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Il Pontefice Massimo ogni anno redigeva un registro nel quale annotava le imprese di guerra, le opere di pace, i nomi dei consoli e dei magistrati, gli spettacoli pubblici, i banchetti solenni e le festività, e, poiché venivano scritti lì anche i giorni fasti e nefasti, i registri annuali dei Pontefici furono chiamati dai Romani "i Fasti". I Pontefici redigevano anche gli Annali, dove, in maniera concisa, ma accurata, annotavano i fatti degni di ricordo, e il giorno, il mese, l'anno di essi. Gli annali venivano trascritti su delle tavole ed esse venivano esposte nel Foro, sulle pareti della Reggia, vale a dire la sede dei Pontefici: e così tutti i cittadini potevano avere notizia degli avvenimenti più importanti, e conservare il ricordo degli uomini illustri. Gli Annali vengono considerati il primo genere di storiografia: anche la storiografia, infatti, narra le imprese degli uomini in tempo di pace e in tempo di guerra, ma, diversamente dagli Annali, ricerca e spiega le cause di esse, descrive i luoghi, e inserisce i discorsi dei condottieri e dei politici.
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L'autorità del padre di famiglia, sulle mogli, i figli, e gli schiavi, specialmente nei tempi antichi, era grande presso i Romani. In virtù delle antiche leggi, il padre di famiglia aveva diritto di vita e di morte su tutti i suoi familiari. Uno stupefacente esempio di questa autorità è il gesto del console Giunio Bruto: quello mandò entrambi i suoi figli alla pena capitale, poiché, insieme ai Tarquini, congiuravano contro la libertà della patria. Non era tuttavia un esempio di eccessiva severità, ma piuttosto di giustizia: per i cittadini, infatti, non era lecito concedere la grazia ad un (uomo) colpevole di alto tradimento, tanto meno lo era per il console.
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Quanto più, giorno dopo giorno, l'assedio era duro ed aspro – e in particolare poiché la maggior parte dei soldati era stata ferita – tanto più frequenti venivano inviate a Cesare le lettere e i messaggeri; e questi messaggeri, catturati dai nemici, venivano uccisi sotto gli occhi dei nostri soldati. C'era, nell'accampamento, un tale della tribù dei Nervi, di nome Vertico, nato da una famiglia importante, il quale, sin dal principio dell'assedio, si era rifugiato presso Cicerone e gli aveva giurato lealtà. Costui era uno schiavo: Cicerone, con la prospettiva della libertà e con grandi ricompense, lo persuade a recapitare una lettera a Cesare. Egli porta fuori dall'accampamento questa (lettera) legata ad una lancia, e stando, da Gallo tra i Galli, senza (suscitare) alcun sospetto, arriva presso Cesare, il quale, viene a sapere da lui delle difficoltà di Cicerone e della legione. Cesare, ricevuta la lettera, invia immediatamente un messaggio al questore Marco Crasso, i cui quartieri invernali erano distanti da lui venticinque miglia; ordina che la legione parta immediatamente, e che si rechi rapidamente da lui. Manda un secondo messaggio al luogotenente Gaio Fabio, affinché guidi le truppe ausiliarie nel territorio degli Atrebati, attraverso il quale egli sapeva che avrebbe marciato. A Labieno scrive di recarsi con la legione presso il territorio dei Nervi.
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Un mercante aveva grandi affari non solo in Egitto, ma anche in Grecia e in numerose isole del Mediterraneo e per questo doveva spesso percorrere il mare. Un giorno il mercante con il suo fedele servitore navigava con una piccola imbarcazione. Il mare era tranquillo e già si vedeva da lontano l'isola di Rodi, quando all'improvviso si scatena una grande tempesta, la piccola imbarcazione, che viene percossa dalle onde e trascinata da venti violenti, si trova in grande pericolo. Allora il mercante spaventato prega Nettuno, dio delle acque, in questo modo: "Oh Nettuno, se tu salvi la mia vita e la vita del mio servitore io prometto a te molte e ricche vittime e farò sul tuo altare sontuosi sacrifici!". Ma il servo, mentre con grande impegno ammaina la vela, dice al padrone: "E' certamente un bene nei pericoli invocare gli dei, ma è meglio muovere le braccia".
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Guarda, dunque, questa folla alla quale a stento bastano le case di una città immensa: la maggior parte di costoro sono confluiti a Roma dai municipi e dalle colonie, da tutto il mondo. L'ambizione ha spinto alcuni, l'obbligo di un incarico pubblico (ha spinto) altri, un'ambasceria imposta (ha spinto) altri ancora, l'amore per il lusso (ha spinto) altri, la passione per gli studi liberali (ha spinto) altri, gli spettacoli (hanno spinto) altri ancora; un'amicizia ha trascinato alcuni, lo studio dell'eloquenza altri. Ogni tipo di uomini è accorso nella città che mette in palio grandi ricompense sia per i vizi che per le virtù. Quindi vattene da questa città, che può essere definita come "di tutti". Va' in giro per tutte le città: tutte hanno una gran parte di popolazione straniera. Spostati da quelle la cui ridente posizione e lapiacevolezza della zona attira molte persone, visita i luoghi disabitati e le isole più impraticabili: non troverai alcun luogo d'esilio nel quale non risieda qualcuno per il bene dell'animo.
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