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Titus Veturius et Spurius Postumius consules, bellum adversus Samnites gerentes, in insidias quas Pontius Telesinus,... apud Caudium pervenerunt, viam inter rupes arboribus ingentibusque saxis praesaeptam invenerunt.
I consoli Tito Veturio e Spurio Postumio, mentre combattevano la guerra contro i Sanniti, incapparono incautamente in un agguato che Ponzio Telesino, il comandante dei nemici, aveva astutamente ordito. Quello, infatti, inviò all’accampamento dei Romani dei finti disertori affinché riferissero ai consoli che Lucera, una città della Puglia ricchissima e fedelissima alleata di Roma, veniva assediata dai Sanniti. Appresa questa notizia, il console Spurio Postumio decise immediatamente di portare aiuto ai Lucerini con le proprie truppe. A Lucera conducevano due strade, la prima di fianco alla costa del Mare Adriatico, piana e scoperta, ma più lunga, e più sicura; la seconda attraverso le Forche Caudine, più breve, ma più pericolosa; il console scelse la più breve: e così i Romani, quando arrivarono nelle gole presso Caudio, trovarono la via fra le rupi sbarrata con degli alberi e dei grossi macigni.
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Sub imperatoris Titi regno multae fortuitae ac tristes calamitates acciderunt, ut conflagratio...cognovit, ad leniendum morbum omni divina humanaque ope usus est atque sollemnia sacrificia omnibus deis praebuit.
Sotto l’impero dell’imperatore Tito, accaddero molte calamità fortuite e funeste, come l’eruzione del monte Vesuvio in Campania e l’incendio di Roma per tre giorni e per altrettante notti, e ugualmente una grande pestilenza, che si propagò per tutta l’Italia. Durante quelle circostanze avverse tanto numerose, Tito non soltanto mostrò l'attenzione di un imperatore, ma anche la compassione di un padre: infatti, per mezzo delle parole, confortò tutti i cittadini, e, con l’azione, dette aiuto a coloro che avevano perduto tutto. Destinò alla riparazione delle città danneggiate i beni di coloro che erano deceduti nell’eruzione del Vesuvio. Dopo l’incendio di Roma, vendette tutti i decori dei suoi palazzi, ai fini del rifacimento dei templi e degli edifici pubblici, ed istituì dei funzionari affinché sovrintendessero ai lavori. Quando venne a sapere l’estensione e la gravità dell’epidemia, per alleviare la malattia si servì di ogni mezzo umano e divino, ed offrì sacrifici solenni a tutti gli dèi.
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Hannibal, postquam cum omnibus copiis ex hibernis profectus erat atque multas urbes agrosque ferro ignique popolatus erat,... Hannibal opportuno tempore proelii signum dedit omnesque Carthaginienses impetum in Romanos simul fecerunt.
Annibale, dopo che con tutte le milizie era partito dai quartieri invernale ed aveva saccheggiato a ferro e fuoco molte città e campi, arrivò attraverso l’Etruria al lago Trasimeno e fissò l’accampamento in un luogo aperto e prominente tra il lago ed i monti. Allora piazzò dietro i monti i soldati dall’armatura leggera e nascose in agguato la cavalleria presso le gole del passo, istruì la restante parte delle milizie nel campo a presidio dell’accampamento.
Intanto anche l’esercito dei Romani, sotto la guida del console Flaminio, arrivò dalla parte opposta fino al lago, superò le strettoie e, dopo che aveva attentamente osservato l’accampamento e le milizie dei nemici in campo aperto, avanzò verso i nemici. Per caso dal lago si sollevò una nebbia densa che ricoprì ogni luogo tutt’intorno. E così il console dei cartaginesi non si accorse dell’insidia; Annibale a tempo opportuno diede il segnale di battaglia e tutti i Cartaginesi attaccarono insieme contro i Romani.
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Contra Veientanos, qui rebellaverant, a senatu missus est M. Furius Camillus, postquam dictator electus erat..... Iterum extra Urbem hostes oppugnavit et devicit. Itaque Camillus appellatus est Romulus ac parens patriae conditorque alter Urbis
Contro i Veientani, che erano insorti fu mandato dal senato Furio Camillo, dopo che era stato nominato dittatore. Per prima costa egli sconfisse con un combattimento gli abitanti di Veio, poi prese anche la loro città non con un combattimento ma con uno stratagemma. Infatti, su comando del dittatore, i soldati romani scavarono un cunicolo sotto le mura della città, attraverso il quale i Romani entrarono a Veio ed in breve tempo superarono i presidi. E così Camillo mise fine alla guerra decennale ed arricchì molto Roma, perché i soldati a Veio avevano preso un ingente bottino. Dopo questa vittoria Camillo combatté una guerra contro i Fallisci e con la propria virtù costrinse Falisco, città non meno illustre, alla resa. Ma quando il dittatore arrivò in città, fu accusato da L. Apuleio, tribuno della plebe perché – come i soldati affermavano – aveva distribuito ingiustamente il bottino di Veio. Allora Camillo adiratosi abbandonò la città ma, dopo che i Galli si erano diretti verso Roma, immemore dell’invidia dei suoi cittadini, riunì un grande manipolo di Ardeati e condusse in Gallia un nuovo esercito. I Galli, poiché erano stati impaurito dall’arrivo inaspettato di Camillo, furono messi in fuga durante il primo assalto e cercarono la salvezza nella fuga. Per la seconda volta affrontò i nemici fuori dalla città e li vinse completamente. E così Camillo fu denominato “Romolo e padre della patria, ed il secondo fondatore della città”
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Aesculapius, ut ferunt, filius Apollinis erat et, quoniam medicus egregius erat, Hippolyto, Thesei filio, vitam reddere potuerat, .... Alcestis, Admeti uxor, morti se obtulit et pro eo decessit; postea Hercules ab inferis admirabilem feminam revocavit et viro reddidit.
A quanto si dice, Esculapio era un figlio di Apollo e, dato che era un medico famoso, aveva potuto rendere la vita ad Ippolito, figlio di Teseo, e per questo Giove lo colpì con un fulmine. Allora Apollo, dato che non aveva potuto vendicare su Giove la morte del figlio, annientò i Ciclopi: i Ciclopi infatti avevano procurato i fulmini a Giove. E così Giove costrinse Apollo a servire Admeto, re della Tessaglia, per un anno. Admeto accettò Apollo con liberale ospitalità e lo trattò con il massimo riguardo: per tale ragione, dopo che era caduto in una grave malattia, ricevette il responso da Apollo: “Rimarrai in vita se qualcuno vorrà morire spontaneamente in vece tua”. Dato che né il padre e né la madre avevano voluto morire per lui, Alcesti, moglie di Admeto, si offrì alla morte, e morì per lui; in seguito Eracle richiamò dagli Inferi la donna straordinaria e la restituì al marito