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Le oche salvano il campidoglio - versione latino
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compact discere - maiorum lingua - Expedite e
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1. Traduzione dal libro compact discere
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Il re Ciro e la regina Tamiri versione latino Giustino
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Inizio: Cyrus, persarum rex, subacta Asia et universo oriente, Scythis bellum indixit
Fine: Ita Sythae prius ebrietate quam bello victi sunt.
Ciro, re dei persiani sottomessa l'Asia e tutto l'oriente fece una guerra contro gli Sciti. Allora la regina degli Sciti era Tamiri, che per niente intimorita dall'arrivo dei nemici, ritenne che sarebbe stata più agevole per gli Sciti una battaglia dentro i confini del suo regno. Perciò, benchè potesse proibirlo, permise ai nemici il guado del fiume Oasse. Così Ciro passò il guado (guadò)con tutte le sue truppe il fiume e collocò l'accampamento nella Scizia. Il giorno seguente, quindi, provata la paura, il re spostò l'accampamento ma lasciò in quel posto una grande quantità di vino e di quei cibi che erano necessari ai banchetti. Dopo che questo fatto era stato riferito alla regina, questa mandò il figlio con una terza parte delle truppe per inseguire (affinchè inseguisse) il re. Quando il ragazzo arrivò all'accampamento di Ciro ignaro di tattica militare (nel senso: senza badare alla tattica militare), consentì ai suoi soldati indotti dalla voluttà e ignari dei nemici di ubriacarsi. Venuto a sapere ciò durante la notte Ciro tornò (a quell'accampamento), aggredì improvvisamente gli ubriachi e uccise tutti gli Sciti, compreso il figlio della regina. Così gli Sciti furono sconfitti prima dall'ubriachezza che dalla guerra.
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Nullum vitium taetrius est, ut eo, unde digressa est, referat se oratio, quam avaritia, praesertim in principibus et rem publicam gubernantibus. Habere enim quaestui rem publicam non modo turpe est, sed sceleratum etiam et nefarium. Itaque, quod Apollo Pythius oraclum edidit, Spartam nulla re alia nisi avaritia esse perituram, id videtur non solum Lacedaemoniis, sed etiam omnibus opulentis populis praedixisse. Nulla autem re conciliare facilius benivolentiam multitudinis possunt ii, qui rei publicae praesunt, quam abstinentia et continentia.
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Nullum vitium taetrus est quam avaritia, praesertim in princibus et rem publicam ...
L'avidità negli uomini di stato
versione latino Cicerone
Traduzione dal libro latino dibase
Nessun vizio, è più vergognoso (per riportare il discorso là donde si è allontanato), dell'avidità, soprattutto nei capi e negli amministratori di uno Stato. Considerare, difatti, lo Stato come fonte di guadagno non solo è vergognoso, ma anche scellerato ed empio. Perciò quell'oracolo proferito da Apollo Pizio, e cioè che Sparta non sarebbe perita per nessun'altra causa se non per l'avidità, mi sembra che sia stato predetto non solo per gli Spartani, ma anche per ogni popolo ricco. Coloro che sono a capo di uno Stato non possono con alcun altro mezzo procacciarsi più facilmente la benevolenza della moltitudine che con l'integrità morale e la moderazione.
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Nullum vitium taetrus est quam avaritia, praesertim in princibus et rem publicam ...
Nessun vizio è più vergognoso dell'avidità, soprattutto nei capi e negli amministratori di uno Stato. Considerare, difatti, lo Stato come fonte di guadagno non solo è vergognoso, ma anche scellerato ed empio. Perciò quell'oracolo che proferì Apollo Pizio, e cioè che Sparta non sarebbe perita per nessun'altra causa se non per l'avidità, mi sembra che sia stato predetto non solo per gli Spartani, ma anche per ogni popolo ricco. Coloro che sono a capo di uno Stato non possono con alcun altro mezzo procacciarsi più facilmente la benevolenza della moltitudine che con l'integrità morale e la moderazione.
