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Rem publicam fundĭtus amisimus, adeo ut C. Cato, adulescens nullīus consilii sed tamen civis Romanus, vix vivus effugĕrit, quod, cum Gabinium de ambitu vellet postulare neque praetores adiri possent, in contionem ascendit et Pompeium privatum dictatorem appellavit. Propius nihil est factum quam ut occideretur. Ex hoc qui sit status totīus rei publicae videre potes. Nostrae tamen causae non videntur homines defuturi (esse). Mirandum in modum omnes et se et suos liberos, amicos, clientes, libertos, servos, pecunias denique suas pollicentur. Nostra antiqua manus bonorum ardet studio nostri atque amore. Si qui antea aut alieniores fuerant aut languidiores, nunc horum regum odio se cum bonis coniungunt. Tribuni plebis designati sunt nobis amici. Consules se optime ostendunt. Praetores habemus amicissimos et acerrimos cives, Domitium, Nigidium, Memmium, Lentulum. Quare magnum fac animum habeas et spem bonam. De singulis tamen rebus, quae quotidie gerantur, faciam te crebro certiorem.
Abbiamo perduto del tutto la repubblica, al punto che C. Catone, giovane di nessun senno ma comunque cittadino romano, a stento è uscito vivo, perché, poiché accusare di brogli elettorali Gabinio e non si potevano adire i pretori, si presentò in assemblea e chiamò Pompeo dittatore privato. Poco mancò che fosse ucciso. Da questo puoi vedere quale sia lo stato della repubblica. Tuttavia non sembra che mancheranno uomini alla nostra causa. Tutti in modo mirabile promettono sia se stessi, sia i propri figli, amici, clienti, liberti, schiavi, infine il loro denaro. Il nostro antico manipolo di persone perbene arde di zelo e amore per noi. Se in precedenza alcuni furono più avversi o più deboli, ora, per odio nei confronti di questi re, si uniscono ai buoni. I tribuni della plebe designati sono nostri amici. I consoli si mostrano molto bene. Abbiamo come pretori dei cittadini molto amici e molto zelanti, Domizio, Nigidio, Memmio, Lentulo. Perciò fa' in modo di avere l'animo forte e buona speranza. Comunque, ti informerò frequentemente delle singole cose che si fanno giornalmente.
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Piscatores Mitylenaei in everriculo ductam auream mensam, consulto Apolline cum iussi essent dare eam sapientissimo, dederunt Thaleeti. Ille cessit eam Bianti, hic Pittăco, donec ad Solonem pervēnit, qui eam Apollini dedicavit. Scipio, quartum et vicesimum annum agens, cum in Hispania Carthaginem cepisset, eximiae inter captivas pulchritudinis puellam nobilem cognovit Indibili cuidam Celtibēro desponsam. Itaque arcessit et parentibus et sponso inviolatam tradidit, auro etiam, quod pro redemptione puellae accepĕrat, summae dotis adiecto. Atilius Regulus, cum prorogatum esse sibi ob bene gestas res cognovisset imperium, scripsit consulibus vilicum, quem in agello habebat, mortuum esse, ideoque petere ut sibi successor mitteretur, ne deserto agro non esset unde uxor et liberi alerentur.
I pescatori di Mitilene, avendo preso in una rete una mensa d'oro, quando ebbero l'ordine, dopo aver consultato Apollo, di darla al più sapiente, la diedero a Talete. Egli la cedette a Biante, costui a Pittaco, finché arrivò a Solone, che la dedicò ad Apollo. Scipione, a ventiquattro anni, quando in Spagna prese Cartagine (ora Cartagena), conobbe fra le prigioniere la nobile ragazza di estrema bellezza Indicibile, fidanzata ad un Celtibero. E così mandò a chiamare i suoi genitori ed il promesso sposo e la consegnò loro inviolata, avendo aggiunto anche l'oro, che aveva ricevuto per il riscatto della ragazza, alla somma della dote. Attilio Regolo, quando seppe che gli era stato prorogato il comando a causa delle sue imprese ben condotte, scrisse ai consoli che il fattore che aveva nel suo campicello era morto, e perciò chiedeva che gli fosse mandato un successore, affinché non fosse abbandonato il campo dal quale la moglie ed i figli erano sostentati.
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Non aliud discrīmen (= pugna) vehementius fuisse memoriae prodĭtum est. Duarum nobilissimarum bello gentium exercitus pugnabant. Lacedaemonii vetera, Macedŏnes praesentia decŏra intuebantur; illi pro libertate, hi pro dominatione pugnabant. Diēi quoque unīus tam multiplex casus modo spem, modo metum utriusque partis augebat. Inter omnes Lacedaemonios rex eminebat, non armorum modo et corporis specie, sed etiam magnitudine animi. Cecidēre Lacedaemoniorum quinque milia et trecenti, ex Macedonibus haud amplius mille: ceterum vix quisquam nisi saucius revertit in castra. Haec victoria non Spartam modo sociosque eius, sed etiam omnes, qui fortunam bellicam spectavĕrant, fregit. Antipăter non est ausus ipse agĕre arbitria victoriae, sed concilium Graecorum, quid fieri placēret (sul da farsi), consuluit. A quo Lacedaemonii nihil aliud impetraverunt quam ut oratores mitterent ad regem, Tegeatae (impetraverunt) veniam defectionis, praeter auctores; Megalopolitanis, quorum urbs obsessa erat a defectionis sociis, Achaei et Elei centum viginti talenta dare iussi sunt. Hic fuit exitus belli, quod, repente ortum, prius tamen finitum est quam Darēum Alexander apud Arbēla superaret.
