- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: SERMO ET HUMANITAS - versioni latino tradotte
- Visite: 4
Socrate, poiché gli era stato domandato se non reputasse felice Archelao, il figlio del re Perdicca, che a quel tempo era considerato molto fortunato, rispose: Non lo so; in effetti non ho mai parlato con lui, e non so se sia un uomo retto oppure no. – Dici sul serio? Non puoi sapere ciò in altra maniera? – Credo di non poter affermare questo in alcun modo. – Tu, dunque, neppure del grande re dei Persiani puoi dire se sia felice? – In che modo posso affermare ciò, se non so quanto sia colto, quanto (sia) un uomo onesto e retto? – E che? Tu pensi che una vita felice dipenda da queste condizioni (lett. : "sia basata su queste cose")? – La penso esattamente così, che gli uomini onesti siano felici, i disonesti infelici. – Dunque (è) infelice Archelao, l'uomo più ricco e più potente di tutti? – Sì certo, se (è) ingiusto. Credo infatti che la vera felicità risieda nella sola virtù, non nella ricchezza.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: SERMO ET HUMANITAS - versioni latino tradotte
- Visite: 5
Una volta sapute queste cose, Cesare, poiché vedeva che da tutte le parti veniva preparata la guerra, e che i Nervi, gli Aduatuci, i Menapi, dopo che tutti i Germani d'al di qua del Reno si erano uniti, erano in armi, e che i Senoni non obbedivano agli ordini, ritenne opportuno prepararsi rapidamente alla guerra. E così, quando l'inverno non era ancora terminato, radunate quattro legioni, si diresse improvviso nel territorio dei Nervi, e, prima che quelli potessero o radunarsi o scappare, dopo che un gran numero di mandrie e di uomini era stato catturato, e che quel bottino era stato concesso ai soldati, saccheggiati i campi, li costrinse ad arrendersi e a consegnargli gli ostaggi. Portata a termine rapidamente quell'operazione, ricondusse di nuovo le legioni nei quartieri invernali. Una volta indetta un'assemblea di tutta quanta la Gallia all'inizio della primavera – come aveva stabilito – poiché erano venuti i rimanenti Galli all'infuori dei Senoni, dei Carnuti e dei Treveri, ritenendo che questo episodio fosse l'inizio di una guerra o di una ribellione, in quel medesimo giorno parte insieme alla legioni alla volta dei Senoni, e a marce forzate giunge là.
Nioba Tantali filia Amphionis Thebanorum regis uxor quod septem filios totidemque filias pepererat o
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: SERMO ET HUMANITAS - versioni latino tradotte
- Visite: 5
Niobe, la figlia di Tantalo, moglie di Anfione, il sovrano dei Tebani, poiché aveva messo al mondo sette figli ed altrettante figlie, si vantava in maniera insopportabile per via del grande numero dei figli, e derideva continuamente la dea Latona, madre di due figli soltanto: Apollo e Diana. Invano tutti la avvertivano di non offendere la grande dea, dicevano: O regina, non disprezzare la scarsa prole di Latona, e non provocare la collera di lei! Bada che Latona un giorno non si vendichi delle tue offese. La vendetta degli dèi, anche quando è tardiva, è implacabile! Ma la donna avanzava arrogante per la città, e, con intollerabile temerarietà, pretendeva che le venissero riconosciuti onori divini. Alla fine scontò la pena della sua insolenza. Infatti, i figli di lei vennero trafitti dai dardi di Apollo, e le figlie (vennero trafitte) dalle frecce di Diana. La madre sventurata, sopraffatta dal grande dolore, venne trasformata in roccia da Latona.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: SERMO ET HUMANITAS - versioni latino tradotte
- Visite: 5
Astiage, il re dei Medi, una volta, nel corso di un sogno, vide un mostro spaventoso che divorava il regno; allora il re fece chiamare dei maghi, affinché interpretassero il sogno. I maghi, dopo che ebbero indagato per lungo tempo il tema del sogno, gli risposero: O re, bada che il piccolo Ciro, che tua figlia ha partorito da poco, non mandi in rovina il tuo regno! E così, Astiage ordinò che Arpago, un amico fidato ed un abile comandante, rapisse di nascosto il fanciullo e lo uccidesse. Arpago rapì Ciro, ma non osò ucciderlo, e così lo affidò ad un pastore del re e disse: Il re comanda che il fanciullo venga condotto nella foresta e che lì venga ucciso. Se non avrai obbedito, morirai. Allora il pastore abbandonò il fanciullo nella foresta, ritornò a casa e raccontò l'episodio alla moglie. La moglie, che da poco tempo aveva perso un figlio a causa di una grave malattia, pregò il marito che il fanciullo le fosse mostrato: stremato dalle suppliche di lei, il pastore ritornò nella foresta e, presso il bambino, trovò un cane femmina che porgeva le mammelle al piccolino, e che lo difendeva dalle belve feroci e dagli uccelli. Portò il fanciullo alla donna, la quale, commossa dall'aspetto del bambino, pregò il marito di non uccidere il fanciullo; disse: Ciro vivrà insieme a noi! Consegneremo ai soldati di Arpago il cadavere di nostro figlio. E così, Ciro, il nipote del re, visse nella casa di un pastore, inconsapevole della propria origine.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: SERMO ET HUMANITAS - versioni latino tradotte
- Visite: 5
Un giorno una povera mula trascinava un carro pesante, ed avanzava lenta. Una mosca sedeva sulla schiena della mula e gridava: "Come sei lenta, oh mula! Devi accelerare il passo, infatti se non avanzi più velocemente io ti pungerò dapprima la schiena e poi tutto il collo". Risponde la mula: "Non sono agitata dalle tue parole, oh sciocca mosca, perché non temo le tue minacce; io temo soltanto l'uomo; il cocchiere infatti, che siede sul sedile, tiene una frusta e con la frusta controlla la mia andatura". La favola insegna: "Vane sono le minacce senza potere!".