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Inizio: Nioba, Tantali filia, Amphionis, Thebanorum regis, uxor,... Fine: sagittis Dianae. Infelix mater, magno dolore oppressa, a Latona in saxum mutata est.
Sermo et Humanitas-versione gialla Pagina 433 versione 83
Niobe, figlia di Tantalo, moglie di Anfione re dei Tebani, poiché aveva generato (pario, paris, peperi, partum, parere) sette figli ed altrettante figlie, si vantava in modo intollerabile per il gran numero di figli ed irrideva continuamente la dea Latona, madre solo di due figli, Apollo e Diana. Invano tutti la esortavano a che non offendesse la suprema dea: «Regina - dicevano - non disprezzare (contemno) (se non disprezzerai) l’esigua prole di Latona così non desterai la sua ira! Bada che le tue ingiurie non feriscano Latona. La vendetta degli dei, per quanto tarda, è implacabile». Ma la donna si muoveva superba per la città e con intollerabile temerarietà chiedeva che le fossero attribuiti onori divini. Alla fine pagò il fio della sua insolenza. Infatti i suoi figli furono trafitti dai dardi di Apollo, le figlie dalle saette di Diana. L’infelice madre, sopraffatta dal dolore, fu tramutata in roccia da Latona.(by Geppetto)
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1) Perpetuo vincit qui utitur clementia. 2) Confestim cohortes undique impetum faciunt, magna praeda potiuntur. 3) Lacedaemonius Agesilaus nomine non potestate fuit rex, sicut ceteri Spartani. 4) Possunt aliquando oculi non fungi suo munere. 5) Dii nec escis nec potionibus vescuntur. 6) Iove et Leda Castor et Pollux nati sunt. 7)Mosa profluit ex monte Vosego, qui est in finibus Lingonum. 8) Incipe virtute eum, non annis aestimare. 9)Eumenes vincebat omnes calliditate et celeritate ingenii. 10) Ii qui pace diutina volunt frui, bello exercitati debent esse. 11) Vita qua fruimur brevis est. 12) Dion totius eius partis Siciliae potitus est, quae sub Dionysi potestate fuerat. 13) Numidae plerumque lacte et ferina carne vescebantur. 14) Vincere scis, Hannibal, victoria uti nescis. 15) Ascalpone medico utor familiariter eiusque consuetudo mihi iucunda est. 16)Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?
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LA BUONA MORTE DI AUGUSTO versione latino Svetonio traduzione libro SERMO ET HUMANITAS
Supremo die identĭdem exquirens an iam de se tumultus foris esset, petito speculo, capillum sibi comi ac malas labantes corrĭgi praecēpit et admissos amicos percontatus est ecquid (se) iis videretur mimum vitae commode transegisse. Omnibus deinde dimissis, dum advenientes ab urbe de Drusi filia aegra interrŏgat, repente in osculis Liviae et in hac voce defēcit: «Livia, nostri coniugii memor vive, ac vale!». Sortitus est exitum facilem et qualem semper optavĕrat: nam fere quotiens audivisset cito ac nullo cruciatu defunctum esse quempiam, sibi et suis εὐθανασίαν (= buona morte) similem – hoc enim et verbo uti solebat – precabatur. Unum omnīno ante efflatam animam signum alienatae mentis ostendit, quod subito pavefactus a quadraginta se iuvenibus abrĭpi questus est. Obiit in cubiculo eodem, quo pater Octavius (obiĕrat), Pompeio et Apuleio consulibus, XIIII Kalendas Septembres hora diei nona, septuagesimo et sexto aetatis anno.
L'ultimo giorno, mentre si informava ripetutamente se fuori vi fosse già dell'agitazione per lui, chiesto uno specchio, comandò che gli venissero messi a posto i capelli e le guance cadenti e, fatti entrare gli amici, chiese se era sembrato loro che avesse concluso bene la farsa della vita. Quindi, mandati via tutti, e mentre interroga certi che vengono dall'Urbe sulla figlia di Druso, malata, all'improvviso muore tra i baci di Livia e con queste parole : " Livia, vivi ricordando il nostro matrimonio, e addio!" Ebbe in sorte una morte serena e quale aveva sempre desiderato: infatti, quasi tutte le volte che aveva sentito che qualcuno era morto improvvisamente e senza sofferenze, invocava per sé e per i suoi una simile buona morte - infatti era solito anche usare tale vocabolo. Prima di morire mostrò generalmente un solo segno di una mente alterata, perché all'improvviso, spaventato, si lamentò di essere portato via da quaranta giovani. Morì nella stessa camera da letto nella quale (era morto) il padre Ottavio, sotto il consolato di Pompeo e Apuleio, il quattordicesimo giorno prima delle Calende di Settembre all'ora nona , all'età di settantasei anni.
