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I leoni feroci non lottano tra loro, il morso dei serpenti non uccide i serpenti, e neppure le bestie e i pesci del mare infieriscono se non su specie diverse. Invece, per Ercole, all'uomo derivano dall'uomo molti mali e grandi!
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Flavia, ricca matrona Romana, aveva molte ancelle. Le ancelle obbedivano alla padrona e svolgevano vari lavori: alcune si occupavano della cucina, lavavano le anfore e le pentole, preparavano la cena alla padrona, e ornavano la tavola con le rose, altre ogni giorno pulivano l'aia e davano il cibo alle galline, alle agnelle, alle capre; altre aiutavano i contadini con grande abilità e laboriosità; altre infine lavavano la lana, la tessevano e la tingevano con la porpora. Flavia osservava con grande cura il lavoro delle ancelle: infatti dalla padrona venivano elogiate le ancelle diligenti, mentre le ancelle pigre e lente venivano rimproverate e talvolta venivano punite. Talvolta la padrona sedeva insieme alle ancelle nell'aia della villa, e raccontava piacevoli favole. La padrona venerava con devozione Vesta, protettrice delle matrone, e ornava con corone di rose l'altare della dea; le ancelle veneravano Libera, dea delle schiave, e ne ornavano la statua con corone di spighe.
In Aegypto mulier Hebraea peperit filium quem quia formosus vegetusque erat cupivit servare: nam pha
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In Egitto, una donna Ebrea mise al mondo un figlio che, dal momento che era bello e in salute, desiderò salvare : infatti, il faraone aveva comandato che tutti i (figli) maschi degli Ebrei venissero uccisi. Per questo, la madre lo nascose per tre mesi; ma, dal momento che non poteva nasconderlo più a lungo, prese un paniere di giunchi (compl. di materia), che spalmò di bitume e di pece, ci appoggiò dentro il fanciullo, e lo abbandonò tra le canne della sponda del fiume. Aveva insieme a sé una figlia, la sorella del fanciullo, alla quale ordinò che restasse presso il fiume, affinché osservasse l'esito della faccenda. Presto la figlia del faraone giunse presso il fiume per lavarsi: notò il paniere e lo sollevò. Quando l'aprì, e vide il fanciullo che vagiva, fu pervasa dalla compassione per lui. A quel punto, la sorella del fanciullo si avvicinò alla figlia del faraone, e disse: Se vuoi, io faccio chiamare una donna Ebrea, affinché svezzi il piccolino. E chiamò la madre, alla quale la figlia del faraone dette il fanciullo affinché lo svezzasse. E così, la madre svezzò il fanciullo, e, da adulto, lo restituì alla figlia del faraone, la quale lo adottò e lo chiamò Mosè, vale a dire "salvato dalle acque".
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C'era, tra i Carnuti, Tasgezio, di famiglia molto nobile, i cui antenati, nella sua popolazione, avevano detenuto il potere. A costui Cesare, come ricompensa del suo valore e della sua devozione nei propri confronti, poiché si era avvalso in tutte le guerre di un particolare contributo di lui, aveva ridato la carica degli antenati nella popolazione. Dopo tre anni di regno, gli avversari, sotto l'istigazione manifesta di molti cittadini, lo uccisero. Tale fatto viene riferito a Cesare. Quello, poiché la cosa riguardava numerosi cittadini, temendo una sollevazione del popolo, ordina a L. Planco di partire rapidamente con una legione dal Belgio verso il territorio dei Carnuti, trascorrere l'inverno lì, imprigionare quelli per opera dei quali aveva saputo che Tesgezio era stato ucciso, e mandarli da lui. Nel frattempo tutti i luogotenenti e i questori ai quali aveva assegnato le legioni lo informano di essere arrivati nei quartieri invernali e che il luogo è stato fortificato.
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Aristide, ateniese, figlio di Lisimaco, fu pressappoco coetaneo di Temistocle. Perciò lottò con lui per la supremazia; in effetti si calunniarono fra loro. A proposito di costoro, peraltro, si comprese quanto l'eloquenza valesse più della rettitudine. Benché, infatti, Aristide spiccasse per integrità al punto da essere soprannominato, unico a memoria d'uomo, "il Giusto", tuttavia egli, diffamato da Temistocle, con quel famoso coccio fu condannato a un esilio di dieci anni. E poiché costui (Aristide) aveva notato un certo cittadino che scriveva che egli fosse bandito dalla patria, raccontano che gli chiese per quale ragione facesse ciò, o che cosa avesse compiuto Aristide, e perché fosse ritenuto meritevole di un castigo così grande. A costui quello rispose che egli non conosceva Aristide, ma che non gli piaceva il fatto che si fosse dato tanto avidamente da fare per essere soprannominato "il Giusto" a discapito di tutti gli altri. Costui (Aristide) non scontò l'intera condanna di dieci anni. Infatti, dopo che Serse calò in Grecia, all'incirca cinque anni dopo che egli era stato esiliato, fu riammesso in patria per decreto del popolo.