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Miram fabulam Aulus Gellius clarus Romanorum auctor narrat. Androclus homo Dacus …
Aulo Gellio, un illustre scrittore dei Romani, narra una favola straordinaria. Androclo, un uomo Dacio, schiavo di un ex console, fuggiva dalla prigionia e vagabondava attraverso luoghi disabitati, quando, stanco a causa del lungo cammino, vede una grotta e, poiché lo tormentavano la febbre e la tosse, entra e riposa. Poco dopo entrava nella grotta un leone, notevole quanto a grandezza del corpo, e, con la lingua, leccava il proprio piede. Infatti, nel piede dell'animale c'era un spina. Androclo, dopo che si accorge del dolore della bestia, afferrava il piede del leone e toglieva la spina. Il leone restituisce il favore e lascia libero l'uomo (e risparmia la vita all'uomo).
Versioni correlate
(versioni con lo stesso titolo ma diverse nel testo latino)
Numerosi autori hanno raccontato questa storia, da Gellio a Sant'Agostino, per esempio, ed è per questo che per questo titolo trovi diverse narrazioni che riguardano lo stesso argomento. Ecco quelle presenti sul nostro sito che potrai consultare:
Androclo e il leone
Androclo e il leone
Androclo e il leone
Androclo e il leone
Androclo e il leone
Androclo e il leone
Androclo e il leone
Androclo e il leone
Androclo e il leone
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Temporibus antiquis probos et nobiles mores Romani amabant. Ius et bonum apud omnes cives Romanos multum valebant.... Post multa bella, civitas est, sed avaritia priscam probitatem et alia bonas artes amovebat.
Nei tempi antichi, i Romani amavano i costumi onesti e decorosi. Il diritto e il bene avevano molto valore presso tutti i cittadini Romani. I cittadini praticavano i litigi, le discordie, e le contese nei confronti dei nemici. I Romani erano sontuosi nei riti sacri degli dèi, e leali nei confronti degli amici. Amministravano la comunità per mezzo di insigni capacità, per mezzo del coraggio in guerra, e, quando c'era la pace, per mezzo dell'imparzialità; in tempo di pace, infatti, gestivano il potere attraverso le concessioni, non attraverso la paura. Ma la brama di denaro e di potere è l'origine di tutti i mali. Dopo molte guerre, la città è ricca, ma l'avidità spodestava l'antica onestà e le altre buone capacità.
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Tanta vis honestatis ut speciem utilitatis obscuret. Athenienses, quoniam Persarum impetum …
Tanto grande è la potenza dell’onestà, che essa oscura il lustro dell’utilità. Gli Ateniesi, dal momento che non riuscivano a contrastare in alcun modo l’attacco dei Persiani, desideravano imbarcarsi sulle navi e difendere per mezzo della flotta la libertà della Grecia. Ma avvenne che un certo Cirsilo, temendo enormemente, tanto quanto mai aveva temuto, tentasse di convincerli a rimanere nella città e ricevere Serse. Gli Ateniesi alla fine lo lapidarono. Infatti quello desiderava l’utilità, ma essa non valeva nulla, poiché contrastava con l’onestà.
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Themistocles post victoriam eius belli, quod cum Persis fuit, dixit in contione se habere …
Temistocle, dopo la vittoria di quella guerra che ci fu con i Persiani, disse in un’assemblea che egli aveva un piano vantaggioso per lo Stato, e chiese che il popolo gli assegnasse qualcuno fidato al punto che egli potesse consultarsi con lui. Il popolo gli assegnò Aristide. A costui quello rivelò il piano. Temistocle desiderava che gli Ateniesi, di nascosto, incendiassero la flotta degli Spartani, in maniera tale che potessero debellare le forze armate degli Spartani. Dopo che Aristide aveva ascoltato questa cosa, con grande attesa si recò in assemblea, e disse: Il piano di Temistocle è vantaggioso, ma in alcun modo onesto. E così avvenne che gli Ateniesi respingessero quella proposta.
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Romae Flavium amphitheatrum clarum fuit, a Vespasiano imperatore aedificatum. Ibi multa …
A Roma fu famoso l’anfiteatro Flavio, costruito dall’imperatore Vespasiano. In quel luogo ci furono molti combattimenti di gladiatori e spettacoli di caccia. Gli spettacoli di caccia erano dannosi e pericolosi, perché le belve dilaniavano facilmente coloro con i quali dovevano lottare. Alcuni gladiatori, in particolare i reziari, i murmilloni e i Traci, per lottare contro le belve, dovevano essere di valide forze. Inoltre, colui che viene spinto in pericolo di vita, è sempre pieno di temerarietà. Gli imperatori condannavano spesso a morte i gladiatori, secondo quanto ordinava la massa degli spettatori con il pollice rovesciato. Ma alcune volte la massa, affinché i gladiatori non fossero condannati, li acclamavano e concedevano loro la salvezza.