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Deum maxime Mercurium colunt. Huius sunt plurima simulacra: hunc omnium inventorem artium ferunt, hunc viarum atque itinerum ducem, hunc ad quaestus pecuniae mercaturasque habere vim maximam arbitrantur. Post hunc Apollinem et Martem et Iovem et Minervam. De his eandem fere, quam reliquae gentes, habent opinionem: Apollinem morbos depellere, Minervam operum atque artificiorum initia tradere, Iovem imperium caelestium tenere, Martem bella regere. Huic, cum proelio dimicare constituerunt, ea quae bello ceperint plerumque devovent: cum superaverunt, animalia capta immolant reliquasque res in unum locum conferunt. Multis in civitatibus harum rerum exstructos tumulos locis consecratis conspicari licet; neque saepe accidit, ut neglecta quispiam religione aut capta apud se occultare aut posita tollere auderet, gravissimumque ei rei supplicium cum cruciatu constitutum est.
Il dio più venerato è Mercurio: ne hanno moltissimi simulacri. Lo ritengono inventore di tutte le arti, guida delle vie e dei viaggi, credono che, più di ogni altro, abbia il potere di favorire i guadagni e i commerci. Dopo di lui adorano Apollo, Marte, Giove e Minerva. Su tutti questi dèi la pensano, all'incirca, come le altre genti: Apollo guarisce le malattie, Minerva insegna i principi dei lavori manuali, Giove è il re degli dèi, Marte governa le guerre. A quest'ultimo, in genere, quando decidono di combattere, offrono in voto il bottino di guerra: in caso di vittoria, immolano gli animali catturati e ammassano il resto in un unico luogo. Nei territori di molti popoli è possibile vedere, in zone consacrate, tumuli costruiti con tali spoglie. E ben di rado accade che uno, sfidando il voto religioso, osi nascondere a casa sua il bottino o sottrarre qualcosa dai tumuli: per una colpa del genere è prevista una morte terribile tra le torture.
Dal libro ORNATUS
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Ad nullam igitur earum rerum quae sensu accipiuntur divinatio adhibetur. Atqui ne in iis quidem rebus quae arte tractantur divinatione opus est. Etenim ad aegros non vates aut hariolos, sed medicos solemus adducere; nec vero qui fidibus aut tibiis uti volunt ab haruspicibus accipiunt earum tractationem, sed a musicis. Eadem in litteris ratio est reliquisque rebus, quarum est disciplina. Num censes eos, qui divinare dicuntur, posse rispondere, sol maiorne quam terra sit an tantus quantus videatur, lunaque suo lumine an solis utatur? sol, luna quem motum habeat? quem quinque stellae, quae errare dicuntur? Nec haec qui divini habentur profitentur se esse dicturos, nec eorum, quae in geometria describuntur, quae vera, quae falsa sint: sunt enim ea mathematicorum, non hariolorum.
Non c'è bisogno della divinazione, d'altronde nemmeno in ciò che è còmpito dell'attività intellettuale e pratica. Al capezzale dei malati non siamo soliti chiamare profeti o indovini, ma medici. Né quelli che vogliono imparare a suonare la cetra o il flauto ne apprendono la tecnica degli arùspici, ma dai musicisti. Lo stesso ragionamento vale per le lettere e per tutte le altre materie che sono oggetto d'insegnamento. Credi forse che quelli che hanno fama di essere indovini siano capaci di dire se il sole sia più grande della terra o tanto grande quanto lo vediamo, e se la luna risplenda di luce propria o riflessa dal sole? quale movimento abbiano il sole e la luna? quali le cinque stelle che chiamiamo erranti? Quegli stessi che son ritenuti indovini non presumono di saper dire queste cose, né di pronunciarsi sulla verità o falsità delle nozioni acquisite mediante figure geometriche: queste son cose di pertinenza dei matematici, non dei profeti
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L'inverno e la primavera
versione latino traduzione libro
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Nella stagione dell'inverno vi sono giorni previ e bui, al contrario notti lunghe. Al mattino il sole sorge tardi e la densa nebbia nasconde la bellezza della terra. Fino a mezzogiorno spesso l'aria umida e la nebbia densa rimangono nella pianura e sui colli e tolgono ogni aspetto delle cose agli uomini. Inoltre l'aria è fredda e spesso gli uomini lavorano con la neve e il ghiaccio. Anche ora lavorano per la situazione invernale. L'aspetto della campagna è squallido, le pianure sono aride, i campi e i prati abbandonano il piacevole aspetto. Così la serie di tristi giorni è lunga, ma improvvisamente ritorna la primavera. L'asprezza dell'aria e del cielo si ammorbidisce, nascondono piccole foglie dai rami degli alberi, nuovi fiori con paura ornano la pianura con vari colori, il sole splende fulgido in cielo, tutti riprendono vigore. Anche ora la speranza torna e infonde letizia negli animi. Infatti la vita e il vigore della natura sono anche la vita e il vigore agli uomini.
