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Delphis, in dei Apollìnis tempio multae statuae, magna armorum copia, pulchrae tabulae pictae, pretiosae paterae erant. Nam ob oraculi famam, incolae ..... athletae victores coronis laureis coronabantur eorumque victoriae a claris poetis celebrabantur.
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Inizio: Bello Punico secundo dei funestis prodigiis ingentes calamitates Romanis praenuntiaverun .. Fine: Itaque irae celestium multis victimis expiatae sunt.
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Inizio: Domuisti gentes immanitate barbaras, multitudine innumerabiles, locis infinitas, ... Fine: incendimur non modo in rebus gestis sed etiam in fictis, ut eos saepe, quos numquam vidimus, diligamus!
Hai sottomesso i popoli barbari per malvagità, innumerabili per moltitudine, infiniti per luoghi, abbondanti per ogni genere di truppe; tuttavia hai vinto quelle forze, che avevano natura e condizione, tali da poter essere vinte. Infatti, non c'è nessuna forza tanto potente, che non possa essere indebolita e sbaragliata con con ferro e soldati. Vincere l'animo, moderare la vittoria, non solo innalzare l'avversario nel caso in cui giaccia eccellente per nobiltà, ingegno e valore, ma anche amplificare la sua originaria condizione, cose fatte da colui, che non giudico con somma virilità, ma molto simile a un dio. Pertanto, Caio Cesare, le tue glorie militari saranno sì celebrate dalla tradizione scritta e orale, non solo nostra, ma praticamente di tutti i popoli, e nessuna era potrà mai pensare di tacere le tue glorie. E tuttavia imprese di tal genere, non so come, anche solo a leggerle, pare che siano sopraffatte dal vociare dei soldati e dal suono delle trombe. Invece, quando noi ascoltiamo o leggiamo che qualche risultato è stato ottenuto con la clemenza, mitezza, con la moderazione e la saggezza, soprattutto nella vittoria, che per natura è eccessiva e arrogante, da quale entusiasmo non siamo presi, non solo di fronte a imprese realmente avvenute ma anche di fronte a quelle immaginarie, al punto d amare spesso persone che non abbiamo mai visto.
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Inizio: Cum in Italiam proficisceretur Caesar, Ser. Galbam cum legione XII et parte equitatus in Nantuates, Fine: Romanorum militum virtute confisus, castra defendere statuit.
Andando Cesare in Italia, mandò Servio Galba con la dodicesima legione e la cavalleria nel territorio dei Nantuati, dei Veragri e Sedoni, che raggiungono le Alpi dai territori degli Allobrogi e dal lago Lemanno. Mandò contro di loro le legioni perché voleva creare un passaggio attraverso le Alpi, dove con grande rischio erano soliti recarsi i mercanti. Galba, portate a termine con successo alcune battaglie ed espugnati diversi castelli, essendo stati mandati da lui ambasciatori da ogni dove, consegnati gli ostaggi e fatta la pace, decise di lasciare due coorti nel territorio dei Nantuati, e di passare l'inverno in un villaggio dei Veragri, che è chiamato Octoduro, con le sue restanti legioni. Egli fortificò quel luogo con un vallo e un fossato. Essendo passati diversi giorni e avendo ordinato di portare lì il frumento, Galba grazie agli esploratori fu informato che tutti i Galli di notte si erano allontanati e che i monti sovrastanti erano occupati da una moltitudine di Seduni e Veragri. Successe infatti che improvvisamente i Galli presero la decisione di riprendere la guerra e di attaccare le legioni romane. Ricevute queste notizie, Galba fu preso da una grande paura, poiché le fortificazioni non erano ancora finite e non si era nemmeno provveduto a fare sufficienti scorte di grano; alla fine però; confidando nella virtù dei soldati dei Romani, decise di difendere l'accampamento.
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Inizio: Accidit repentinum incommodum biduo quo haec gesta sunt. Tanta enim tempestas Fine: At exercitus Afrani omnibus rebus abundabat.
Dopo la battaglia di Ilerda si verificò due giorni dopo anche un'improvvisa sciagura. Si scatenò un temporale così violento, tale che mai in quei luoghi vi era stato maggiore. Inoltre, una tempesta fece sciogliere la neve da tutti i monti causando lo straripamento del fiume e in un sol giorno distrusse entrambi i ponti che Caio Fabio aveva fatto costruire. Questo fatto arrecò gravi difficoltà all'esercito di Cesare. Infatti, poiché l'accampamento si trovava tra due fiumi, il Sicori e la Cinga, distanti tra loro trenta miglia, nessuno di questi poteva essere attraversato, e inevitabilmente il suo esercito era costretti in questo spazio ristretto. Né le città che si erano alleate con Cesare potevano inviargli frumento, né coloro che si erano allontanati troppo per foraggiare potevano rientrare all'accampamento, poiché i fiumi sbarravano la strada, e neanche potevano arrivare all'accampamento i grandi approvvigionamenti provenienti dall'Italia e dalla Gallia. In più i tempi erano difficilissimi, perché il grano era lungi dall'essere maturo e non ce n'era negli accampamenti invernali. E quel grano che rimaneva, quello Cesare lo aveva consumato nei giorni precedenti; e i popoli confinanti, a causa della guerra, avevano da tempo portato via le pecore, che alla meglio potevano essere d'aiuto in caso di carestia. E i soldati che erano usciti dall'accampamento per pascolare o raccogliere provviste, quelli i Lusitani, che conoscevano la zona e per i quali era facile attraversare a nuoto il fiume, li inseguivano. E intanto l'esercito di Pompeo abbondava di ogni cosa.