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E' nota una favola del poeta Fedro. Un'alta vigna circondava la capanna di un agricoltore, e nella vigna c'era grande abbondanza d'uve. Arriva una piccola volpe affamata e vede un bottino a sé non sgradito. Allora comincia a saltare, ma invano: la vigna infatti è troppo alta e la bestiola non può prendere l'uva. Alla fine, spossata e triste, si allontana dicendo: "L'uva non è ancora matura, io non desidero mangiarla: infatti l'uva acerba a me non piace!". Così ci insegna la favola: quando i nostri sforzi sono vani, troviamo facilmente una scusa.
Bello Punico Secundo dei funestis prodigiis ingentes calamitates Romanis praenuntiaverunt nat et Rom
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In occasione della Seconda Guerra Punica, gli dèi, per mezzo di eventi portentosi funesti, preannunciarono ai Romani grosse calamità. Infatti, sia a Roma, sia intorno a Roma, in quell'inverno accaddero molti eventi prodigiosi, oppure furono riferiti e furono avventatamente creduti: gli animi degli uomini infatti sono ingenui tutte le volte che sono mossi dall'ignoranza e dalla superstizione. A Roma, nel mercato degli ortaggi, un bambino di sei mesi all'improvviso iniziò a parlare a voce alta; nel mercato del bestiame, un bue salì di sua iniziativa sul tetto di un edificio e da lì, spaventato dalle grida degli abitanti, si gettò giù. Delle navi abbaglianti furono avvistate nel cielo; il tempio della Speranza fu colpito da un fulmine. A Lanuvio, le lance sacre di Marte si mossero, e un corvo volò nel tempio di Giunone e si posò su una statua della dea. Nel territorio di Amiterno furono visti, in molti luoghi, uomini rivestiti con un abito bianco; nel territorio Piceno piovvero pietre; nella Gallia, un lupo rubò una spada dal fodero ad un soldato, e la portò via. A causa dei significativi prodigi degli dèi, i decemviri consultarono i libri Sibillini. Si chiamano "Sibillini" i libri nei quali sono stati trascritti, in caratteri Greci, i responsi della Sibilla Cumana; un tempo questi libri furono portati a Roma dal re Tarquinio, e furono collocati sul Campidoglio, nel tempio di Giove. E così le collere degli dèi del cielo furono espiate per mezzo di molte vittime.
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Cesare, avvalendosi della medesima rapidità di cui era solito (avvalersi), tentò ripetutamente di provocare alla battaglia Pompeo, il quale, tuttavia, non osava neppure le azioni più piccole. Cesare, una volta partito insieme all'esercito, dopo due giorni giunse presso Pompeo e collocò l'accampamento di fianco a lui; e il giorno successivo, dopo che tutte le truppe furono state fatte uscire e dopo che l'esercito fu stato schierato, egli provocò di nuovo Pompeo alla battaglia. Quando si accorse che quello si manteneva all'interno delle proprie postazioni, egli, ricondotto l'esercito nell'accampamento, fece un piano diverso allo scopo di scontrarsi con Pompeo. Dunque, il giorno successivo, egli partì con tutte le truppe. Pompeo, non conoscendo il piano di Cesare, riteneva che quello si fosse allontanato perché spinto dalla mancanza di approvvigionamenti di grano; più tardi, informato per bocca degli esploratori, (Pompeo) tolse le tende, sperando che, grazie a un tragitto più breve, egli potesse andargli incontro. Sospettando ciò che sarebbe accaduto, Cesare, a marce forzate, giunge a Durazzo di mattina, mentre da lontano si scorge l'avanguardia di Pompeo.
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Un leone, mentre passeggia per un vasto campo, solleva per caso gli occhi al cielo e, su un'alta rupe che sovrastava la pianura, vede una bella capra che saltava tra le rocce. Allora il leone, già pregustando la tenera preda, adesca il pavido animale con parole dolci e ingannevoli: "Oh bella capra, abbandona le alte rocce di un monte scosceso, e scendi dall'alta rupe: lì, sulla cima del monte cerchi invano prati delicati, lì non c'è nessun cibo adatto a te; qui invece, nella vasta pianura, fioriscono pascoli rigogliosi ed erbe profumate a te gradite, qui potrai sempre trovare cibo abbondante: io sarò tuo compagno e ti difenderò dai pericoli". Allora la capra, piccola, ma astuta, risponde prontamente al lupo: "Sembro paurosa, ma non sono sciocca, infatti capisco il tuo inganno e preferisco restare su questa rupe dove sono al sicuro!". Come insegna la favola, le parole dei malvagi, anche se sono dolci, nascondono sempre insidie.
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Ora, come ho promesso nell'esordio, parlerò dei muti guardiani della fattoria, anche se a torto chiamiamo il cane "muto guardiano". Perché? Chi, infatti, tra gli uomini, annuncia un animale oppure un ladro, più distintamente o con un clamore tanto grande quanto un cane (fa) con i propri latrati? Chi è uno schiavo più devoto al padrone? Chi mai (è) un compagno più leale? Chi un guardiano più incorruttibile? Quale sentinella più vigile si può trovare? Chi, infine, è un vendicatore più risoluto? Per questa ragione, l'agricoltore deve in primo luogo possedere e mantenere un cane, poiché esso protegge la fattoria e i prodotti, e la famiglia, la stalla e i capi di bestiame. Vengo ora a quegli uccelli che i Greci chiamano "anfibios", poiché non prediligono soltanto luoghi terrestri, ma anche acquatici, né amano il suolo più dello stagno. Ebbene, per quale ragione è opportuno allevare le oche? È opportuno perché quella specie di volatili richiede la minima cura, e fornisce una sorveglianza piuttosto scrupolosa; con forti starnazzi, infatti, rivela un aggressore, così come è stato tramandato anche in occasione dell'assedio del Campidoglio, quando le oche, starnazzando, annunciarono l'arrivo dei Galli, mentre i cani stavano in silenzio.