Hiemis tempore dies breves et obscuri sunt, noctas contra longae...
Fine: ...t. Nam vita et vigor naturae etiam hominibus vita et vigor sunt
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Themistocles fertur Seriphio cuidam in iurgio respondisse, cum ille dixisset non eum sua, sed patriae gloria splendorem adsecutum: 'Nec hercule, ' inquit, 'si ego Seriphius essem, nec tu, si Atheniensis clarus umquam fuisses. ' Quod eodem modo de senectute dici potest. Nec enim in summa inopia levis esse senectus potest ne sapienti quidem, nec insipienti etiam in summa copia non gravis. Aptissima omnino sunt, Scipio et Laeli, arma senectutis artes exercitationesque virtutum, quae in omni aetate cultae, cum diu multumque vixeris, mirificos ecferunt fructus, non solum quia numquam deserunt, ne extremo quidem tempore aetatis (quamquam id quidem maximum est), verum etiam quia conscientia bene actae vitae multorumque bene factorum recordatio iucundissima est. Ego Q. Maximum, eum qui Tarentum recepit, senem adulescens ita dilexi, ut aequalem; erat enim in illo viro comitate condita gravitas, nec senectus mores mutaverat. Quamquam eum colere coepi non admodum grandem natu, sed tamen iam aetate provectum. Anno enim post consul primum fuerat quam ego natus sum, cumque eo quartum consule adulescentulus miles ad Capuam profectus sum quintoque anno post ad Tarentum. Quaestor deinde quadriennio post factus sum, quem magistratum gessi consulibus Tuditano et Cethego, cum quidem ille admodum senex suasor legis Cinciae de donis et muneribus fuit. Hic et bella gerebat ut adulescens, cum plane grandis esset, et Hannibalem iuveniliter exsultantem patientia sua molliebat; de quo praeclare familiaris noster Ennius: Unus homo nobis cunctando restituit rem, Noenum rumores ponebat ante salutem: Ergo plusque magisque viri nunc gloria claret. Tarentum vero qua vigilantia, quo consilio recepit! cum quidem me audiente Salinatori, qui amisso oppido fugerat in arcem, glorianti atque ita dicenti; 'Mea opera, Q. Fabi, Tarentum recepisti, ' 'Certe, ' inquit ridens, 'nam nisi tu amisisses numquam recepissem
Per esempio, si racconta che Temistocle, in un litigio, abbia risposto a uno di Serifo che gli rimproverava di aver raggiunto lo splendore per gloria non sua, ma della patria: «Mai, perdio, disse, sarei diventato famoso se fossi di Serifo, ma nemmeno tu, se fossi di Atene». Altrettanto si può dire della vecchiaia: nella più grande povertà non può essere leggera neppure per il saggio, per lo stolto non può essere pesante anche nella più grande ricchezza. Le armi in assoluto più idonee alla vecchiaia, cari Scipione e Lelio, sono la conoscenza e la pratica delle virtù che, coltivate in ogni età, dopo una vita lunga e intensa, producono frutti meravigliosi non solo perché non vengono mai meno, neppure al limite estremo della vita - cosa di per sé importantissima -, ma anche perché la coscienza di una vita spesa bene e il ricordo di molte buone azioni sono una grandissima soddisfazione. come a un coetaneo, volli bene, io giovane lui vecchio, a Quinto Massimo, il riconquistatore di Taranto. C'era in quell'uomo grande una severità condita dall'affabilità e la vecchiaia non aveva cambiato il suo carattere. Veramente, iniziai a rendergli onore quando non era molto anziano, ma tuttavia già avanti negli anni: era stato console per la prima volta l'anno successivo alla mia nascita e, quando lo fu per la quarta volta, partii con lui - ero un giovincello - come soldato semplice per Capua e cinque anni dopo per Taranto. Divenuto questore, esercitai tale magistratura sotto il consolato di Tuditano e Cetego quando lui, ormai molto vecchio, sosteneva la legge Cincia «sui doni e le ricompense». Sapeva al tempo stesso combattere come un ragazzo nonostante l'età molto avanzata e fiaccare con la pazienza un Annibale pieno di ardore giovanile. Di lui scrisse magnificamente il mio amico Ennio: «Un solo uomo, temporeggiando, salvò la nostra patria; non anteponeva il mormorar della gente al bene pubblico. Così, risplende e sempre più risplenderà la sua gloria. » E Taranto, con che instancabilità, con che intelligenza la riprese! In tale occasione con le mie orecchie lo sentii ribattere a Salinatore che, persa la città, si era rifugiato nella rocca e si gloriava con queste parole: «Per opera mia, Quinto Fabio, hai ripreso Taranto!» «Certo!» rispose ridendo. «Se tu non l'avessi persa io non l'avrei mai ripresa!»
