Sub imperatoris Titi regno multae fortuitae ac tristes calamitates acciderunt ut conflagratio Vesuvi
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Sotto l'impero dell'imperatore Tito, capitarono molte calamità accidentali e tristi, come l'eruzione del monte Vesuvio in Campania e l'incendio di Roma per tre giorni e per altrettante notti, e parimenti (capitò) una grande epidemia, che si diffuse per tutta l'Italia. Durante quelle circostanze avverse così numerose, Tito dimostrò non soltanto la preoccupazione di un imperatore, ma anche la compassione di un padre: infatti, per mezzo delle parole, confortò tutti i cittadini, e, con l'azione, dette aiuto a coloro che avevano perduto tutto. Destinò alla riparazione delle città danneggiate i beni di coloro che erano deceduti nell'eruzione del Vesuvio. Dopo l'incendio di Roma, vendette tutti i decori dei suoi palazzi, ai fini del rifacimento dei templi e degli edifici pubblici, ed istituì dei funzionari affinché sovrintendessero ai lavori. Quando venne a sapere l'estensione e la gravità dell'epidemia, per alleviare la malattia si servì di ogni mezzo umano e divino, ed offrì sacrifici solenni a tutti gli dèi.
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La sorte, come dicono gli antichi, è cieca. Infatti assegna con grande volubilità agli uomini ricchezza o povertà, celebrità o oscurità, vantaggi e sciagure. Quindi le vite degli uomini sono certamente diverse, ma sempre esposte al capriccio della sorte. Chi infatti non conosce l'aneddoto del ricco Creso, re dei Lidi? A Creso non mancava nessun agio, tuttavia, dopo che fu sconfitto dai Persiani, perse il potere e la ricchezza. Non soltanto i re e i tiranni, ma anche molti privati cittadini, quando hanno molti averi, poiché temono i dardi della sorte crudele, spesso conducono una vita infelice. Ma i veri beni non sono nelle decisioni della sorte, ma nel nostro animo; e così gli uomini provvisti di saggezza, non invocano, né temono la sorte, ma conservano gli animi sereni e tranquilli, e conducono una vita felice.
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Una volta morto Mario, dopo che furono trascorsi pochi anni, intraprese il tribunato M. Livio Druso, uomo illustrissimo, molto eloquente, integerrimo, il quale, poiché desiderava ridare l'antica dignità al senato, in quegli stessi provvedimenti che disponeva a vantaggio del senato, si trovò per avversari alcuni senatori. Questa è la dimostrazione dell'onestà di costumi di costui. Quando costruiva un'abitazione sul colle Palatino, in quel luogo in cui si trova quella che un tempo è stata la dimora di Cicerone, e che ora è di Sisenna, e l'architetto gli assicurava che egli l'avrebbe realizzata in modo tale che fosse libero e al riparo dallo sguardo di tutti, e che nessuno potesse guardare dentro di essa, (Livio Druso) disse: Tu invece, se in te c'è un po' di abilità, realizza la mia abitazione in modo che qualsiasi cosa io faccia possa essere vista da tutti!
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La Campania un tempo era una terra piena di delizie, e lo è ancora oggi, poiché la natura del paesaggio è varia e bella. Un tempo in Campania c'erano non soltanto belle spiagge, acque limpide e pianure ridenti, ma, anche sui colli, si estendevano fitti boschi. Ancora oggigiorno nelle pianure prospera l'agricoltura, e sui colli maturano uve e olive: infatti la terra è fertile e non manca abbondanza di acque. Le coste marittime sono addolcite dalle onde del mar Tirreno, e la loro sabbia bianca è amata e celebrata sia dagli abitanti che dai forestieri. In Campania inoltre c'erano molte e celebri colonie Greche, delle quali possiamo vedere ancora oggi gli splendidi resti. Infine, a Cuma, in una grande grotta, sedeva la famosa Sibilla, che veniva chiamata Cumana, e che dava sempre oscure profezie.
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Capitò un problema improvviso nei due giorni in cui furono compiute queste operazioni. Infatti si verificò un temporale tanto grande, che mai se ne vide uno più grande in quei luoghi. Il temporale trascinò giù le nevi da tutti i monti, e oltrepassò le sponde più alte del fiume, e in un giorno interruppe ambedue i ponti che C. Fabio aveva costruito. Questo episodio arrecò all'esercito di Cesare grandi difficoltà. Poiché, infatti, l'accampamento si trovava tra due fiumi, il Segre e il Cinga, che distavano trenta miglia e non potevano essere attraversati, il suo esercito era inevitabilmente bloccato in questi spazi ristretti. Le popolazioni che erano entrate nell'alleanza di Cesare non riuscivano a portare grano, quelli che erano andati troppo lontano per fare rifornimento di foraggio, bloccati dai fiumi, non riuscivano a ritornare, e i grossi convogli che venivano dall'Italia e dalla Gallia non riuscivano ad arrivare all'accampamento. Inoltre il periodo era particolarmente difficoltoso perché i cereali erano molto lontani dalla maturazione, e nei quartieri invernali non ce n'erano. E il frumento avanzato che c'era stato, Cesare lo aveva consumato nei giorni precedenti. Le popolazioni limitrofe avevano portato via, a causa della guerra, il bestiame, che poteva essere un buon aiuto per la carestia. I Lusitani, esperti di quelle zone, e per i quali era facile attraversare a nuoto il fiume, davano la caccia a quelli tra i soldati che erano usciti dall'accampamento per fare rifornimento di foraggio e di grano. Invece l'esercito di Afranio abbondava ogni cosa.
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