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A causa della collera di Giunone, Enea vaga a lungo per il mare insieme ai suoi compagni: infatti dapprima si dirige in Macedonia, poi approda in Africa, a Cartagine, dove la regina Didone gli offre ospitalità e aiuto. La regina, rapita dall'amore, vuole trattenere l'eroe presso di sé, ma, per ordine degli dei, Enea deve abbandonare Didone: quindi dall'Africa approda in Sicilia, e infine giunge in Lazio. Qui viene benevolmente accolto da Latino, re dei Latini, che promette in matrimonio all'eroe Troiano sua figlia Lavinia. Allora Turno, re dei Rutuli, irritato per il torto – infatti era lo sposo di Lavinia – si oppone al matrimonio, e muove guerra ai Troiani. Alla fine i Troiani, con una lunga guerra sconfiggono i Rutuli e Turno viene ucciso da Enea. E così Enea prende in sposa Lavinia, e dal nome di Lavinia fonda la città di Lavinio. Successivamente, Ascanio, suo figlio, lascia Lavinio e fonda nel Lazio una nuova città, che viene chiamata Albalonga.
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Dopo che Cesare fu trafitto nella Curia dai pugnali dei congiurati, Bruto e Cassio, fautori della congiura, odiati dalla plebe, scapparono da Roma e si rifugiarono in Asia, dove cominciarono ad arruolare truppe e reperire denaro. M. Antonio, amico di Cesare e suo luogotenente in Gallia, e Ottaviano, giovane ambizioso, figlio adottivo di Cesare, mossero guerra contro di loro e trasferirono le loro truppe in Grecia. A Roma fu lasciato Lepido, loro alleato. Presso Filippi, città della Macedonia, si combatté a lungo e accanitamente. Nella prima battaglia l'accampamento di Cassio fu espugnato dalle truppe di M. Antonio. Cassio, non avendo ormai più speranza di vittoria, si dette la morte e i suoi soldati furono in parte uccisi, in parte catturati. Nella seconda battaglia le truppe di Bruto furono sconfitte da Ottaviano e fu ucciso un gran numero di senatori. Bruto, sconvolto dalla disfatta, si trafisse con la propria spada. Dopo la sanguinosa vittoria i triumviri si divisero tra loro le province: ad Ottaviano furono assegnate l'Ispania e la Gallia, M. Antonio ottenne l'Asia, il Ponto e la Siria, a Lepido fu assegnata l'Africa. Alla fine Roma e tutta l'Italia furono assegnate ad Ottaviano, che entrò vincitore a Roma.
Viriathus genere Lusitanus primum ex pastore venator, ex venatore latro, postea ex latrone mercenari
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Viriàto, Lusitano d'origine, divenuto in un primo tempo da pastore cacciatore, e da cacciatore bandito, e più tardi da bandito mercenario, e, alla fine, comandante di tutti i Lusitani, guidò una lunga guerra contro i Romani: infatti, per prima cosa catturò ed uccise il pretore M. Vetilio, dopo che ebbe massacrato l'esercito di lui, e poi massacrò e mise in fuga anche il pretore C. Plauzio insieme alle sue truppe. E così infuse nei Romani un terrore tanto grande, che contro di lui vennero inviati due eserciti consolari, ma Viriato abbatté anche i generali di quelli: Claudio Unimano e C. Nigidio. Preferì chiedere al popolo Romano la pace da vincitore e in armi, piuttosto che da sconfitto e senza armi; e, dopo che ebbe concesso molte altre cose, ma ebbe mantenuto le armi, mosse di nuovo guerra ai Romani. Allora il pretore Servilio Cepio, poiché non poteva sconfiggerlo in altra maniera, si avvalse di due traditori corrotti per mezzo del denaro, affinché assassinassero Viriato. Ma la vittoria, dal momento che era stata conseguita per mezzo dell'inganno, non venne approvata dal senato.
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Presso Esopo e Fedro, illustri poeti antichi, possiamo leggere questa favola. Un giorno un corvo, mentre vola libero per il cielo, vede sulla finestra di un edificio un pezzo di formaggio. Immediatamente vola verso la finestra e afferra con il becco adunco il formaggio; poi si rifugia sul ramo di un alto faggio poiché vuole gustare sicuro e tranquillo il suo prezioso bottino. Nel frattempo una volpe affamata, mentre vaga per i campi e cerca cibo, giunge sotto l'alto faggio, vede il corvo con il formaggio e, astuta, gli tende un tranello. Immediatamente con parole gentili e ingannevoli sollecita la superbia del corvo: "Ritengo il tuo aspetto estremamente bello, oh corvo: infatti le ali sono splendide, il becco è forte e robusto, ma non conosco la tua voce; certamente è molto melodiosa!". Il corvo sciocco e vanesio, mentre vuole mostrare la sua voce, lascia andare dal becco il formaggio, che la volpe astuta prontamente afferra. Solo allora il corvo comprende la sua stoltezza e sospira triste.
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Dalla fondazione di Roma, per quattrocentoquarantuno anni, i Romani attingevano l'acqua o dai pozzi o dalle sorgenti; ora, invece, affluiscono nella città l'acqua dell'acquedotto Appio, l'acqua dell'Aniene Vecchio, l'acqua dell'Aniene Nuovo, l'acqua dell'acquedotto Marcio, l'acqua Tepula, l'acqua Giulia, l'acqua Vergine, l'acqua Augusta, l'acqua Claudia. Dodici anni dopo l'inizio della guerra contro i Sanniti, il Censore Appio Claudio Crasso fece arrivare dentro Roma l'acqua dell'acquedotto Appio; egli realizzò anche la via Appia, da Porta Capena fino alla città di Capua. L'acquedotto dell'acqua Appia ha una lunghezza di undici miglia e centonovanta passi. Nell'anno quattrocentottanta dalla fondazione di Roma, il Censore M. Curio Dentato condusse fino a Roma l'acqua dell'Aniene Vecchio. Agrippa, dalla campagna di Lucullo, portò fino a Roma l'acqua Vergine. Quest'acquedotto venne chiamato "Vergine" perché una fanciulla vergine indicò ai soldati che andavano in cerca dell'acqua le vene d'acqua, e quelli, seguendole, trovarono una cospicua quantità d'acqua. Un'edicola, vicinissima alla sorgente, mostra per mezzo di un dipinto questa origine. L'acqua Vergine ha principio sulla via Collatina, all'incirca all'ottavo miliario, in luoghi palustri, avanza sia in un torrente sotterraneo, sia fuori terra per una lunghezza di quattordici miglia e centocinque passi.
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