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Interim cum sciret Clodius - neque enim erat difficile scire - iter sollemne, legitimum, necessarium ante diem xiii. Kalendas Februarias Miloni esse Lanuvium ad flaminem prodendum, Roma subito ipse profectus pridie est, ut ante suum fundum, quod re intellectum est, Miloni insidias conlocaret. Atque ita profectus est, ut contionem turbulentam, in qua eius furor desideratus est, relinqueret, quam nisi obire facinoris locum tempusque voluisset, numquam reliquisset. Milo autem cum in senatu fuisset eo die, quoad senatus est dimissus, domum venit; calceos et vestimenta mutavit; paulisper, dum se uxor (ut fit) comparat, commoratus est; dein profectus id temporis cum iam Clodius, si quidem eo die Romani venturus erat, redire potuisset. Ob viam fit ei Clodius, expeditus, in equo, nulla raeda, nullis impedimentis; nullis Graecis comitibus, ut solebat; sine uxore, quod numquam fere: cum hic insidiator, qui iter illud ad caedem faciendam apparasset, cum uxore veheretur in raeda, paenulatus, magno et impedito et muliebri ac delicato ancillarum puerorumque comitatu. Fit ob viam Clodio ante fundum eius hora fere undecima, aut non multo secus. Statim complures cum telis in hunc faciunt de loco superiore impetum: adversi raedarium occidunt. Cum autem hic de raeda reiecta paenula desiluisset, seque acri animo defenderet, illi qui erant cum Clodio, gladiis eductis, partim recurrere ad raedam, ut a tergo Milonem adorirentur; partim, quod hunc iam interfectum putarent, caedere incipiunt eius servos, qui post erant: Ex quibus qui animo fideli in dominum et praesenti fuerunt, partim occisi sunt, partim, cum ad raedam pugnari viderent, domino succurrere prohiberentur, Milonem occisum et ex ipso Clodio audirent et re vera putarent, fecerunt id servi Milonis - dicam enim aperte, non derivandi criminis causa, sed ut factum est - nec imperante nec sciente nec praesente domino, quod suos quisque servos in tali re facere voluisset.
Intanto quando Clodio venne a sapere, - e non era difficile saperlo, - che, secondo la legge, Milone entro il 18 gennaio doveva necessariamente compiere il viaggio annuale a Lanuvio, poiché ne era supremo magistrato, per eleggere il flàmine, partì immediatamente da Roma il giorno innanzi con l'intenzione, come si capì dallo svolgimento dei fatti, di tendere un agguato a Milone davanti al proprio podere. E partì così in fretta da abbandonare una riunione assai animata, che si stava svolgendo proprio in quel giorno, nel corso della quale si sentì la mancanza del suo vigore polemico; non l'avrebbe mai lasciata se non avesse voluto approfittare del momento e dell'occasione opportune per il suo piano criminoso. Milone, dal canto suo, dopo essere stato quel giorno in senato finché l'assemblea fu sciolta, tornò a casa, cambiò i calzari e gli abiti, poi aspettò un poco mentre la moglie, come accade, terminava di prepararsi, infine partì a un'ora tale che Clodio avrebbe potuto già essere di ritorno, se mai in quel giorno avesse voluto tornare a Roma. Gli si fa incontro, libero da ogni impaccio, Clodio a cavallo: niente carrozza, né bagagli, neanche, come era solito, i compagni di viaggio di origine greca, non c'era neppure la moglie, cosa che non capitava quasi mai. Questo assalitore, invece, che avrebbe organizzato quel viaggio con il solo scopo di fare una strage, procedeva sul carro in compagnia della moglie, avvolto in un mantello, impacciato da un grande e lento séguito femminile di ancelle e giovinetti. Si imbatte in Clodio dinanzi al suo podere all'incirca alle cinque del pomeriggio e immediatamente da una collinetta parecchi uomini armati di pugnale si slanciano contro di lui; altri, attaccando di fronte uccidono il conducente del carro. Milone, allora, gettato dietro le spalle il mantello, salta giù dalla vettura e si difende accanitamente; quelli che stavano con Clodio, sguainate le spade, in parte tornano di corsa alla carrozza per assalire Milone alle spalle, altri, invece, poiché lo credevano già morto, incominciano ad ammazzare i suoi schiavi, che chiudevano la fila. E di costoro, che erano stati d'animo coraggioso e fedele nei confronti del padrone, una parte fu trucidata; altri, invece, vedendo che era scoppiata una rissa intorno al carro, ma si impediva loro di portare aiuto al loro signore, convinti che Milone fosse stato ucciso davvero - lo avevano sentito dire da Clodio in persona -, questi servi di Milone dunque, (parlerò in tutta franchezza, non per eludere l'accusa, ma secondo i fatti), senza che il padrone lo ordinasse, senza che fosse presente, senza che lo sapesse, fecero quanto ciascuno avrebbe desiderato dai suoi uomini in una simile circostanza.
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