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Quod erat optandum maxime, iudices, et quod unum ad invidiam vestri ordinis infamiamque iudiciorum sedandam maxime pertinebat, id non humano consilio, sed prope divinitus datum atque oblatum vobis summo rei publicae tempore videtur. Inveteravit enim iam opinio perniciosa rei publicae, vobisque periculosa, quae non modo apud populum Romanum, sed etiam apud exteras nationes, omnium sermone percrebruit: his iudiciis quae nunc sunt, pecuniosum hominem, quamvis sit nocens, neminem posse damnari. Nunc, in ipso discrimine ordinis iudiciorumque vestrorum, cum sint parati qui contionibus et legibus hanc invidiam senatus inflammare conentur, reus in iudicium adductus est C. Verres, homo vita atque factis omnium iam opinione damnatus, pecuniae magnitudine sua spe et praedicatione absolutus. Huic ego causae, iudices, cum summa voluntate et expectatione populi Romani, actor accessi, non ut augerem invidiam ordinis, sed ut infamiae communi succurrerem. Adduxi enim hominem in quo reconciliare existimationem iudiciorum amissam, redire in gratiam cum populo Romano, satis facere exteris nationibus, possetis; depeculatorem aerari, vexatorem Asiae atque Pamphyliae, praedonem iuris urbani, labem atque perniciem provinciae Siciliae
Traduzione letterale:
Sembra, giudici, che ciò che bisognava desiderare moltissimo, e cioè la sola cosa che mirava soprattutto a sedare l'invidia del vostro ordine e l'infamia dei processi, è stata concessa non grazie ad un consiglio umano, ma per effetto divino e vi è stata offerta nel momento più importante dello stato. Infatti l'opinione, che si è divulgata nel discorso comune non solo presso il popolo romano, ma anche presso le nazioni esterne, dannosa per lo stato, e pericolosa per voi, ha già preso piede, conformemente a questi giudizi che ora sussistono, che nessun uomo pericoloso, anche se sia nocivo, può essere condannato. Ora, in questo stesso momento supremo dell'ordine e dei vostri processi, essendo pronti coloro che vorrebbero con le adunanze e con le leggi tentare d'infiammare quest'invidia del senato, è stato condotto in giudizio come responsabile C. Verre, uomo condannato già dall'opinione generale per il modo di vivere e per i fatti, assolto in base alla speranza e alla predicazione grazie alla sua grandezza di denaro. Io mi sono accostato a tale processo, giudici, con somma volontà e riguardo del popolo romano come attore, non per accrescere l'invidia dell'ordine, ma per rimediare alla comune infamia. Ho ho infatti trascinato un uomo in cui possiate riconciliare la valutazione dei giudizi venuta meno, ritornare in grazia con il popolo romano, fare abbastanza per le nazioni esterne: dilapidatore dell'erario, vessatore dell'Asia e della panfilia, predone del diritto urbano, flagello e rovina della provincia della Sicilia.
(By Maria D. )
Traduzione libera:
L'occasione che ardentemente speravamo, o giudici, l'occasione unica e sola adatta a stornare l'antipatia verso la vostra classe e il discredito in cui versano le istituzioni giuridiche, vi è dato, anzi come dire concesso e non per un'iniziativa umana, ma quasi dal volere divino - in un momento assai critico per lo Stato. Oramai, si è ben radicata l'opinione, non solo tra il popolo romano, ma anche fra gli altri popoli (cosa) dannosissima per lo Stato, e altresì pericolosa per voi - secondo la quale, vigendo questo sistema giudiziario, un uomo ricco, per quanto colpevole, non sia passibile d'accusa. Ora, invece, in questo esatto momento - così cruciale per voi e per le istituzioni giuridiche - mentre c'è chi s'industria, con assemblee e proposte di legge, a rinfocolare quest'odio contro il senato, viene condotto sotto accusa C. Verre, un uomo già condannato dalla pubblica opinione per via della sua vita trascorsa nell'illecito, ma che - secondo le sue affermazioni aleatorie è stato già prosciolto, in virtù delle sue disponibilità finanziarie. Io, allora, mi arrogo questa causa, assecondando la volontà e l'aspettazione del popolo di Roma, non al fine di accrescere l'odio verso il senato, ma per scongiurare il generale discredito. Infatti, ho portato sul banco degli imputati un uomo, che vi offre la possibilità di recuperare il credito perduto nei confronti della giustizia, di riconciliarvi col popolo romano, di soddisfare le nazioni estere; (uno) che si è macchiato di ruberie all'erario, vessatore dell'Asia e della Panfila, che ha approfittato della sua carica amministrativa di pretore, peste e rovina della provincia siciliana.
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Si fructus oleraque diu servare vultis, haec praecepta Apicii, clari Romani coqui, attente legite. Ut mala et mala granata diu durent, in aquam calidam ferventem paulisper merge et statim suspende. Ut mala cydonia serves, lege mala integra cum ramulis foliisque, in vasa repone et melle suffunde: diu durabunt. Ut ficos, pruna, pira cerasa diu serves, omnes fructus cum petiolis delige, postea magna cum diligentia singulariter deterge ac in mel repone. Olera ut diu durent non satis matura colligantur atque in vas piceatum reponantur: sic diu servabuntur. Citria, autem, ut serves, in vasa singula repone ac gypsa. Ut diu durent persica, elige persica integra pulchraque et in muriam merge. Postero die ea. Si nullum paeceptum neglexeris persica diu durabunt.
Se volete conservare frutta e verdura a lungo, leggete attentamente questi precetti di Apicio, famoso cuoco romano. Affinché mele e melagrani durino; a lungo, immergi(li) nell'acqua bollente per un po’ e appena dopo tira(li) fuori. Per conservare le mele cotogne, raccogli (sott. solo) mele genuine insieme con ramoscelli e foglie, metti(le) in otri e cospargi(le) con il miele: si conserveranno a lungo. Per conservare a lungo i fichi, le prugne, le pere e le ciliegie, cogli tutti i frutti insieme con i loro gambi, quindi pulisci(li) singolarmente con estrema cura e immergi(li) nel miele. Per conservare le verdure a lungo, devono essere raccolte ancora non sufficientemente mature e riposte in un otre chiuso con la pece: in questo modo, si conserveranno a lungo. Per conservare i cetrioli, invece, metti(li) in vasi a uno a uno e chiudi(li) col gesso. Per far si che le pesche si conservino a lungo, scegli pesche genuine e di bell’aspetto, e immergi(le) in salamoia. Se non trascurerai alcun precetto, le pesche si conserveranno a lungo.