qualsiasi cosa desiderasse. Da lui, Mida, avido di ricchezza, ma poco previdente, chiese che qualsiasi cosa egli avesse toccato, diventasse oro. Dopo che ebbe ottenuto ciò e che fu ritornato presso la reggia, in un primo momento egli fu felicissimo, perché qualsiasi cosa aveva toccato, diventava oro. Tuttavia, diventavano oro anche il cibo e le bevande! Poiché ormai era tormentato dalla fame, e non riusciva a nutrirsi con cibo alcuno, Mida chiese a Libero che gli togliesse quel magnifico dono. Libero ordinò che egli si lavasse nel fiume Pattolo; e, dopo che il corpo di costui ebbe toccato l'acqua del fiume, l'acqua divenne del colore dell'oro, e in questo modo Mida fu liberato dal rovinoso dono. Oggigiorno, in Lidia, questo fiume viene chiamato Crissoroa.
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Socrate, giudicato il più saggio tra gli esseri umani non solamente dall'unanime giudizio di tutti, ma anche dall'oracolo di Apollo, messo al mondo da madre ostetrica, Fenarete, e padre marmista, Sofronisco, si innalzò fino alla più splendente luce della gloria. E non immeritatamente: infatti, quando tutti i più dotti si perdevano in discussioni cieche e, con ragionamenti più capziosi che concreti, si sforzavano di chiarire le dimensioni del sole e della luna e di tutte le altre stelle, e volevano cogliere con il pensiero (- complector) la conformazione dell'intero universo, egli (Socrate), per primo, distolse il suo pensiero da queste sciocche divagazioni, e guardò così a fondo le profondità della natura umana, nel recesso del cuore, che ancora oggi egli è considerato un grandissimo maestro di vita. Egli, infatti, riteneva che bisognasse chiedere agli dèi il bene, perché soltanto loro conoscono cosa sia utile per ciascuno di noi.
Quoniam urbs Troia a Graecis multos per annos obsessa erat principes omnium fere Asiae gentium cum i
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Poiché la città di Troia era stata assediata dai Greci per molti anni, i capi di quasi tutte le popolazioni dell'Asia erano giunti in aiuto ai Troiani con vaste truppe. Tra essi spiccava il Licio Glauco, il quale, nella guerra, aveva dato spesso grandi prove del suo valore. Un giorno Glauco, sotto le mura di Troia, sfidò Diomede, valoroso eroe Greco, ad un combattimento uno contro uno, ma, prima dello scontro, Diomede chiese a Glauco: Quale nome hai? Da dove discendi? Rispose Glauco: Perché mi chiedi il nome e la stirpe? Le stirpi degli uomini, come le foglie, sono fragili ed effimere, tuttavia soddisferò la tua curiosità. Ippoloco era mio padre, e mio nonno (era) Bellerofonte, eroe temerario e valoroso, che uccise la Chimera, il mostro dai tre volti. Allora Diomede depose le armi, e disse: Io con te ho un antico legame di ospitalità! Infatti, quando Bellerofonte giunse in Grecia, fu accolto in casa, in maniera benevola, da Eneo, mio antenato. Bellerofonte dette in dono all'ospite una cintura di porpora, Eneo donò a Bellerofonte una coppa d'oro, e così, con questi doni, strinsero un'amicizia eterna. Allora Glauco e Diomede, dal momento che si riconobbero amici, e non avversari, si scambiarono a vicenda le armi, e non ingaggiarono lo scontro.
Causam tanti delicti proferre non potes tamen ex te non quaero cur patrem sex roscius occidit hoc so
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Tu non puoi illustrare la ragione di un crimine tanto grande, tuttavia io non ti chiedo: Perché Sesto Roscio ha ucciso il padre? Chiedo unicamente questo: in che modo l'ha ucciso? L'ha colpito egli stesso o ha affidato ad altri l'assassinio ed ha commesso il crimine per mano di sicari? Se dici che ha commesso l'assassinio per mano di sicari, allora io chiedo: Quali? Degli schiavi oppure degli uomini liberi? Se dici uomini liberi, quali uomini? In che modo li ha convinti? Puoi rispondere: Ha concesso un pagamento. A chi l'ha concesso? Tramite chi l'ha concesso? Quanto ha concesso e da dove? Non è forse per mezzo di queste tracce che noi siamo soliti venire a capo di un misfatto? Quali sono le tracce? Sesto Roscio è stato ucciso a Roma mentre il figlio, che tu accusi di parricidio, si trovava nella campagna Amerina. Al fine di organizzare l'uccisione del padre, io credo, mandò una lettera a qualche sicario, lo mandò a chiamare: chi oppure quando? Mandò di certo un messaggero: chi oppure a chi? Istigò il sicario per mezzo di un pagamento o per mezzo di promesse: chi oppure in che modo? Tu non sai rispondere a tutti questi interrogativi, e tuttavia accusi Sesto Roscio di parricidio.