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Aulo Gellio, un illustre scrittore dei Romani, narra una favola straordinaria. Androclo, un uomo Dacio, schiavo di un ex console, fuggiva dalla prigionia e vagabondava attraverso luoghi disabitati, quando, stanco a causa del lungo cammino, vede una grotta e, poiché lo tormentavano la febbre e la tosse, entra e riposa. Poco dopo entrava nella grotta un leone, notevole quanto a grandezza del corpo, e, con la lingua, leccava il proprio piede. Infatti, nel piede dell'animale c'era un spina. Androclo, dopo che si accorge del dolore della bestia, afferrava il piede del leone e toglieva la spina. Il leone restituisce il favore e lascia libero l'uomo.
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I poeti antichi celebravano Enea, il figlio di Venere e di Anchise, con grandi elogi, per via della straordinaria devozione verso gli dèi e verso gli uomini. Quando i Greci, per mezzo del tranello del cavallo, espugnano Troia, l'illustre città, Enea fugge dalla patria portando sulle spalle il padre anziano. (Egli) vagabondava lungamente a causa della collera di Giunone, sempre ostile ai Troiani; a quel punto, dopo molte fatiche e (dopo) molti pericoli, arrivava a Cartagine, dove, come raccontano i poeti, il condottiero dei Troiani era ospite presso la regina Didone (lett. : "era in ospitalità presso la regina Didone"). Poi si imbarcava su una nave, e si dirigeva in Italia; alla fine, insieme a pochi sopravvissuti, arrivava sulle coste del Lazio, dove regnava il re Latino. Per prima cosa, il re dei Latini stipulava con i Troiani un patto di futura alleanza, poi concedeva in matrimonio al condottiero degli stranieri la propria figlia Lavinia. Pertanto Latino suscitava la collera di Turno, il re dei Rutuli, promesso sposo di Lavinia: allora Turno veniva allo scontro con Enea, e moriva. E così Enea fondava una città e, dal nome della propria moglie, la chiamava "Lavinio".
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Due donne si recavano presso il saggio re Salomone, ed affidavano al giudizio di lui un'importante disputa. La prima donna disse: O re, questo è il mio bambino, e codesta donna è una bugiarda! La seconda donna, ardente di rabbia, disse al contrario: In verità sono io la madre! Le parole di codesta sono false, poiché costei partorì un figlio, ma presto quello morì. Ieri il mio figliolo è stato rapito di nascosto da costei: questo bambino di certo non è suo figlio. Salomone fu per lungo tempo incerto, poi risolse la cosa in questa maniera: Da me vi viene proposta questa cosa: questo fanciullo verrà tagliato con una spada in due parti. Allora la prima donna esclamò: Ciò è giusto! Ma la seconda, temendo l'uccisione del figlio, disse: Consegnate il bambino a codesta donna, ma non lo uccidete! Allora Salomone stabilì: Costei è la vera madre! Consegnò a lei il figlio e disse: Invece mettete quella nelle carceri.
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Cum Antonio attributus esset magister equitum C. Volusenus Quadratus, qui cum eo hibernabat, Antonius eum qui impetum...ne vulnera sua essent impunita, conversoque equo se incautius in magistrum equitum permisit.
Quando ad Antonio fu conferito come capo della Cavalleria G. Voluseno Quadrato, che con lui trascorreva l'inverno, Antonio lo mandò contro la cavalleria nemica per fargli un attacco. Voluseno a quel coraggio, che in lui era notevole, associava un terribile odio verso Commio con il quale [odio] obbediva ancor più volentieri agli ordini; di conseguenza tesi gli agguati, assalendo spesso i suoi cavalieri, attaccava combattimenti favorevoli. Alla fine, poichè si battagliava con maggior vigore e poiché Voluseno, spinto dal desiderio di catturare lo stesso Commio, l'aveva inseguito con molta insistenza con pochi (cavalieri), improvvisamente Commio invocò l'aiuto ed il sostegno dei suoi, affinché le sue ferite non fossero senza punizione, e, girato il cavallo, si lanciò piuttosto in modo incauto contro il capo dei cavalieri. (Da Cesare)
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Fuit olim homo pauperrimus qui, senectute et morbo defatigatus, in humillima domo solus vivebat. ...Hominibus vere nullum bonum vita carius est.
Ci fu, un tempo, un uomo poverissimo che, sfiancato dalla vecchiaia e dall'infermità, viveva solo in un'umilissima dimora, senza moglie e figli, portava abiti pessimi, mangiava cibi di bassissimo prezzo e non aveva alcuna speranza di miglior fortuna. Durante l'intera giornata tagliava pezzi di legno nel bosco, la sera portava la fascina dei pezzi di legno nella misera capanna. Una volta, sfinito dal cammino e dal pesantissimo sforzo, depose a terra il carico e sedette sui pezzi di legno. Guardò le bellissime ville delle persone ricche e si lamentò: Tutti gli altri uomini vivono una vita molto più fortunata; nessuna condizione è più dura della mia. Quindi invocò la morte. La morte con la sua falce si precipitò e disse all'anziano: Che cosa desideri, o amico? A quel punto il vecchio, atterrito dall'aspetto della morte, ripose in questa maniera: Forniscimi aiuto: appoggia di nuovo sulle mie spalle la fascina dei pezzi di legno. Per gli uomini davvero alcun bene è più caro della vita.