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A Delfi, nel tempio del dio Apollo, c'erano molte statue, una grande quantità di armi, bei quadri, vassoi preziosi. Infatti, per la reputazione dell'oracolo, gli abitanti non solo della Grecia, ma anche di tutta l'Europa e dell'Asia, si radunavano a Delfi, portavano splendidi doni, ponevano domande all'oracolo, e obbedivano ai suoi responsi. I responsi dell'oracolo di Delfi erano certamente veritieri, ma ambigui ed oscuri: e così se le cose predette non si verificavano, la colpa non poteva erre data al dio – infatti un dio non può mai sbagliare – ma agli uomini, che non erano stati capaci di comprendere le risposte dell'oracolo. I Greci onoravano il dio di Delfi anche con dei giochi: gli atleti vincitori venivano incoronati con corone di alloro, e le loro vittorie venivano celebrate da illustri poeti.
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Le risposte di Socrate sono celebri, cristalline ed intelligenti. Un giorno, il grande filosofo Greco, che presso il foro di Atene costruiva per sé e per la propria famiglia una piccola casa, passeggiava di là con i suoi allievi e tutti guardavano il cantiere. Allora uno tra i discepoli pone una domanda a Socrate: "Dimmi – per favore – oh maestro, perché la tua casa è tanto piccola?". Il filosofo sorride e risponde: "Questa casa mi basta; è certamente piccola, ma sarà piena, come spero, di veri amici. Ricordatevi sempre di questo, oh allievi, i veri tesori della vita non sono le grandi ricchezze, non sono gli anelli oppure i bracciali d'oro e d'argento, ma sono i veri amici.
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Mitridate, il re del Ponto, mentre i Romani erano lontani a causa della guerra contro gli alleati, cacciò Nicomede dalla Bitinia e Ariobarzane dalla Cappadocia. Mandò lettere per tutta quanta l'Asia, affinché venisse ucciso chiunque fosse Romano: e ciò fu fatto. Ed occupò la Grecia e tutte le isole all'infuori di Rodi. Silla lo vinse in una battaglia, grazie al tradimento di Archelao distrusse la sua flotta e, presso la città di Dardano, sbaragliò e debellò lui stesso. Avrebbe potuto catturarlo se, desideroso di combattere contro Mario, non avesse preferito stipulare una pace a qualsiasi condizione. Successivamente lo sbaragliò Lucullo, mentre egli faceva resistenza in maniera piuttosto accanita. Più tardi, sconfitto da Pompeo in una battaglia notturna, Mitridate si rifugiò nel proprio regno dove, dopo essere stato assediato in una torre dal figlio Farnace, bevve il veleno.
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Sono morto, sono perduto, sono finito. Dove correrò? Dove non correrò? Prendilo, prendilo! (Prendi) Chi? Chi (prende)? Non lo so. Non vedo nulla; vado cieco, e davvero non riesco a capire con animo sicuro dove io vada, o dove io sia, o chi io sia. Io vi scongiuro di essermi – prego e supplico – d'aiuto, e di indicarmi l'uomo, chi l'abbia rubata. Che cosa c'è? Perché ridete? Vi conosco tutti, so che qui ci sono parecchi ladri, che si nascondono sotto l'abito e il trucco, e stanno seduti come se fossero (uomini) per bene. Che cosa dici tu? Ho deciso di crederti, dal volto infatti capisco che tu sei onesto. Oh! Nessuno di questi ce l'ha? Mi hai ucciso. Ebbene, di': chi ce l'ha? Non lo sai? Ahimè sventurato! Sono miseramente andato in rovina! Io, sulla terra, sono il più disperato di tutti; a che cosa serve infatti la vita a me, che ho perso così tanto oro, che con zelo ho custodito? Ora, dunque, altri gioiscono della mia disgrazia e del mio danno. Non posso tollerarlo.
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Il mio zio materno aveva una spiccata intelligenza, una dedizione incredibile, una grande resistenza al sonno. Si recava prima dell'alba dall'imperatore Vespasiano, e di lì (si recava) all'incarico a lui assegnato. Quando era ritornato a casa, dedicava agli studi tutto il tempo rimanente. Spesso dopo il pasto – che, durante il giorno, consumava leggero e digeribile, secondo il costume degli antichi – se, in estate, si concedeva un po' di risposo, stava sdraiato al sole, leggeva un libro, prendeva note e faceva dei riassunti. Infatti egli non leggeva niente che non riassumesse; infatti era solito dire che non esiste alcun libro tanto cattivo da non essere utile in qualche passaggio. Dopo il sole si lavava per lo più con acqua fredda, poi mangiava e dormiva pochissimo; poi, fino all'ora di cena leggeva oppure scriveva qualcosa. Dopo cena leggeva di nuovo un libro e prendeva note. Tanto importante era il risparmio di tempo! E queste cose (sottinteso: "le faceva") in mezzo alle attività e al baccano della città! Nella villa di campagna solamente il tempo del bagno veniva sottratto agli studi, ma, mentre veniva massaggiato e asciugato, egli ascoltava qualcosa oppure dettava delle cose a uno schiavo. E faceva questo anche in carrozza; infatti riteneva che fosse sprecato tutto il tempo che non fosse impiegato negli studi.
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