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Laudare oratore veteres iustum est. Ii qui crimina diluere dilucide …
Elogiare gli avvocati antichi è una cosa giusta. Essi, che erano soliti confutare i crimini in maniera chiara, e difendere con abbondanza di argomenti le cause degli imputati, vengono elogiati meritatamente e a buon diritto; quelli, senz’altro, hanno primeggiato su questi difensori di oggigiorno, non soltanto grazie al talento, ma anche grazie alla buona sorte: all’epoca, infatti, nessuno commetteva una colpa in maniera tale da non lasciare spazio alla difesa; nessuno viveva in maniera tale che nessun aspetto della sua vita fosse privo di una gravissima turpitudine. ; nessuno, infine, era sfacciato al punto da negare la colpa: infatti stare alla larga dalla colpa è caratteristico dell’uomo onesto.
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Draco Atheniensis vir bonus multaque esse prudentia existimatus est iurisque …
L’Ateniese Dracone, uomo probo, fu considerato essere di grande assennatezza (complemento di qualità: “fu considerato un uomo dalla grande assennatezza, dotato di grande assennatezza”), e fu esperto nel diritto divino ed umano. Questo Dracone per primo tra tutti, diede agli Ateniesi delle leggi di cui essi si valessero. In quelle leggi, il ladro, di qualsiasi tipo fosse il furto, ritenne e decretò che venisse punito con la pena capitale. Dunque le sue leggi, dato che erano severe, non in base a un decreto o a un’ordinanza, ma per un tacito e non scritto accordo degli Ateniesi, caddero in disuso. Successivamente si valsero di altre leggi redatte da Solone. Egli, nella propria legge giudicò che i ladri venissero puniti non con la morte, ma con il doppio del valore dell’oggetto rubato. Invece i nostri decemviri, nelle dodici tavole, ritennero che il ladro, che fosse stato colto in flagrante, venisse ucciso se, o mentre commetteva il furto era notte, o se si era opposto durante il giorno con un’arma mentre veniva catturato. Ma per tutti gli altri furti, pure flagranti, ordinarono che gli uomini liberi venissero fustigati, e che invece gli schiavi, colti in flagranza di furto, fossero fustigati e fossero gettati giù dalla rupe Tarpea.
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P. Cornelius Nasica videre cupiebat Ennium poetam. Ideo ad illum venit …
P. Cornelio Nasica, desiderava vedere il poeta Ennio. Dunque si recò presso di lui, ma trovò la porta chiusa. Allora chiamava l'amico a voce alta. Tuttavia nessuno rispondeva. Alla fine un'ancella si mostrò alla finestra, dicendo che Ennio non era in casa. Immediatamente Nasica capì che la donna aveva detto questa cosa su ordine del padrone. Tuttavia, fingendo di crederci, andò via. Dopo pochi giorni, Ennio si recò da Nasica e, stando fermo davanti alla porta, chiamava l'amico. Nasica rispose: Non sono in casa. A quello Ennio: Apri la porta, infatti riconosco la tua voce. Allora Nasica: Sei sfacciato, o amico: io infatti ho dato credito alle parole della tua ancella; e tu ti rifiuti di credere a me.
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Cum iam Nero Agrippinam matrem tolerare non posset eam occidere statuit. Ter veneno temptavit …
Nerone, dal momento che non poteva più sopportare la madre Agrippina, stabilì di ucciderla. Per tre volte tentò per mezzo del veleno, ma alla fine apprese che Agrippina si era munita di antidoti. Allora fece in modo che i soffitti cadessero su di lei durante la notte mentre dormiva. Ma tentò anche questa cosa invano, perché la madre uscì illesa da quel pericolo. Quindi si procurò una nave facile a scomporsi: sperava che o la madre sarebbe morta a causa di un naufragio, oppure che l’avrebbe schiacciata il crollo della coperta. Ma da un liberto della madre apprese che ella, di nuovo, non era stata uccisa. A quel punto Nerone finse che un liberto era venuto ad uccidere lui stesso su ordine di Agrippina. Dunque l’imperatore in persona uccise il liberto, ed ordinò che dei sicari uccidessero di nascosto la madre, simulando che Agrippina si fosse data la morte.
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Caesar Gallorum animos verbis confirmavit et promisit sibi eam rem curae futuram esse. Dixit …
Cesare rassicurò a parole gli animi dei Galli e promise che quella faccenda gli sarebbe stata a cuore. Disse di avere grande speranza e che, spinto dai benefici ricevuti, e dalla sua autorità, Ariovisto avrebbe messo fine alle violenze. Dopo questo discorso sciolse l’assemblea.