- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: SERMO ET HUMANITAS - versioni latino tradotte
- Visite: 4
All'incirca nel medesimo periodo, Cesare, anche se ormai l'estate era pressoché trascorsa, tuttavia, poiché, una volta domata l'intera Gallia, restavano soltanto i Morini e i Menapi che erano in armi e che non gli avevano mai mandato degli ambasciatori, ritenendo che quella guerra potesse essere portata a termine rapidamente, condusse là l'esercito. Costoro, tuttavia, stabilirono di combattere la guerra con una tattica di gran lunga diversa dai rimanenti Galli. Infatti, poiché si rendevano conto che erano state respinte e sconfitte popolazioni enormi che si erano scontrate in battaglia con i Romani, loro, poiché possedevano vaste foreste e paludi, trasferirono là sé stessi e tutte le loro cose. Dopo che Cesare fu giunto presso quelle foreste ed ebbe deciso di fortificare un accampamento, e dopo che nessun nemico era stato visto nel frattempo, i Galli, una volta che i nostri si furono sparpagliati nel lavoro di fortificazione, balzarono improvvisamente fuori da tutti i punti delle foreste, e sferrarono un attacco contro i nostri. I nostri, facendo affidamento sull'esperienza in guerra, imbracciarono rapidamente le armi e li respinsero nelle foreste, e, dopo che molti furono stati uccisi, inseguendoli in luoghi poco praticabili persero pochi dei loro. Quindi, nei giorni successivi, Cesare stabilì di tagliare le foreste.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: SERMO ET HUMANITAS - versioni latino tradotte
- Visite: 4
Noi vediamo con che grande venerazione voi non soltanto onoriate i vostri dèi, ma accogliate anche quelli esteri. Esiste presso di noi un santuario di Proserpina, della cui sacralità credo che vi sia giunta voce al tempo della guerra di Pirro: costui, ritornando dalla Sicilia, mentre veniva portato dalla flotta oltre Locri, tra le altre brutte azioni che commise contro la nostra popolazione per via della nostra lealtà nei vostri confronti, rubò anche i tesori di Proserpina, inviolati fino a quel giorno; quindi, caricatoil denaro sulle navi, egli partì non via mare, ma via terra. E che cosa accadde, dunque, o senatori? Il giorno successivo la flotta fu distrutta da una terribile tempesta e tutte le navi che trasportavano il sacro denaro furono scaraventate sulle nostre spiagge. Alla fine, quel medesimo prepotentissimo re, imparato al prezzo di questo rovescio tanto grande che gli dèi esistono, ordinò che tutto il denaro radunato fosse riportato nel santuario di Proserpina. Da allora in poi a quello non capitò mai più nulla di buono: infatti, dopo essere stato cacciato dall'Italia, egli morì ad Argo di una morte vergognosa e disonorevole. Sebbene avessero sentito (raccontare) questi fatti, il vostro luogotenente e i tribuni mossero le mani sacrileghe su quei tesori inviolati e macchiarono sé stessi e le loro case e i vostri soldati con quel bottino empio.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: SERMO ET HUMANITAS - versioni latino tradotte
- Visite: 4
Augusto nacque durante il consolato di M. Tullio Cicerone e C. Antonio. Quando aveva quattro anni perse il padre. All'età di undici anni perse la nonna Giulia. Durante il primo consolato perse la madre, e quando aveva cinquantatré anni perse la sorella Ottavia; sia all'una che all'altra egli concesse gloriosissime esequie. Dalla moglie Scribonia ebbe Giulia, da Livia non ebbe alcun figlio, sebbene lo desiderasse in maniera particolare. La prima volta diede Giulia in sposa a Marcello, il figlio di sua sorella Ottavia, poi, appena egli morì, la diede a M. Agrippa. Da Agrippa e Giulia ebbe tre nipoti, Gaio, Lucio e Agrippa, e le due nipoti femmine Giulia e Agrippina. Educò sia la figlia, sia le nipoti, in maniera da abituarle anche a filare. Ai nipoti insegnò sia la letteratura, sia le lettere dell'alfabeto, sia le altre basi della cultura, ma la Sorte privò lui, lieto e fiducioso, sia della prole, sia della disciplina della casa; e così egli esiliò sull'isola di Ventotene le due Giulie, la figlia e la nipote, corrotte da ogni vizio.
