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La condotta di Pausania desta sospetti Autore: Cornelio Nepote NUOVO COMPRENDERE E TRADURRE
Inviata dal primo utente senza testo latino
Pausania non solo cambiò le abitudini patrie, ma anche il modo di vivere e di vestire. S’avvaleva di una magnificenza regale, di una veste Medica; banchettava alla maniera dei Persiani; lo accompagnavano satelliti Medi ed Egiziani; non dava udienza ai richiedenti; rispondeva con superbia; comandava crudelmente. Dopo che gli Spartani vennero a conoscenza di ciò, gli inviarono degli ambasciatori che gli dicessero: “Se non ritorni a casa, sarai condannato a morte”. Sconvolto da questo messaggio, tornò a Sparta. Quando arrivò qui, fu messo nelle pubbliche prigioni dagli efori, da dove fu presto liberato. La maggior parte dei cittadini tuttavia pensava che non solo avesse un’alleanza con il re dei Persiani, ma sollecitasse anche gli Iloti con la speranza di libertà. Vi è, infatti, una categoria di gente, che è chiamata Iloti, una grande moltitudine dei quali coltiva i campi degli Spartani e adempie la funzione degli schiavi.
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Dolore per la morte di un giovane amico - Plinio il giovane versione latino Nuovo comprendere e trad
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Dolorem ex morte Iunii Aviti gravissimum cepi, quod in primo aetatis flore exstinctus est iuvenis tantae indolis, maxima consecutus, summa consecuturus, si virtutes eius maturescere potuissent. Ille in domo mea latum clavum induerat; me diligebat, me verebatur, me quasi magistro utebatur. Rarum hoc est in adulescentibus nostris; nam quis cedit vel aetati cuiusdam vel auctoritati? Adulescentes arbitrantur se statim sapere et scire omnia, nec quemquam verentur nec imitantur. Sed non Avitus, qui semper discere volebat et omnes prudentiores quam se arbitrabatur. Semper ille aliquem consulebat aut de studiis aut de officiis vitae. Secutus est ut comes Servianum (=Serviano) lagatum ex Germania in Pannoniam transeuntem. Et labores virtutesque eius et nostri sermones obversantur oculis meis. Afficior magno dolore ob mortem illius nec nunc ullam aliam cogitationem quam de eo habere possum.
Preso da un fortissimo dolore per la morte di Giulio Avito, giovane di così straordinario ingegno che si spense nel primo fiore dell’età, raggiunte moltissime cose, destinato a raggiungere il posto più alto, se la sua virtù avesse potuto maturare. Egli in casa mia aveva indossato il laticlavio, mi apprezzava, mi rispettava, mi usava quasi come un maestro; ciò è raro nei nostri adolescenti; infatti chi cede o all’età di qualcuno o all’autorità? Gli adolescenti credono di conoscersi subito e sapere tutto, non rispettano nessuno né imitano. Ma non Avito, che voleva sempre imparare e giudicava tutti più prudenti di lui. Sempre lui consultava qualcuno o sullo studio o sulla funzione della vita. Seguì come compagno il legato Serviano che passava dalla Germania in Pannonia. Provo grande dolore per la sua morte né ora qualche altro pensiero che posso avere su di lui.
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Nemo umquam mihi, Scipio, persuadebit aut patrem tuum Paulum, aut duos avos, Paulum et Africanum, aut Africani patrem, aut patruum, aut multos praestantis viros quos enumerare non est necesse, tanta esse conatos, quae ad posteritatis memoriam pertinerent, nisi animo cernerent posteritatem ad se ipsos pertinere. Anne censes, ut de me ipse aliquid more senum glorier, me tantos labores diurnos nocturnosque domi militiaeque suscepturum fuisse, si eisdem finibus gloriam meam, quibus vitam, essem terminaturus? Nonne melius multo fuisset otiosam et quietam aetatem sine ullo labore et contentione traducere? Sed nescio quo modo animus erigens se posteritatem ita semper prospiciebat, quasi, cum excessisset e vita, tum denique victurus esset. Quod quidem ni ita se haberet, ut animi inmortales essent, haud optimi cuiusque animus maxime ad inmortalitatem et gloriam niteretur.