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Cicero Attico salutem dicit. Saturnalibus mane se mihi Pindenissītae dediderunt, septimo et quingentesimo die postquam oppugnare eos coepimus. «Isti Pindenissītae qui sunt?» – inquies – «Nomen audivi numquam». Tarsum veni a. d. III Nonas Octobres. Inde ad Amānum contendi, qui Syriam a Cilicia divĭdit; qui mons erat hostium plenus. Hic a. d. III Idus Octobres magnum numerum hostium occidimus; castella munitissima cepimus, incendimus; imperatores appellati sumus. Ibi dies quinque morati direpto et vastato Amāno, inde discessimus. Interim rumore adventus nostri et Cassio, qui Antiochīā tenebatur, animus accessit et Parthis timor iniectus est; itaque eos cedentes ab oppido Cassius insecutus rem bene gessit: qua in fuga Osaces (Osace), dux Parthorum, vulnus accepit eoque interiit paucis post diebus. Erat in Syria nostrum nomen in gratia.
Cicerone saluta Attico. La mattina dei Saturnali (ovvero il 17 dicembre) i cittadini di Pindenisso si sono arresi a me, settantacinque giorni dopo che avevano iniziato ad assediarlo. "Chi sono questi cittadini di Pindenisso?" - chiederai - "Non ne ho mai sentito il nome". Sono partito il giorno sette ottobre da Tarso. Da I' mi sono diretto al (monte) Amano che divide la Siria dalla Cilicia; il quale monte era pieno di nemici. Qui il giorno 13 ottobre abbiamo ucciso un grande numero di nemici, abbiamo espugnato fortezze munite di ogni difesa, abbiamo appiccato incendi, siamo stati salutati imperatori. Dopo esserci trattenuti lì cinque giorni e dopo avere devastato (il monte) Amano, poi siamo andati via. Nel frattempo, a causa della notizia del nostro arrivo, sia si riprese il coraggio di Cassio, che era chiuso ad Antiochia, sia nei Parti si ingenerò la paura; così Cassio inseguendoli mentre si allontanavano dalla città riportò un successo: in tale fuga Osace, comandante dei Parti, fu ferito e perciò morì dopo pochi giorni. Il nostro nome aveva credito in Siria.
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Annum agens sextum decimum patrem amisit; sequentibusque consulibus flamen Dialis destinatus, dimissā Cossutiā, quae familia equestri sed admŏdum dives ei praetextato desponsata erat, Corneliam, Cinnae quater consulis filiam, duxit uxorem, ex qua illi mox Iulia nata est; neque ut eam repudiaret compelli a dictatore Sulla ullo modo potuit. Quare et sacerdotio et uxoris dote et gentiliciis (di famiglia) hereditatibus multatus est, donec per virgines Vestales perque Mamercum Aemilium et Aurelium Cottam, propinquos et affines suos, veniam impetravit. Quaestor Iuliam amĭtam uxoremque Corneliam defunctas laudavit e more pro rostris. Et in amĭtae quidem laudatione de eius ac patris sui utraque origine sic refert: «Amĭtae meae Iuliae maternum genus ab regibus ortum est, paternum cum diis immortalibus coniunctum est. Nam ab Anco Marcio sunt Marcii Reges, quo nomine fuit mater; a Venere (sunt) Iulii, cuius gentis familia est nostra. Est ergo in genere et sanctitas regum, qui plurimum inter homines pollent, et caerimonia deorum, quorum ipsi in potestate sunt reges». In Corneliae autem locum Pompeiam duxit (uxorem), Quinti Pompei filiam, L. Sullae neptem, cum qua deinde divortium fecit, opinatus adulteratam esse a Publio Clodio, quem inter publicas caerimonias penetrasse (= penetravisse) ad eam muliebri veste fama erat
A sedici anni perse il padre; l'anno dopo (letteralmente: sotto il successivo consolato), designato Flamine Diale, dopo avere ripudiato Cossuzia, di famiglia equestre ma molto ricca, che aveva sposato, sposò Cornelia, figlia di Cinna, console quattro volte, dalla quale gli nacque ben presto Giulia; e in nessun modo lo si potè obbligare, da parte del dittatore Siila, a ripudiarla. Fu condannato, per tale motivo, sia alla perdita del sacerdozio, fino a che, tramite le vergini Vestali e Mamerco Emilio e Aurelio Cotta, che erano suoi congiunti e affini, ottenne il perdono. Da questore pronunziò dai rostri gli elogi funebri della sia paterna e della moglie Cornelia che erano morte. E invero nell'elogio della zia materna così riferisce della duplice origine di lei e di suo padre: " La stirpe materna di mia zia Giulia è nata dai re, quella paterna è collegata agli dei immortali. Infatti da Anco Marzio discendono i re Marcii, il cui nome ebbe (mia) madre, da Venere (provengono) i Giulii, della cui gente fa parte la nostra famiglia. Quindi vi è nella (mia) stirpe la sacralità dei re, che possono moltissimo tra gli uomini, e il carattere sacro degli dei, nel potere dei quali sono gli stessi re". Poi al posto di Cornelia, sposò Pompea, figlia di Quinto Pompeo, nipote di Lucio Siila, dalla quale in seguito divorziò, ritenendo che fosse stata sedotta da Publio Clodio, che si diceva fosse giunto fino a lei in pubbliche cerimonie vestito da donna