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Dopo che le forze di Antonio furono state sbaragliate presso Azio, Cassio Parmense, che aveva seguito la fazione di quello, si rifugiò ad Atene. Lì, a notte fonda, mentre giaceva in un piccolo letto agitato da timori e preoccupazioni, vide che veniva verso di sé un uomo dalla mole notevole, trasandato, dalla barba e i capelli lunghi. Dopo che Cassio ebbe domandato chi mai fosse, quello rispose: Il tuo cattivo nume tutelare. Terrorizzato da una visione tanto orribile, e diffidando dei propri occhi, Cassio chiamò a gran voce gli schiavi e cercò di sapere se forse avessero visto qualcuno che entrava o che usciva. Dato che quelli dichiaravano che lì non era entrato nessuno, egli si abbandonò al sonno di nuovo, ma dai suoi occhi venne osservata nuovamente la medesima immagine, come se fosse destinata a portargli l'annuncio della morte. E così, scomparso il sonno, ordinò che una lanterna venisse portata all'interno, e vietò che gli schiavi si allontanassero da lui. Tra questa notte, e l'esecuzione capitale con la quale l'Imperatore (Ottaviano) lo colpì, trascorse pochissimo tempo.
Parentum praeceptis oboedire, ut fabella docet, saepe fons salutis est. Capella cum ad pastum ire ve
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Ubbidire agli insegnamenti dei genitori, come insegna una breve favola, è spesso fonte di salvezza. Una piccola capra, dal momento che voleva andare a brucare, avvertì il proprio piccolo capretto, il quale non aveva ancora conosciuto i pericoli della vita, a non aprire la porta a nessuno se non alla madre, perché dei lupi famelici giravano attorno alla stalla al fine di divorare i capretti delicati. Il capretto, obbedendo agli avvertimenti della madre, dopo che quella se ne fu andata, chiuse la porta e cominciò a giocare. Dopo poco arrivò un lupo che, dopo che ebbe sentito il capretto solo in casa, imitando la voce della madre, gli chiese che aprisse la porta, dicendo: O figlio mio, aprimi rapidamente la porta, perché un lupo incalza! Ma il capretto, dopo che, attraverso una piccola fessura della porta, ebbe visto non la madre, bensì un lupo, non aprì la porta e rispose: Ho sentito la voce di mia madre, ma non vedo il suo aspetto. Tu sei un lupo e, imitando la voce di mia madre, vuoi il mio sangue. Vattene! La porta rimarrà chiusa.
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Non appena Pompeo vide respinta la propria cavalleria e si accorse che quella parte nella quale confidava maggiormente era terrorizzata, perdendo fiducia anche nelle altre parti, abbandonò il campo di battaglia e, a cavallo, si portò tutto di filato nell'accampamento e a quei centurioni che aveva collocato nella postazione di guardia presso l'ingresso del pretorio, disse a voce alta, affinché i soldati sentissero: "Proteggete e difendete diligentemente l'accampamento, qualora accada qualcosa di particolarmente grave. Io faccio il giro delle rimanenti porte e rafforzo le postazioni di guardia dell'accampamento". Dopo aver detto queste parole, si portò nel pretorio senza aver fiducia nella gravissima situazione e tuttavia attendendo l'esito. Cesare, ritenendo che fosse opportuno non concedere neppure un attimo ai Pompeiani chedalla fuga erano stati spinti all'interno del vallo, esortò i soldati ad avvalersi del regalo della sorte e ad attaccare l'accampamento. Questi, sebbene stanchi per il grande caldo – infatti la cosa si era protratta fino al mezzogiorno – tuttavia, pronti a qualsiasi fatica, obbedirono all'ordine. L'accampamento veniva laboriosamente difeso dalle coorti che erano state lasciate lì a difesa, e, in maniera anche molto più accanita, dalle truppe ausiliarie Trace e barbare. Infatti, i soldati Romani che erano scappati dal campo di battaglia, terrorizzati nell'animo e spossati dalla stanchezza, pensavano più alla fuga che alla difesa dell'accampamento. E peraltro, coloro che si erano fermati nella trincea, non riuscirono a sostenere molto a lungo la massa delle frecce, ma, stremati dalle ferite, abbandonarono la posizione, e tutti, immediatamente, avvalendosi come guide dei centurioni e dei tribuni dei soldati, si rifugiarono sugli altissimi monti che si estendevano fino all'accampamento.
Bello Punico secundo Scipio in Africa strenue pugnans contra Hannonem ducem Carthaginiensium eius ..
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Nella Seconda Guerra Punica, Scipione, combattendo valorosamente in Africa contro Annone, il comandante dei Cartaginesi, aveva sconfitto l'esercito di lui; successivamente sconfisse in battaglia Siface, il re dei Numidi, che era alleato dei Cartaginesi, e prese l'accampamento di lui. A quel punto i Cartaginesi, poiché temevano la particolare abilità e il grande valore del comandante dei Romani, richiamarono in patria Annibale, che già da molti anni guidava la guerra in Italia, ed inviarono degli ambasciatori presso Scipione, affinché chiedessero la pace. Agli ambasciatori che trattavano la pace, Scipione impose delle condizioni (di pace) non ingiuste. Ma gli infidi Cartaginesi, che attendevano Annibale di ritorno dall'Italia, violarono i patti e compirono molti atti ostili nei confronti dei Romani. Annibale, dopo che fu giunto in Africa, riprese la guerra contro Scipione, ma, dopo essere stato sconfitto da lui in ripetuti combattimenti, fu costretto a chiedere la pace. Quando si giunse ad un incontro, le nuove condizioni di pace non piacquero ai Cartaginesi; per questo la guerra venne ripresa per la seconda volta. Alla fine si combatté presso Zama; Scipione uscì vincitore, ma Annibale, fuggendo dal campo di battaglia con pochi cavalieri, sfuggì dalle mani dei Romani e si rifugiò in Egitto. A Scipione, di ritorno a Roma, venne decretato dal senato un trionfo, e venne assegnato il titolo di "Africano".
In bello contra Antiochum, Syriae regem, M. Cato, Catonis Censoris filius, inter hostes insigniter .
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Nella guerra contro Antioco, il re della Siria, M. Catone, il figlio di Catone il Censore, mentre combatteva in maniera egregia tra i nemici, dopo che cadde da cavallo, cominciò a scontrarsi valorosamente a piedi. Infatti, dopo che la truppa dei nemici l'ebbe accerchiato con grida spaventose mentre cadeva, quellierano sul punto di decapitarlo mentre ormai egli giaceva a terra: quando Marco velocemente si risollevòe fece una grande strage. Mentre i nemici si precipitavano da dovunque allo scopo di abbattere lui solo, Marco, con tutte le proprie forze, sosteneva il loro assalto, ma, mentre si sforzava di ritornare presso i suoi, la spada scivolò via dalla sua mano, e cadde nel mezzo della coorte dei nemici. Allora Marco, davanti a tutti, proteggendosi con lo scudo, si infilò tra i pugnali dei nemici, raccolse la spada e, anche se stremato dai colpi, ritornò dai suoi con grande schiamazzo dei nemici. Tutti gli altri commilitoni, dopo che ebbero imitato la temerarietà di lui, si impadronirono della vittoria.