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Non possum fidĕi causa imagines neque triumphos aut consulatus maiorum meorum ostentare, at, si res postulet, hastas, vexillum, phalĕras, alia militaria dona, praeterĕa cicatrices advorso corpore. Hae sunt meae imagines, haec nobilitas, non hereditate relicta, ut illa illis, sed quae ego meis plurumis laboribus et periculis quaesivi. Non sunt composita verba mea: parvi id facio. Ipsa se virtus satis ostendit; illis artificio opus est, ut turpia facta oratione tegant. Neque litteras Graecas didĭci: parum placebat eas discĕre, quippe quae ad virtutem nihil profuĕrant. At illa multo utiliora rei publicae doctus sum: hostem ferire, praesidia agitare, nihil metuĕre nisi turpem famam, hiemem et aestatem iuxta pati, humi requiescĕre, eōdem tempore inopiam et laborem tolerare. His ego praeceptis milites hortabor.
Non posso, per la verità, ostentare ritratti, né trionfi o consolati dei miei antenati, ma, se mi viene richiesto, lance, un vessillo, decorazioni militari, altri premi militari, inoltre cicatrici sul corpo. Questi sono i miei ritratti, questa la nobiltà, non lasciatami in eredità, come quella a quelli, ma che mi sono guadagnato con molte fatiche e pericoli. Le mie parole non sono ornate/eleganti: considero poco tutto ciò. Lo stesso valore si mostra da solo a sufficienza; ad essi è necessario l'imbroglio, per nascondere con belle parole azioni vergognose. E non ho imparato le lettere Greche: non mi sarebbe piaciuto per niente impararlo, perché esso non sarebbe servito a nulla per il valore militare. Ma ho imparato quelle cose che sono molto più utili per lo stato: a ferire il nemico, a mettere in subbuglio le difese, a non aver paura di nulla se non del disonore, a sopportare allo stesso modo l'inverno e l'estate, a dormire per terra, a tollerare contemporaneamente la fame e la fatica. Con questi ordini (a fare altrettanto) inciterò i soldati.
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Nero, augendi propagandique imperii neque voluntate ulla neque spe motus umquam, etiam ex Britannia deducere exercitum cogitavit, nec nisi verecundiā, ne obtrectare parentis gloriae videretur, destĭtit. Ponti modo regnum, concedente Polemŏne, item Alpium regnum, defuncto Cottio, in provinciae formam redēgit. Peregrinationes duas omnīno suscepit, Alexandrinam et Achaicam; sed Alexandrina ipso profectionis die destĭtit, turbatus religione simul ac periculo. Nam cum, circumĭtis templis, in aede Vestae resedisset, consurgenti ei primum lacinia obhaesit, deinde tanta oborta caligo est, ut dispicĕre non posset. In Achaia Isthmum perfodĕre adgressus, praetorianos pro contione ad inchoandum opus cohortatus est, tubaeque signo dato primus rastello humum effōdit et corbulae congestam humeris extulit.
Nerone non fu mai animato dalla volontà o da alcuna speranza di potenziare e allargare l'impero, anzi pensò di ritirare l'esercito dalla Bntannia, e non vi rinunciò se non pere la vergogna e perché non sembrasse che voleva denigrare l'impresa gloriosa del padre. Solo trasformò in forma di provincia il regno del Ponto, con il consenso di Polemone, ugualmente quello delle Alpi, una volta morto Cottio. Intraprese solamente due viaggi, per Alessandria e per l'Acaia; ma rinunciò a quello ad Alessandria il giorno stesso della partenza, turbato per un timore superstizioso insieme ad un pericolo. Infatti, mentre, dopo avere visitato i templi, stava seduto nel santuario di Vesta, mentre si alzava, prima gli si attaccò un lembo (della veste), poi sopraggiunse un così grande abbassamento della vista da non riuscire a vedere. In Acaia, mentre si accingeva a tagliare l'Istmo, nell'adunanza esortò i pretoriani a cominciare l'opera e, fatto suonare il segnale con la tromba, per primo con un piccolo attrezzo scavò la terra e (la) portò via sulle spalle accumulata in un cestino.
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Ritratto di Aureliano
versione latino Svetonio traduzione libro sermo et humanitas
Aurelianus modicis ortus parentibus, a prima aetate ingenio...
...cum ingenti severitate castrensia peccata correxit, nemo peccaverit.
