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Romae multae deae honorantur: Iuno deorum regina et Iovis uxor Diana Minerva et Vesta. Diana silvarum et ferarum regina est et pharetra sagittisque in umbrosis silvis feras necat. Minerva galea et hasta ornata non solum sapientiae dea est sed etiam pugnarum. Vesta domesticae vitae dea honoratur rosarum et violarum coronis a matronis et puellis. Iuno Diana Minerva et Vesta etiam in Graecia honorantur sed alio nomine: a Graecis enim appellantur Hera Artemis Athena et Hestia. Athena nomen dedit Athenis quare Athenarum incolae deam honorant ut patronam urbis. Athenae etiam Musarum dearum artium patria sunt. Poetae a Musis inflantur et claras athletarum victorias carminibus celebrant: quare poetae Musas amant et Musis amantur.
A Roma vengono onorate molte dee: Giunone, la regina delle dee e moglie di Giove, Diana, Minerva e Vesta. Diana è la regina del bosco e degli animali selvatici e uccide gli animali con la faretra e le frecce nella foresta ombrosa. Minerva, ornata di elmo e asta, non è solo la dea della sapienza, ma anche della guerra. Vesta, la dea della vita quotidiana, è onorata dalle matrone e dalle ragazze con corone di rose e viole. Giunone, Diana, Minerva e Vesta sono onorate anche in Grecia, ma con un nome diverso: dai Greci infatti sono chiamate Era, Artemide, Atena e Vesta. Atena diede il nome ad Atene, per questo gli abitanti di Atene onorano la dea come patrona della città. Atene è anche la patria della muse, dee delle arti. I poeti sono ispirati dalle muse e celebrano con canti le vittorie degli atleti: per questo i poeti amano le muse e dalle muse sono amati.
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Cum Tyri rex Mutgo decessurus esset, filium Pygmalionem et Elissam, quam alii Didonem vocant, insignis formae virginem, heneredes instituit. Sed populus Pygmalioni, sedecim annorum puero, regnum tradidit. Elissa Acerbae, avunculo suo, sacerdoti Herculis, qui honos secundus post regem erat, nubit. Huic magnae, sed dissimulatae, divitiae erant: aurum, metu regis, non tectis sed terrae crediderant; quam rem etsi homines ignorabant, fama tamen loquebatur. Quarum cupiditate incensus, Pygmalion, iuris humani oblitus, avunculum suum sine respectu pietatis occidit. Elissa, diu fratrem propter hoc scelus adversata, ad postremum, dissimulato odio mitigatoque interim vultu, fugam tacite molitur, adsumptis quibusquam principibus civitatis in societatem, quorum interesse arbitrabatur regem interimere vel, ob regis odium, ab urbe fugere.
Cum his fugae sociis ad africae litus appulit ibique novam urbem condidit, quam Carthaginem appellavit. Il re Mutto di Tiro, in punto di morte, indicò come eredi il figlio Pigmalione ed Elissa, altrimenti detta Didone, fanciulla di straordinaria bellezza. Ma il popolo assegnò il potere al sedicenne Pigmalione. Elissa (da parte sua) sposa Acherba, suo zio, sacerdote di Ercole, che ricopriva dopo il re la carica più importante del regno. Costui possedeva un ricco tesoro, ma nascosto; (infatti) per timore del re, (Sicheo) non teneva l'oro in casa, ma sottoterra; e sebbene non si fosse sicuri di questo fatto , tuttavia se ne era sparsa la voce. Accecato dall'avidità di (possedere) quelle ricchezze, Pigmalione, disdegnando l'umana legge e senza rispetto per i sacri legami della parentela, fece uccidere suo zio . Elissa, dopo essersi a lungo ribellata al fratello a motivo di questo delitto, alla fine - mostrando buon viso a cattivo gioco - progetta una fuga di nascosto, alleandosi con taluni maggiorenti della città, ch'ella riteneva (come lei) disposti ad uccidere il re e a fuggire dalla città, a causa dell'odio del re. Con questi compagni di fuga approdò sulla costa dell'africa e qui fondò una nuova città che chiamò Cartagine
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In campagna si vive meglio e senza stress
versione latino Plinio il Giovane traduzione
libro Littera Litterae 2C pagina 304 e
libro nuovo comprendere e tradurre numero 3 pagina 193
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Lycurgus, ut Lacedaemones frugalex in vescendo esset, lege statuit ut divites et pauperes simul in publico cenarent. His legibus et institutis constituendis in animo habuit coercere in divitibus libidinem divitias ostendi, in pauperibus studium potentores aemulandi. Quae lex ei apud multos invidiam peperit. Nam divites, contra eum irati, Lycurgum in foro ambulantem lapidibus aggressi sunt. Cum, salutis petendae spe, in templum currendo confugisset, a quodam Alexandro, homine intemperanti et iracundo, fuste percussus et oculo vulneratus est. Tunc, cum eum cruore respersum vidissent, cives, misericordia molti, Alexandrum arripuerunt et Lycurgo puniendum tradiderunt. At ille facultatem ulciscendi non adhibuit, immo Alexandrum domo sua accepit ut opportunitas ei daretur moderationis et temperantiae ediscendae.
Licurgo, essendo i lacedemoni frugali nel cibarsi, stabilì con una legge che ricchi e poveri mangiassero insieme in pubblico. Stabilite queste leggi e regolamenti ebbe in animo di costringere nei ricchi il desiderio di mostrare le ricchezze, nei poveri lo sforzo di emulari quelli più potenti. Tale legge generò a lui invidia presso molti. Infatti i ricchi, irati contro di lui, aggredirono con pietre Licurgo che camminava nel foro. Essendosi rifugiato correndo nel tempio con la speranza di ottenere la salvezza, fu percosso fortemente e ferito agli occhi da un certo Alessandro, uomo intemperante e iracondo. Allora avendo visto che quello perdeva sangue, i cittadini, mossi da misericordia, presero Alessandro e lo affidarono a Licurgo perché fosse punito. Ma quello non scelse la facoltà di vendicarsi, accolse anzi a casa sua Alessandro perché a quello fosse data l'opportunità di apprendere la moderazione e la temperanza
da altro libro diversa (stesso titolo)
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Nusquam est is, qui ubique est. In peregrinatione vitam agentibus hoc evenit, ut multa hospitita habeant, nullas amicitias. Necesse est idem accidere iis qui nullius se ingenio familiariter applicant, sed omnia cursim et properantes transmittunt. Non prodest cibus, qui statim sumptus emittitur. Nihil sanitatem impedit aeque ac remediorum crebra mutatio. Non venit vulnus ac cicatricem, in quo crebre medicamenta temptantur. Non convalescit planta quae saepe transfertur. Librorum multitudo animum distrahit.
Colui che è dovunque, non è in nessun luogo. A coloro che trascorrono la vita in vagabondaggi succede questo, di avere molti rapporti ospitali e nessuna amicizia. La stessa cosa è inevitabile che accada a coloro i quali non si applicano a fondo allo studio di nessuno, ma affrettandosi e alla svelta passano oltre tutte le cose. Non giunge alla cicatrice una ferita nella quale frequentemente sono messi alla prova medicinali. Una pianta che è spesso spostata non cresce. Una multitudine di libri distrae la coscienza. Mangiare molte cose è proprio di uno stomaco viziato: ma al saggio non sfugge che molti e variati cibi guastano, non nutrono.