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: SERMO ET HUMANITAS - versioni latino tradotte
- Visite: 4
Augusto nacque durante il consolato di M. Tullio Cicerone e C. Antonio. Quando aveva quattro anni perse il padre. All'età di undici anni perse la nonna Giulia. Durante il primo consolato perse la madre, e quando aveva cinquantatré anni perse la sorella Ottavia; sia all'una che all'altra egli concesse gloriosissime esequie. Dalla moglie Scribonia ebbe Giulia, da Livia non ebbe alcun figlio, sebbene lo desiderasse in maniera particolare. La prima volta diede Giulia in sposa a Marcello, il figlio di sua sorella Ottavia, poi, appena egli morì, la diede a M. Agrippa. Da Agrippa e Giulia ebbe tre nipoti, Gaio, Lucio e Agrippa, e le due nipoti femmine Giulia e Agrippina. Educò sia la figlia, sia le nipoti, in maniera da abituarle anche a filare. Ai nipoti insegnò sia la letteratura, sia le lettere dell'alfabeto, sia le altre basi della cultura, ma la Sorte privò lui, lieto e fiducioso, sia della prole, sia della disciplina della casa; e così egli esiliò sull'isola di Ventotene le due Giulie, la figlia e la nipote, corrotte da ogni vizio.
Proca Albanorum rex cui duo filii Numitor et Amulius erant Numitori qui maior natu erat regnum reliq
- Dettagli
- Scritto da Anna Maria Di Leo
- Categoria: SERMO ET HUMANITAS - versioni latino tradotte
- Visite: 4
Proca, il re degli Albani, il quale aveva due figli, Numitore ed Amulio, lasciò il regno a Numitore, che era il maggiore d'età. Ma Amulio, con un tranello, cacciò il fratello, e prese il potere contro giustizia; poi, allo scopo di privare Numitore della discendenza, costrinse Rea Silvia, la bella figlia di lui, a diventare una sacerdotessa di Vesta. Ma il dio Marte, innamoratosi della giovane, si congiunse con lei; e così Rea mise al mondo Romolo e Remo, gemelli figli di un dio. Allora Amulio, dopo che aveva messo Rea nelle carceri, mise i figli di lei dentro una cesta, e li gettò nel Tevere – che allora, per caso, era straripato – affinché i piccolini trovassero la morte nel fiume. Ma, quando l'acqua si ritirò, una lupa, che era scesa al fiume allo scopo di bere, sentì i vagiti dei gemelli, e, affinché i fanciulli non morissero per la fame o per il freddo, cominciò ad allattarli e a leccarli con la lingua. Poiché la lupa si recava spesso presso i gemelli come presso dei cuccioli suoi, un giorno Faustolo, il pastore del re Amulio, seguì l'animale e, quando vide i fanciulli, li portò con sé nella propria capanna, dove la moglie, Acca Larenzia, li allevò come figli. Romolo e Remo, quando divennero giovinetti, aiutavano Faustolo pascolando il gregge, e poiché erano robusti e accorti, respingevano spesso i briganti dal furto delle bestie. Allora i briganti, per vendicarsi, tesero loro un agguato: Remo venne catturato, e venne condotto ad Albalonga, presso il re Amulio, affinché venisse condannato a morte; Romolo, invece, si difese per mezzo della forza e scappò. Quando ritornò a casa, interrogò Faustolo in merito alla propria origine, e così il pastore gli rivelò i nomi del padre, della madre e del nonno. Allora Romolo, adirato, armò i pastori, e si diresse ad Alba, per liberare il fratello e rivendicare il trono.