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I Siracusani, poiché la guerra contro i Cartaginesi diventava troppo lunga, e c'era una grande discordia riguardo alla conduzione della guerra, stabiliscono di affidare ad un unico uomo il comando supremo, e così eleggono immediatamente un tiranno. Allora il poeta Stesicoro, uomo dotto, provvisto di grande saggezza, racconta ai Siracusani questa storia: "Un tempo, nei campi, vivevano liberi, in grande concordia, cavalli, asini, cinghiali, cervi, e altrui animali, ma un giorno il cavallo arrogante, che pretendeva il potere, disse agli altri: "Io sono il signore dei campi, quindi voi mi dovete obbedire!". Il cervo e il cinghiale rifiutano risolutamente di obbedire al cavallo, allora il cavallo, che desidera vendicare il torto, chiede l'aiuto del contadino. L'uomo concede volentieri l'aiuto richiesto, ma immediatamente mette le redini al cavallo; quindi, cavalcando, incalza il cinghiale e il cervo e li uccide. In questo modo lo sciocco cavallo sconfisse gli avversari, ma ora ha un padrone e viene tormentato da un eterno giogo". Allo stesso modo, oh Siracusani – dice Stesicoro – il vostro tiranno dapprima sconfigge i Cartaginesi, vostri nemici, poi riduce in schiavitù voi!".
Quidam piscatores, prima luce in mare pisctaum egressi quia occidente sole assiduo labore defatigati
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Alcuni pescatori, usciti in mare allo spuntare dell'alba per pescare, dato che, al tramonto, spossati dall'ininterrotta fatica, non avevano preso nulla, sebbene fossero parecchio tristi, si preparavano a ritornare. Ma all'improvviso un tonno, poiché un grosso pesce lo inseguiva, sforzandosi di sfuggire al pericolo, saltò sopra la loro imbarcazione: una volta catturato il tonno, i pescatori ritornarono felici. Spesso – come la favola insegna – quello che il lavoro non ha fornito, lo fornisce la buona sorte.
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Catone, uomo onesto e serio, si guadagnò una grande gloria, sia in tempo di pace, sia in tempo di guerra. Proveniente dal municipio di Tuscolo, da giovinetto visse tra i Sabini. Da lì, su esortazione di L. Valerio Flacco, che successivamente ebbe come collega nel consolato e nella censura, si spostò a Roma, e cominciò a partecipare alla vita pubblica (lett. : "a stare nel foro"). Fu tribuno dei soldati in Sicilia. Dopo il ritorno dall'isola, combatté valorosamente presso Siena, insieme al console C. Claudio Nerone, contro Asdrubale, il fratello di Annibale, e ottenne una lode della tecnica militare. Successivamente fu questore, e poi venne eletto edile insieme a C. Elvio. In qualità di pretore, ottenne la provincia di Sardegna. Ricoprì il consolato insieme a L. Valerio Flacco, poi ottenne il proconsolato della Gallia Citeriore. Fu eletto censore insieme al medesimo Flacco, ed esercitò la magistratura in maniera severa: infatti, cacciò molti aristocratici dal senato per indegnità, e, per mezzo di una legge, combatté il lusso. Per tutta la vita fu in disaccordo con P. Cornelio Africano, che all'epoca deteneva l'egemonia tra la cittadinanza: infatti, per il bene dello Stato, non smise mai di addossarsi inimicizie. Narrò le vicende Romane nei libri che si intitolano "Le origini"; inoltre scrisse un libro sulla vita di campagna, che si intitola "Sulla coltivazione".
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Una volta che la vasta flotta dei Cartaginesi fu stata sconfitta nelle vicinanze della Sicilia, Amilcare ed Annone, i comandanti dei Cartaginesi, con gli animi abbattuti, stabilirono di chiedere la pace ai Romani: tra costoro, Amilcare affermava di non volersi recare presso i consoli, affinché non gli venissero messe le catene nel medesimo modo in cui dai Cartaginesi stessi erano state messe al console Cornelio Asina. Annone, invece, estimatore più convinto dello spirito Romano, ritenendo di potersi affidare alla lealtà dei nemici, si era diretto con la massima fiducia al colloquio con i consoli dei Romani. Alla presenza di costoro, mentre egli discuteva della fine della guerra, e della pace, e dopo che un tribuno militare ebbe detto che poteva giustamente accadergli ciò che era accaduto a Cornelio Asina, ambedue i consoli, dopo che al tribuno fu stato ordinato di tacere, dissero: O Annone la lealtà della nostra popolazione ti affranca da codesto timore.
Athenienses post acres diutinasque contentiones discordiis intestinis vexati imperium ad Solonem det
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Gli Ateniesi, dopo contese aspre e durature, tormentati dalle discordie interne, consegnarono il potere a Solone, il quale amministrò lo Stato con grande assennatezza, e dette alla cittadinanza nuove leggi, per mezzo delle quali ricompose i contrasti dei cittadini, e restituì la concordia ad Atene. Dopo di ciò, lasciò Atene, attraversò l'Asia e l'Egitto, abitò per molti anni nell'isola di Creta, e alla fine ritornò in patria. Nel frattempo, ad Atene, Pisistrato, uomo aristocratico ed esperto di arte militare, aspirava alla tirannide. Allora Solone, ormai vecchio, ma dall'intelligenza acuta, avvertiva continuamente i suoi concittadini dei fraudolenti piani di Pisistrato, e a loro diceva: O Ateniesi, se avrete prestato fiducia alle parole di Pisistrato, perderete la vostra libertà; egli, infatti, vuole diventare tiranno di Atene. Gli Ateniesi trascurarono l'avvertimento di Solone; così Pisistrato, con pochi soldati, occupò con l'inganno la rocca della città, e divenne tiranno degli Ateniesi. Egli, tuttavia, governò la città in maniera moderata, e dopo la sua morte il potere passò ai figli Ippia ed Ipparco.