Caesaris adventu Veneti reliquaeque orae maritimae civitates contra Britanniam positae ob periculi m
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All'arrivo di Cesare, i Veneti e le rimanenti altre popolazioni della costa marittima, che si trovano di fronte alla Britannia, per via della grandezza del pericolo, e per la paura della schiavitù, stabiliscono di preparare la guerra: fortificano le città, radunano il grano dai campi nelle città, preparano le navi e tutte le cose che riguardano l'utilizzo delle navi, prendono con sé, in qualità di alleati per la guerra, i Lessovi, i Morini e i Menapi, mandano a chiamare rinforzi dalla Britannia. Nel frattempo, i soldati Romani, poiché non conoscevano i guadi, i porti e le isole di quelle regioni, erano in grande difficoltà: infatti, i percorsi a piedi erano interrotti da stagni e paludi, la navigazione era preclusa a causa della non conoscenza dei luoghi e del ridotto numero di attracchi, e inoltre gli eserciti non potevano restare a lungo nella regione nemica, a causa della mancanza di grano. Per giunta, le ubicazioni delle città erano all'estremità di lingue (di terra) e di promontori e, quando la marea saliva, non offrivano via d'accesso alla fanteria o alla cavalleria, quando la marea scendeva, (non offrivano via d'accesso) alle navi: perciò l'assedio delle città era completamente precluso.
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Due giovani di bell'aspetto vanno incontro al giovane Ercole in un bivio. La prima, fanciulla di stupefacente bellezza, vestita con splendidi ornamenti e abbellita con gioielli d'oro e d'argento, dice con voce dolce: "Io sono chiamata Piacere e offro agli uomini un facile cammino. Se andrai per la mia strada, riempirai il tuo animo di grandi gioie e piaceri". La seconda, invece, donna di grande modestia, vestita con una veste squallida, dice ad Ercole: "Io sono chiamata Virtù, non ascoltare le lusinghe del Piacere, ma scegli la mia strada! Andrai per un cammino lungo e impervio, scalerai ardue montagne, attraverserai fiumi profondi, affronterai molti pericoli, ma alla fine giungerai alla gloria eterna. Infatti i piaceri sono effimeri, la gloria della Virtù è eterna". Ercole obbedisce a queste parole della Virtù e, senza indugio, sceglie la via della Virtù.
Octavianus Augustus rei publicae per quadraginta et quattuor annos solus praefuit antea enim duodeci
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Ottaviano Augusto stette a capo dello Stato, da solo, per quarantaquattro anni; prima, infatti, c'era stato per dodici anni insieme ad Antonio e a Lepido. Pertanto, dall'inizio del suo principato, alla fine, trascorsero cinquantasei anni. Per tanti anni giovò grandemente allo Stato. Annesse molte regioni all'impero Romano. Condusse molte guerre in prima persona, molte, invece, le gestì da assente, tramite Druso e Tiberio, i suoi figliastri. In guerra fu apprezzato da tutti per la sua clemenza, perché, quando poteva, risparmiava sempre i nemici, e con loro stipulava la pace a condizioni eque. Gli Sciti e gli Indiani, ai quali, in precedenza, il nome dei Romani era sconosciuto, mandarono a lui doni ed ambasciatori. Anche la Galazia diventò provincia Romana, anche se precedentemente era stata un regno. A Tiberio, il figlio adottivo, Augusto lasciò un vasto impero ed uno Stato pacificato.
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Ad Atene, un tale estremamente anziano, dopo che si era recato a vedere degli spettacoli nel teatro, e poiché nessuno tra i suoi concittadini – vergognoso da dire – l'invitava a sedersi, era arrivato per caso presso degli ambasciatori Spartani che sedevano in un luogo riservato. Costoro, indotti dall'età dell'uomo, rispettando i capelli bianchi di lui, si alzarono immediatamente tutti in piedi, e gli concessero un sedile tra loro, in quell'importantissima posizione. Quando il popolo vide accadere ciò, approvò con un enorme applauso il rispetto degli Spartani. Narrano che a quel punto un tale tra gli Spartani parlò in questa maniera: Gli Ateniesi sanno cosa sia giusto, ma non lo vogliono fare!
Certamen cum potentioribus, ut Phaedri fabella docet, funestissimum infirmioribus est; nam inops pot
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La competizione con i più potenti, come insegna una breve favola di Fedro, è estremamente deleteria per i più deboli; infatti il debole, mentre vuole imitare il potente, va in rovina. Un giorno una rana, dopo che, dal margine di una palude, ebbe visto un bue in un prato, punta dall'invidia per una stazza così grande, gonfiò la pelle rugosa. A quel punto chiamò i propri figli: Guardatemi bene: ora io sono più grande del bue! Ma quelli dissero che il bue non era più piccolo della madre. Poi la rana tese la pelle con maggior sforzo e chiese di nuovo a loro chi dei due fosse più grande. I figli dissero che il bue era più grande. Alla fine la rana, irritatissima, mentre voleva gonfiarsi di più, si accasciò a causa del cedimento del corpo.