Nessuno mi convincerà mai, Scipione, che tuo padre, Paolo, i tuoi due nonni, Paolo e l'Africano, il padre dell'Africano, suo zio o molti uomini di spicco, che non è il caso di enumerare, intrapresero azioni così grandi da mirare al ricordo della posterità senza pensare che la posterità potesse riguardar loro. O forse pensi che, per vantarmi un pò come fanno i vecchi, mi sarei accollato tante incombenze di giorno e di notte, in pace e in guerra, se avessi dovuto circoscrivere la mia gloria entro gli angusti confini della vita? Non sarebbe stato molto meglio passar la vita nella calma e nel riposo, al di fuori di fatiche e di lotte? Ma, non so come, il mio animo, levandosi in alto, si affacciava sempre sulla posterità come se, una volta dipartitosi dalla vita, avesse dovuto finalmente vivere. Se poi non fosse vero che le anime sono immortali, le anime di tutti i migliori non aspirerebbero quanto più possono all'immortalità e alla gloria.
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Strato medicus domi Sassiae furtum fecit et caedem eiusmondi... ...aperte insimulato stratone, puer (=serv) ille conscius pertimuit, rem omnem dominae indicavit; homines in piscina inventi sunt, strato in vincula coniectus est.
Il medico Strabone compì un furto in casa di Sassia ef un’uccisione di questa maniera. Poichè vi era un armadio in casa, nel quale sapeva che ci stavano alcune monete e dell’oro, di notte uccise due servi che stavano dormendo e (le) nascose in piscina. Egli stesso poi aprì il fondo della cassa e rubò sia monete sia 5cinque libre d’oro, con la complicità di un servo. Scoperto il furto il giorno seguente, ogni sospetto era indotto nei confronti di quei servi che non si facevano vedere. Quando risultava evidente quella asportazione del fondo dell’armadio, gli uomini cercavano in che modo fosse potuto accadere. Uno degli amici di Sassia si ricordò che poco prima aveva visto durante una vendita pubblica tra le cose di poco valore che una piccola sega ricurva, dentellata da ogni parte e sinuosa, veniva venduta; con la quale sembrava che quell’armadio avrebbe potuto essere tagliato in quel modo. Gli esattori scoprirono che quella piccola sega era stata assegnata a Stratone, quel servo complice ebbe molta paura, svelò ogni cosa alla padrona; gli uomini furono trovati nella piscina, Stratone fu costretto in catene (fu messo in carcere)
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Un Tarentino risponde argutamente a Pirro Eutropio Comprendere e Tradurre pag. 598 N°1
Cum a Romanis bellum Tarentinis indictum esset, quod legatis iniuram fecisset, illi arbitrati se suis viribus Romanorum impetum sustnère non posse, legatos ad Pyrrhum, Epirorum regem, misèrunt petituros ut sibi in bello autiliaretur. Tum Pyrrhus cum magno et forti exercitu in Italiam venit. Sed cum bellum diutius traheretur quam Tarentini arbitrati erant, alienatio(= il malumore) hominum in regem magna esse coepit(=cominciò). Olim igitur accidit ut in convivo iuvenes quidam eum insectarentur: dicebant regem Tarentum venisse dominaturum, quare fortunam(=destino) suam miserabantur, deos obtestantes et precantes ut regis perfidiam punirent. Quod rex cum audivisset, unum ex iuvenibus arcessivit atque percontatus est quidnam in convivio dixissent. Tarentinus iocando(=scherzando) se periculo liberavit
Dal momento che dai Romani era stata dichiarata guerra ai Tarentini, perché avevano fatto un oltraggio agli ambasciatori, quelli, ritenendo di non poter resistere all’attacco dei Romani con le proprie forze, inviarono ambasciatori a Pirro, re dell’Epiro, per chiedergli di aiutarli in guerra. Allora Pirro giunse in Italia con un esercito grande e forte. Ma, poiché la guerra si trascinava più a lungo di quanto i Tarentini pensassero, il malumore degli uomini nei confronti del re cominciò ad essere notevole. Una volta, dunque, avvenne che in un banchetto alcuni giovani si accanissero contro di lui: dicevano che il re era venuto a Taranto per comandare, perciò deploravano il suo destino, chiamando a testimoni gli dei e supplicandoli di punire la slealtà del re. Dopo che il re ebbe udito ciò, fece chiamare uno dei giovani e gli domandò che cosa avesse detto nel banchetto. Il Tarentino, scherzando, si liberò dal pericolo: “O re, abbiamo detto molte parole -disse- anche ingiuriose nei tuoi riguardi, ma non so perché ti meravigli; infatti scherzavamo tra le coppe (di vino) e avremmo detto insulti anche più gravi, se il vino non fosse venuto meno”.