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Come racconta un'antica favola, Ercole, dopo lunghi vagabondaggi attraverso l'Italia, giunge in Lazio con una grande mandria di buoi, si ferma sulla riva del Tevere e lì, stanco per il cammino e per la fatica, si addormenta. Mentre quello dorme, Caco, pastore dal corpo enorme, che con la sua forza spaventava il Lazio intero, sottrae i buoi di Ercole, e poi, trascinandoli per la coda, porta gli animali all'interno della sua caverna. Ercole, quando si accorge del furto, irritato cerca i suoi buoi dovunque, ma non li trova in alcun luogo; alla fine si avvicina alla caverna di Caco, e vede le orme dei buoi rivolte verso l'esterno; mentre si allontana triste dalla caverna, ingannato dalle orme, sente i buoi muggire. Così Ercole capisce l'inganno di Caco, entra nella caverna, uccide il ladro e riprende i suoi buoi.
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Nella scuola un maestro e un grammatico insegnano molte cose agli allievi, così gli allievi diligenti imparano molte cose. Nella scuola il maestro insegna ai fanciulli a scrivere con la penna e a contare con i sassolini. Il grammatico, invece, insegna agli allievi a leggere i libri dei poeti Greci e Latini. Il maestro e il grammatico sono i maestri della scuola. Molti maestri antichi sono celebri. Orbilio era il maestro del poeta Orazio. Egli era chiamato "manesco" dal poeta, perché spesso il maestro faceva uso delle percosse, e frustava gli scolari. Quintiliano, celebre maestro Romano, diceva spesso: "Il maestro non deve soltanto insegnare, ma anche fare spesso domande". Infatti, se gli scolari non sono interrogati, non ascoltano le parole del maestro. E se non ascoltano le parole del maestro, gli scolari non capiscono e non imparano.
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Nella Seconda Guerra Punica, Annibale, presso Zama, venne sconfitto da Publio Cornelio Scipione, il quale, per quella vittoria, venne soprannominato "l'Africano". Dopo alcuni anni – come è stato tramandato – i due illustri comandanti, Scipione e Annibale, vennero a colloquio, e fecero tra loro questa conversazione. Scipione chiese ad Annibale: Chi consideri il più grande comandante di tutti i tempi? Annibale rispose: Io considero certamente Alessandro, il re dei Macedoni, il comandante più grande, infatti da fanciullo lo ammirai, e imitai le sue imprese. Metto Alessandro al primo posto, non soltanto perché, per mezzo di truppe esigue, sbaragliò eserciti incalcolabili in Asia, ma anche perché incominciò un viaggio lungo e difficile, allo scopo di visitare le regioni più lontane del mondo, al di là delle quali nessuno fu mai. Poi Scipione gli chiese: Chi consideri il secondo? Annibale rispose: Secondo considero Pirro, il re dell'Epiro, perché per primo insegnò a piazzare l'accampamento, e a disporre le guarnigioni difensive. Alla fine Scipione chiese ad Annibale: Chi consideri il terzo comandante più grande? Annibale gli rispose: Senza dubbio considero me il terzo tra i comandanti più grandi, perché sono entrato in Italia attraverso le Alpi, sono sempre andato via da vincitore contro le legioni dei Romani, e mi sono avvicinato a Roma per impadronirmene. Allora Scipione rise e disse: Cosa diresti se mi avessi sconfitto? Rispose Annibale: In quel caso avrei messo me al primo posto, prima di Alessandro, prima di Pirro e prima di tutti gli altri generali.
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Quando Epaminonda, presso Mantinea, era il comandante dei Tebani e, schierato l'esercito, i nemici incalzavano in maniera piuttosto temeraria, gli Spartani, ritenendo che la salvezza della loro patria fosse riposta nella rovina di lui solo, sferrarono tutti insieme un attacco contro lui solo, e non si allontanarono prima che, compiuta una grande strage e uccisi moltissimi uomini, videro Epaminonda in persona, mentre combatteva in maniera coraggiosissima, cadere colpito da lontano con una lancia. I Beoti vennero alquanto rallentati dalla caduta di costui, tuttavia essi non uscirono dalla battaglia prima di aver sconfitto gli Spartani che opponevano resistenza. Ed Epaminonda, rendendosi conto di aver ricevuto un colpo mortale, e contemporaneamente che avrebbe perso la vita immediatamente, qualora avesse estratto la punta che gli era rimpasta nel corpo dalla lancia, mantenne quella all'interno del corpo fino a che non gli venne riferito che i Beoti avevano vinto. Dopo che ebbe ascoltato ciò, disse: Ho vissuto il giusto, giacché muoio senza essere mai stato sconfitto. A quel punto, una volta estratta la punta, morì all'istante.
Romani, cum hostium fraudem intellexissent, retro viam qua venerant repetere conati sunt at eam quoq
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I Romani, una volta che ebbero compreso il tranello dei nemici, tentarono di ripercorrere all'indietro la strada attraverso la quale erano arrivati, ma trovarono anche quella chiusa dai Sanniti. A quel punto, dunque, i soldati Romani arrestano la marcia e, tolta (loro) ogni speranza di salvezza, restano a lungo in silenzio, immobili; poi sbottano in lamentele contro l'avventatezza del console che era stato troppo sprovveduto e li aveva condotti in un enorme pericolo. E così trascorsero la notte immemori (nel senso di: "incuranti") del cibo e del riposo. Al principio della mattina, il console, vinto dalla necessità, inviò degli ambasciatori presso i Sanniti affinché chiedessero la pace. La pace venne concessa a tale condizione, che tutti fossero fatti passare sotto il giogo. E così, all'alba, per primo venne mandato sotto al giogo il console, poi i tribuni, i centurioni e tutti i soldati: i Sanniti stavano fermi tutt'intorno, deridendo i soldati Romani con parole molto dure ed offensive. Per i soldati Romani la luce di quel giorno fu più triste del giorno della morte.