Aureliano, nato da genitori di umile condizione, d'indole sveglissima fin dai primi anni, di notevole forza fisica, non lasciò passare alcun giorno senza esercitarsi nel lancio del giavellotto, nel saettare e nelle altre incombenze delle armi. Fu dignitoso, di bellezza virile, di statura elevata, nervi saldissimi, poco ghiotto di cibo e vino, rigore massimo, disciplina singolare. Di lui sussistono molte imprese egregie. Infatti da solo con 300 militari di presidio schiacciò i Sarmati che irrompevano nell'Illiria. Teoelio riferisce che Aureliano, durante la campagna contro i Sarmati, in un sol giorno uccise personalmente 48 nemici. Sempre lui, dalle parti di Magonza, tribuno della VI legione gallicana sgominò i Franchi invasori, mentre vagavano per tutta la Gallia, al punto che catturatine trecento li vendette schiavi, dopo averne ammazzati settecento. Seppe incutere nei soldati un timore tale che, dopo aver castigato molto severamente abusi militari, nessuno più incorse in colpe e reati
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Fere anno octogesimo post Troiam captam, centesimo et vicesimo anno post quam Hercules ad deos excesseerat, Peloopis progenies, quae omni hoc tempore, pulsis Heraclīdis, Peloponnesi imperium obtinuĕrat, ab Herculis progenie expellitur. Duces recuperandi imperii fueere Temeus, Cresphontes, Aristodemus, quorum Hercules abavus fuerat. Exclusi ab Heracliis Orestis liberi, qui post patris interitum regnavĕrant triennio, et iactati cum variis casibus tum saevitia maris quinto decimo anno sedem cepēre circa Lesbum insulam. Tum Graecia maximis concussa est motibus. Achaei ex Laconica pulsi eas occupavēre sedes, quas nunc obtĭnent; Pelasgi Athenas commigravēre, acerque belli iuvenis nomine Thessălus, natione Thesprotius, cum magna civium manu eam regionem armis occupavit, quae nunc ab eius nomine Thessalia appellatur. Paulo ante Aletes, prognatus ab Hercule, Hippotis filius, Corinthum in Isthmo condĭdit. Athenienses in Euboea Chalcida et Eretriam colonis occupavēre, Lacedaemonii in Asia Magnesiam. Nec multo post Chalcidenses Cumas in Italia condidērunt. Pars eorum civium magno post intervallo Neapolim condĭdit.
Circa ottant'anni dopo la presa di Troia, centoventi anni dopo che Ercole era salito fra gli dei, la progenie di Pelope, che in tutto questo tempo, cacciati gli Eraclidi, aveva ottenuto il potere su tutto il Peloponneso, è cacciata dalla progenie di Ercole. Condottieri per il recupero del potere furono Temeneo, Cresofonte, Aristodemo, dei quali Ercole era stato trisavolo. Esclusi dagli Eraclidi i figli di Oreste, che dopo la morte del padre avevano regnato per tre anni/per un triennio, e travagliati con diverse vicende allora dalla crudeltà del mare, dopo quindici anni avevano trovato un approdo intorno all'isola di Lesbo. La Grecia allora fu scossa dai maggiori rivolgimenti. Gli Achei, espulsi dalla Laconia, occuparono i luoghi che detengono tuttora; I Pelasgi emigrarono insieme ad Atene, e un giovane risoluto in guerra, di nome Tessalo, Trespozio di origine, occupò con le armi insieme ad un gran numero di concittadini quella regione che ora si chiama Tessaglia dal suo nome. Poco prima Alete, generato da Ercole, figlio di Ippote, fondò Corinto sull'Istmo. Gli Ateniesi occuparono con colonie Calcide ed Eretria nell'Eubea, i Lacedemoni Magnesia in Asia. E non molto dopo i Calcidesi fondarono Cuma in Italia. Una parte dei loro concittadini dopo molto tempo fondò Napoli.
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M. Cicero sub adventum triumvirorum cesserat Urbe, pro certo habens Antonio erĭpi se non, posse. Primo in Tusculanum fugit, inde transversis itineribus in Formianum proficiscitur postremo ab Caieta navim conscendit. Sed cum modo venti adversi eum rettulissent, modo ipse iactationem navis pati non posset, taedium tandem et fugae et vitae eum cepit. Regressus ad superiorem villam, quae paulo plus mille passibus a mari abest, «Moriar – inquit – in patria saepe servata». Satis constat servos fortiter fideliterque paratos fuisse ad dimicandum; ipsum depōni lecticam et quietos pati quod sors iniqua cogĕret iussisse. Ei prominenti ex lectīca praebentique immotam cervicem caput praecisum est. Nec satis stolidae crudelitati militum fuit. Manus quoque, scripsisse in Antonium exprobrantes, praeciderunt. Ita relatum est caput ad Antonium iussuque eius inter duas manus in rostris positum est. Vix attollentes prae lacrimis oculos homines intuēri trucidata membra eius potĕrant.
Marco Cicerone poco prima dell'arrivo dei triumviri si era allontanato dall' Urbe ritenendo per certo di non potersi sottrarre ad Antonio. In un primo momento si rifugia in quel di Tuscolo da dove, per vie secondarie, parte per il territorio di Formia. Infine, si imbarca da Gaeta. Ma, sia perché i venti avversi lo avevano riportato indietro, sia perché lui stesso non poteva sopportare l'oscillazione della nave, infine lo prese la ripugnanza sia della fuga che della vita. Tornato alla casa di campagna dove era in precedenza che dista poco più di mille passi dal mare, "Morirò -disse - nella patria molte volte (da me) salvata". È ben noto che gli schiavi erano disposti a combattere coraggiosamente e fedelmente; lui ordinò che la lettiga fosse deposta e che tranquilli sopportassero ciò che la sorte ingiusta imponeva. A lui che sporgeva dalla lettiga e offriva il collo immobile fu tagliata la testa. Né fu abbastanza per la brutale crudeltà dei soldati. Tagliarono anche le mani, biasimando che avessero scritto contro Antonio. Quindi la testa fu portata ad Antonio e per ordine di lui fu posta tra le due mani sui rostri. A stento sollevando gli occhi a causa delle lacrime, le persone potevano guardare le parti del corpo di lui fatte a pezzi.
- L'orribile spettacolo della crudeltà - versione latino Seneca
- Caccia a uno schiavo fuggiasco - SERMO ET HUMANITAS versione latino Cicerone
- Paura nel campo romano - SERMO ET HUMANITAS versione latino Cesare
- Il ritiro dell'intellettuale nella serenità della campagna - SERMO ET HUMANITAS versione latino Plin