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Il poeta Simonide, dopo che la nave sulla quale veniva trasportato, a causa di una violenta tempesta, era stata spinta verso una spiaggia disabitata della Grecia, e tutti i passeggeri erano usciti, mentre passeggiava per caso sul litorale, trovò un cadavere disseppellito, che, mosso da misericordia, seppellì. Nel corso della notte, Simonide vide in sogno colui che aveva seppellito, che gli diceva: Domani non ti imbarcare! Se avrai navigato, morirai per un naufragio! Così il poeta rimase sulla terraferma; invece, coloro che erano salpati, furono sommersi davanti ai suoi occhi dalle onde del mare tempestoso. Allora Simonide, molto felice per il fatto che aveva preferito affidare la sua vita ad un sogno piuttosto che ad una nave, rese grandi grazie a Giove, che invia i sogni agli uomini.
Postquam P. Licinius Crassus pontifex maximus mortem obiit pontifex maximus est creatus C. Servilius
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Dopo che il Pontefice Massimo P. Licinio Crasso morì, fu nominato Pontefice Massimo C. Servilio Gèmino, al cui posto fu aggregato come pontefice M. Sempronio Tuditano. In occasione del funerale di P. Licinio, fu concessa un'elargizione di carne al popolo, centoventi gladiatori combatterono nel circo, e avvennero giochi funebri per un periodo di tre giorni. Dopo i giochi, fu offerto un banchetto alla plebe, durante il quale, poiché i triclini erano stati sparsi per tutto il foro, una violenta tempesta, scoppiata all'improvviso con vento e pioggia, costrinse i cittadini a piazzare delle tende nel foro. Poco dopo, quando il sereno ritornò da tutte le parti, le tende furono tolte. Così, alla fine, tutti misero da parte la paura suscitata da un ambiguo vaticinio. Infatti gli indovini avevano preannunciato: Presto delle tende verranno piazzate nel foro. Poco dopo, i Romani furono pervasi da un altro timore superstizioso, poiché, per un periodo di due giorni, nel cortile davanti al tempio di Vulcano, era piovuto sangue; e, per opera dei decemviri, venne indetta una preghiera rituale, ai fini dell'espiazione di quell'evento portentoso.
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Molte popolazioni dell'Asia furono sottomesse con la guerra dai Romani e assoggettate al potere e alla tutela dell'impero di Roma. I Romani tenevano sotto la loro autorità anche i Giudei, ma a causa della loro superbia erano estremamente invisi ai Giudei, perciò in Giudea avvennero frequenti e violente rivolte. Alla fine Tito, figlio dell'imperatore Vespasiano, con truppe ingenti attaccò la città di Gerusalemme. L'assedio della città fu lungo e difficoltoso, perché i Giudei combatterono a lungo con mirabile coraggio in difesa della libertà della patria. Anche i vecchi e le donne portavano aiuto e conforto ai soldati dei Giudei: fornivano gli strumenti di guerra e rinsaldavano con le preghiere gli animi dei soldati. Alla fine le legioni dei Romani rovesciarono le fortificazioni e la città di Gerusalemme fu espugnata con grandi grida e con una grande strage di cittadini. L'antico tempio di Salomone fu distrutto da Tito e i simboli della religione dei Giudei furono portati a Roma.
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Rinfrancata ormai da un sonno sufficiente, Psiche si sveglia con animo tranquillo: vede un bosco disseminato di alberi alti ed ampi, vede una sorgente di acqua più che limpida e, al centro del bosco, vede un palazzo reale, costruito non da mani umane, ma per mezzo di arti divine. Attratta dalla piacevolezza di simili luoghi, Psiche si accostò più vicino, ed entrò al di là della soglia: esamina le cose una per una, e dall'altra parte del palazzo vede magnifici magazzini pieni di grandi ricchezze. E non esiste nulla che non sia in quel luogo. Ma al di là della meraviglia di una ricchezza tanto grande, era straordinario principalmente questo: il fatto che quel grande tesoro non era protetto da nessuna catena, da nessuna serratura, da nessun custode. A lei, che ammirava con enorme piacere queste cose, si offre una certa voce priva del proprio corpo, e dice: Perché, o padrona, ti sorprendi di beni tanto vasti? Tutte queste cose sono tue. Noi, delle quali tu ascolti le voci, siamo tue schiave. Poiché lì intorno non vedeva nessuno, Psiche capì che quelle voci evanescenti erano un presagio della divina provvidenza.
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L'impero Romano ha inizio da Romolo, figlio di Marte, dio della guerra, e di Rea Silvia, che insieme a Romolo aveva partorito anche Remo. Romolo, giovinetto di diciotto anni, fonda sul Palatino una piccola città e, dal suo nome, la chiama Roma. A Roma si radunano molti uomini dai campi e dai villaggi vicini, e formano un nuovo popolo. Poiché i Romani non hanno mogli, Romolo invita ad uno spettacolo di giochi i Sabini, popolo confinante, e, mentre i Sabini assistono ai giochi, i Romani all'improvviso rapiscono le loro donne. A causa dell'offesa i Sabini muovono guerra ai Romani, ma vengono sconfitti in battaglia. In seguito Romolo sconfigge e sottomette gli altri popoli che si trovavano in Lazio, intorno a Roma. Al trentasettesimo anno di regno Romolo, come viene tramandato dagli storici, sale al cielo e viene venerato come il dio Quirino.