Agricola, hiemali die domo egressus, anguem in via reperit frigore paene exstinctum; tum, misericord
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Un agricoltore, uscito di casa in un giorno invernale, trovò sulla strada un serpente quasi morto a causa del freddo; allora, spinto dalla compassione, prende il serpente intirizzito, lo scalda nel proprio grembo, e lo nasconde sotto le ascelle. Poco dopo il serpente, ristorato dal calore, recupera le forze, e, in cambio del favore, infligge all'agricoltore un morso mortale. E così, il serpente, dimentico del favore dell'agricoltore, lo ripaga con la morte.
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D'estate Tullia sta nella villa e, con Giulia e Cornelia, sue care amiche, gioca volentieri a palla e con le bambole, e passeggia nei boschi: infatti boschi ridenti circondano la villa. Un giorno le fanciulle vagavano felici sui sentieri e raccoglievano viole, quand'ecco che si vede svolazzare una grande aquila. Tutti i piccoli animali del bosco fuggono e si nascondono, poiché temono fortemente l'aquila. Infatti la veloce aquila scende improvvisamente e cattura una piccola colomba. Le fanciulle spaventate gridano e fuggono. Allora i contadini accorrono con i forconi, ma non riescono a catturare l'aquila: l'aquila infatti vola via veloce e fugge con la sua preda. Il ricordo della colomba sventurata e della crudele aquila resterà a lungo nell'animo delle fanciulle.
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La vita degli agricoltori è dura e faticosa. Infatti gli agricoltori ora arano la terra, ora raccolgono le uve e le olive, ora mungono le vacche e le capre, ora mettono a posto le capanne. A sera, affaticati, siedono nell'aia e attendono l'ora di cena. Gli agricoltori hanno spesso molte preoccupazioni. Talvolta infatti i campi vengono inondati da piogge eccessive e continue, talvolta la calura secca le erbe e distrugge le spighe. Ma gli agricoltori sopportano risolutamente la durezza della sorte: la vita di campagna è davvero – come dichiara Cicerone – maestra di parsimonia, di diligenza e di giustizia. I poeti spesso celebrano la vita felice degli agricoltori, ma non conoscono la loro fatica.
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In quel medesimo anno il senato, dopo che ebbero mandato (misissent, concordato a senso come se "il senato" fosse "i senatori") inutilmente i Feziali per chiedere soddisfazione, decise di dichiarare guerra agli Ernici. Tale compito toccò in sorte al console L. Genucio. La popolazione era in trepidazione, perché quello, come primo console proveniente dalla plebe, combatteva secondo auspici propri. Per caso avvenne che Genucio, partito contro i nemici con vaste truppe, cadde in un agguato e, dopo che le legioni furono state sbaragliate a causa dello spavento non previsto, il console in persona, accerchiato dai nemici, venne ucciso. Quando ciò fu annunciato a Roma, fu nominato dittatore Ap. Claudio, con il consenso dei patrizi, e costui, senza indugio, tenne un arruolamento per formare delle nuove legioni. Con l'arrivo del dittatore, quindi, un nuovo esercito viene unito al vecchio e le truppe vengono raddoppiate. Una pianura di due miglia separava l'accampamento Romano dagli Ernici; si combatté lì, nella zona intermedia. In un primo momento la battaglia fu dubbia quanto ad esito: i cavalieri Romani, infatti, tentarono inutilmente di scompigliare con un assalto lo schieramento dei nemici. A quel punto i cavalieri, abbandonati i cavalli, si slanciarono (presente storico) con grande schiamazzo davanti alla prima linea, cominciarono (presente storico) un nuovo combattimento, e dapprima fecero indietreggiare, poi respinsero e infine misero in fuga i nemici, sconvolti da questa mossa non prevista del dittatore.
M. Varro aptum iustumque numerum convivarum existimavit ac de mensis secundis et de bellariis scrips
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M. Varrone valutò il numero corretto e adeguato di commensali, e scrisse in merito ai secondi piatti e ai dolciumi. Egli afferma che è bene che il numero dei commensali cominci dal numero delle Grazie e vada avanti fino al numero delle Muse, in maniera tale che, quando i commensali sono di meno, non siano meno di tre, quando siano il massimo, non siano più di nove. Infatti non è bene che i commensali siano molti, perché una folla è per lo più rumorosa. Inoltre il banchetto è determinato da quattro cose: se sono stati radunati brav'uomini, se il luogo è scelto, se il tempo è scelto, se non è stata trascurata la preparazione. È bene scegliere commensali né verbosi, né taciturni, perché la facondia deve stare nel Foro e presso i tribunali, il silenzio, invece, deve stare non in un banchetto, ma in camera da letto.