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Phaeton, Apollinis filius, in patris regiam intravit et suavibus verbis patris animum movit …
Fetonte, il figlio di Apollo, entrò nel palazzo del padre, e, con parole dolci, commosse l'animo del padre: O padre, io desidero guidare il carro del Sole; se tu sei veramente mio padre, concedi il carro. Apollo risponde così: O mio Fetonte, le difficoltà del tragitto sono grandi, i rischi enormi, i cavalli irruenti; tu sei pauroso e ignaro del percorso. Ma le parole del padre non distolsero il fanciullo dal proposito; Fetonte, infatti, salì di nascosto sul carro, tirò le briglie, e scudisciò con forza i cavalli. Allora i cavalli deviarono dal percorso, e si avvicinarono eccessivamente alla Terra. Giove accorse preoccupato, e, per mezzo di un fulmine, uccise il fanciullo. Ma Fetonte, dal cielo, cadde nella pianura presso la foce dell'Eridano. Qui le sorelle videro il corpo privo di vita del fratello sventurato, e piansero con volto triste e lacrime abbondanti. Alla fine, le fanciulle cambiarono il loro aspetto in pioppi bianchi.
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Per multos et varios errores Ulixes cum sociis in insulam Aenariam pervenit …
Attraverso molte e varie peregrinazioni, Ulisse giunse con i compagni nell'isola di Ischia. Nell'isola viveva la maga Circe, la figlia del Sole. Molti uomini vennero trasformati in animali selvatici da un filtro della maga. Ulisse mandò in avanscoperta Euriloco insieme ai compagni. Gli uomini si avvicinarono alla bella casa della dea, dove videro leoni e lupi, e sentirono la voce della maga. Da Circe venne aperta la porta, e gli stranieri vennero invitati. Tutti Greci, da sprovveduti, entrarono, il solo Euriloco rimase all'esterno. Poi la maga servì agli amici di Euriloco dei cibi, insieme ad un filtro, e li trasformò in maiali. A quel punto Euriloco scappò, e riferì ad Ulisse il pericolo. Ulisse si recò di corsa presso la maga e costrinse la maga a restituire l'aspetto umano ai compagni.
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Prisci homines certas sedes non habebant sed in obscuris speluncis habitabant ubi sibi tutum refugium …
Gli uomini primitivi non possedevano dimore fisse, ma abitavano in caverne oscure, dove si procuravano un sicuro rifugio dai fulmini, dalla violenza delle piogge, e dai freddi dell'inverno. Nelle notti estive riposavano sotto i rami, di tanto in tanto prendevano anche sonno sui rami degli alberi. Conducevano una vita primitiva e selvatica, e non praticavano il commercio; ogni giorno, infatti, vagavano per i boschi, e placavano la fame per mezzo dei pesci, o della carne delle bestie, o delle ghiande. Coprivano i corpi per mezzo delle pelli degli animali selvatici. Successivamente, poco alla volta, dagli esseri umani venne abbandonato uno stile di vita tanto primitivo: infatti, vennero costruite da tutti piccole capanne vicine ai fiumi. Poi, tutti impararono a coltivare e a pascolare le greggi, e fondarono i primi villaggi. Così si arrivò allo sviluppo delle città.
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A Cyro totus Oriens subiectus est postea Scythis bellum indictum est. Tomyris...
Da Ciro venne assoggettato tutto l'Oriente, successivamente venne dichiarata guerra agli Sciti. Tomiri, la regina degli Sciti, non respinse le truppe dei Persiani: infatti, all'interno dei confini del suo regno, considerava rapida la vittoria per gli Sciti e difficile la fuga per i nemici. Si giunse nella Scizia, e si piazzò lì l'accampamento. Il giorno successivo, Ciro simulò una fuga improvvisa, ed abbandonò l'accampamento, ma nell'accampamento lasciò una grande quantità di vino e di cibo, senza una difesa. Nel frattempo, contro Ciro la regina inviò il figlio, con grandi truppe, ma il giovane, inconsapevole e inesperto, giunse nell'accampamento abbandonato dei Persiani, e concesse agli Sciti il vino e gli alimenti. In breve le truppe furono ubriache, e si addormentarono profondamente. Cirò tornò attraverso le tenebre, e trucidò tutti gli Sciti ubriachi di vino, insieme al figlio della regina.
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Socrates vir magnae doctrinae Xanthippen uxorem duxerat mulierem …
Socrate, uomo di grande cultura, aveva aveva preso in moglie Santippe, una donna – così la ritenevano gli amici e gli allievi del filosofo – litigiosa, intrattabile e scortese. Il filosofo, con grande pazienza, tollerava l'indole intrattabile della moglie e le continue offese, e spesso passeggiava con i propri amici nella piazza. Per questo motivo, egli veniva spesso rimproverato dalla propria moglie. Una volta, Socrate non aveva prestato ascolto alle parole e alle offese della moglie, e così Santippe non tenne a freno la collera, e rovesciò un vaso pieno d'acqua sulla testa di Socrate. A questo punto il filosofo disse: Ovviamente dopo fulmini tanto grandi è piovuto. Alcibiade, un allievo di Socrate, aveva visto la stravaganza di Santippe; quindi chiese al proprio maestro: Perché non ripudi tua moglie? Rispose Socrate: Perché voglio l'aiuto di lei: infatti, con l'aiuto di mia moglie, mi abituo a sopportare facilmente l'insolenza e le offese di tutti gli altri anche fuori di casa.