È stato tramandato che non ci fu battaglia più violenta. Combattevano nella guerra gli eserciti di due nobilissimi popoli. I Lacedemoni erano rivolti verso gli antichi fasti, i Macedoni verso quelli attuali; quelli combattevano per la libertà, questi per il dominio. Anche le tanto svariate vicende di un solo giorno aumentavano ora la speranza ora il timore di ambedue le parti. Fra tutti i Lacedemoni spiccava un re, non solo per l'armatura e la bellezza fisica, ma anche per il coraggio. Caddero 5. 300 Lacedemoni, non più di mille Macedoni: dei rimanenti quasi nessuno tornò negli accampamenti se non ferito. Questa vittoria infranse non solo Sparta ed i suoi alleati, ma anche tutti coloro che avevano fatto da spettatori della vicenda bellica. Antipatro non osò dettare da solo le condizioni della vittoria, ma convocò un'assemblea dei Greci, per decidere sul da farsi. Da lui i Lacedemoni non ottennero niente altro che di inviare ambasciatori al re, i Tegeti ottennero il perdono per la defezione, salvo coloro che l'avevano promossa; ai Megalopolitani, la città dei quali era stata assediata dagli alleati della rivolta, fu ordinato ad Achei ed Elei, di dare centoventi talenti. Questo fu l'esito della guerra che, scoppiata all'improvviso, fu tuttavia terminata prima che Alessandro vincesse Dario presso Arbela.
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Et proxime Prisco nostro et rursus, quia ita iussisti, gratias egi, libentissime quidem. Est enim mihi periucundum, quod viri optimi mihique amicissimi adeo cohaesistis, ut invĭcem vos obligari putetis. Nam ille quoque praecipuam se voluptatem ex amicitia tua capĕre profitetur certatque tecum honestissimo certamine mutuae caritatis, quam ipsum tempus augebit. Vale.
C. Plinio saluta Saturnino suo, E pochissimo fa ho ringraziato Prisco nostro, e di nuovo, poiché così hai disposto, e per la verità con il massimo piacere. È estremamente a me gradito che hai tanto unito uomini eccellenti ed a me amicissimi che si ritengono scambievolmente obbligati. Anch'egli infatti ha approfittato dell'ottenere per sé lo speciale piacere della tua amicizia e fa a gara con te nella bellissima gara dell'affetto reciproco, che il tempo stesso farà aumentare. Stammi bene.
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M. Varro in ulteriore Hispania dilectum habuit, legionibus completis duabus cohortes circiter XXX alarias addĭdit. Frumenti magnum numerum coëgit quod Massiliensibus, item quod Afranio Petreioque mitteret. Naves longas X Gaditanis ut facerent imperavit, complures praeterea Hispali faciendas curavit. Pecuniam omnem omniaque ornamenta ex fano Herculis in oppidum Gades contulit; eo sex cohortes praesidii causa ex provincia misit Gaiumque Gallonium, equitem Romanum, familiarem Domitii, oppido Gadibus praefecit; arma omnia privata ac publica in domum Gallonii contulit. Ipse habuit graves in Caesarem contiones. Saepe ex tribunali praedicavit adversa Caesarem proelia fecisse, magnum numerum ab eo militum ad Afranium perfugisse: haec se certis nuntiis, certis auctoribus comperisse. Quas Caesari esse amicas civitates arbitrabatur, his graviora onera iniungebat praesidiaque eo deducebat et iudicia in privatos reddebat qui verba atque orationem adversus rem publicam habuissent: eorum bona in publicum addicebat, provinciam omnem in sua et Pompei verba iusiurandum adigebat.
Marco Varrone effettuò un reclutamento nella Spagna Ulteriore, aggiunse alle due legioni complete circa trenta coorti di militari destinati a fare da ala. Mise insieme una grande quantità di frumento per inviarlo ai Marsigliesi, come ad Afranio e Petreio. Diede ordine ai Gaditani di costruire dieci navi da guerra, molte anche curò che venissero costruite ad Ispali. Radunò nella città di Cadice tutto il denaro e le cose preziose dal tempio di Ercole; mandò là dalla provincia, a guardia, sei coorti e mise Gaio Gallonio, cavaliere romano amico di Domizio, a capo della città di Cadice; radunò tutte le armi private e pubbliche nella casa di Gallonio. Egli stesso pronunciò discorsi pubblici molto duri contro Cesare. Spesso, dalla tribuna, proclamò che Cesare aveva sostenuto scontri sfavorevoli, che un gran numero di soldati erano passati da lui ad Afranio: era venuto a sapere queste cose da notizie attendibili, da testimoni ben informati. Quelle città che riteneva essere alleate di Cesare, ad esse imponeva tributi più onerosi e là mandava presidi militari e pronunciava sentenze contro privati che avevano avuto parole o discorsi contro la repubblica: confiscava le loro proprietà, costringeva tutta la provincia a giurare sulle parole sue e di Pompeo